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sabato 27 gennaio 2018

Autodifesa femminile: parliamone

Vogliamo aspettare la Festa della Donna per parlare di autodifesa femminile? O, forse, preferiamo aspettare che il prossimo femminicidio, il prossimo stupro, la prossima aggressione venga strillata dalle prime pagine dei giornali o faccia parlare di sé in tv?
Meglio parlarne prima, secondo me. 
Meglio parlarne ora. Ancora.
Perché in un mondo perfetto le donne non avrebbero bisogno di conoscere tecniche di autodifesa, dal momento che, semplicemente, nessuno mai le attaccherebbe. Ma non viviamo in un mondo perfetto.
E allora, mentre vi ricordo che presso l'Accademia Marziale Saronno sono attivi corsi di arti marziali e di autodifesa - anche formulati specificamente per le donne - vi lascio consigliandovi la visione di questo filmato, che trovo molto condivisibile e ricco di tecniche simili a quelle che è possibile apprendere nei nostri corsi.
Buona visione.


sabato 29 luglio 2017

Il diritto di contare. Donne, nere, alla conquista dei diritti umani e dello spazio

Pioniere. Come Colombo o Curie, Röntegn o Amundsen
Sul finire degli anni '50 negli Stati Uniti si respirava aria tesa. La fine della Seconda Guerra mondiale aveva portato alla nascita, di fatto, di due super potenze globali, che si spiavano l'un l'altra con sospetto da una parte all'altra della cortina di ferro e che rivaleggiavano nella corsa agli armamenti e nella conquista dello spazio.

Se tralasciamo gli abiti favolosi (che indosserei ben volentieri anche oggi, scarpe incluse), non era un periodo facile neppure per le donne, che smettevano i panni di reginetta del focolare, rifiutavano il ruolo di figlia prima e di moglie e madre poi e, lottando e sgomitando, cercavano di farsi strada in un mondo del lavoro ancora tutto declinato al maschile.
E se la situazione non era facile per le donne in genere, immaginate come poteva esserlo per le donne di colore in uno Stato del Sud come la Virginia.
Eppure è proprio in questi anni a cavallo tra il 1950 ed il 1960 che tre donne intelligenti, coraggiose e testarde cambiano la Storia, dando un nuovo corso a quella che era la realtà delle donne, delle persone di colore e dell'esplorazione spaziale.

Mary Jackson in una foto d'epoca
Basato su una storia vera, "Il diritto di contare" racconta la vicenda, le lotte e le vittorie di Katherine Johnson (interpretata da Taraji P. Henson), la matematica affascinata dai numeri, di Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), responsabile ufficiosa del gruppo di calcolo di donne afroamericane, e di Mary Jackson (Janelle Monae), combattiva signora col pallino per l'ingegneria. 
Queste tre donne, amiche e colleghe al centro di ricerca NASA di Langley, contribuirono in modo significativo al successo della missione di John Glenn, primo astronauta ad orbitare intorno alla Terra, e, di conseguenza, i loro nomi vengono oggi giustamente annoverati tra quelli che hanno contribuito a portare l'uomo nello spazio. 
Pioniere, loro, dei diritti civili delle donne e delle persone di colore così come pionieri sono stati gli uomini e le donne che si sono spinti oltre, nelle esplorazioni geografiche o nella ricerca scientifica, nelle missioni spaziali o nella medicina. Katherine Johnson contribuì, coi suoi calcoli, al felice rientro in atmosfera del comandante John Glenn, Dorothy Vaughan divenne la prima manager afroamericana della NASA e Mary Jackson fu la prima donna ingegnere di colore alla NASA.
Pioniere, donne e combattenti, lasciarono pietre miliari lungo il cammino dell'umanità verso un mondo davvero equo e contribuirono a portare diritti ed uguaglianza oltre i confini, ormai divenuti piccini, del pianeta Terra. 

Il film, con tre candidature all'Oscar, vanta un cast che annovera, oltre alle protagoniste, Kevin Costner nei panni di Al Harris - il capo non esistito nella realtà, mera invenzione cinematografica  - Kirsten Dunst, alias Vivian Mitchell - lei pure inventata, incarnazione di una serie di atteggiamenti razzisti eppure ritenuti normali in quei giorni, in quei luoghi - e Jim Parsons che veste i panni di Paul Stafford, stronzetto, saputello e misogino scienziato che fa ripensare al dottor Sheldon Cooper che gli ha dato notorietà. "Il diritto di contare" racconta una storia dura e vera senza scadere nella retorica e senza affogare nella melassa. Da vedere. 

Per approfondire:
- Katherine Johnson - NASA (in inglese)
- Dorothy Vaughan - NASA (in inglese)
- Mary Jackson - NASA (in inglese) 
- John Glenn - NASA (in inglese) 

domenica 12 febbraio 2017

Donne, arti marziali e sessismo giornalistico

La cronaca ha portato i nostri occhi a fissare punti differenti delle carte geografiche, ma probabilmente qualcuno di voi ancora ricorda l'Afghanistan (quello Stato di cui molti ignoravano persino l'esistenza e che qualche anno fa pareva essere diventato il centro del mondo, calamitando su di sé l'attenzione internazionale, con le notizie su Bin Laden e l'incubo dei talebani).
Ebbene, l'Afghanistan non ha cessato d'esistere, sebbene l'interesse dei media si sia spostato altrove: sta ancora lì dove stava, vicino ad Iran e Pakistan, non lontano dal Mar Caspio, con le sue alte vette ed il suo clima che pare oscillare perennemente tra il torrido ed il glaciale, col suo mosaico di etnie. Coi suoi problemi e le sue difficoltà, anche, che non hanno cessato d'esistere soltanto perché l'Occidente ha voltato lo sguardo altrove.
In questo Paese una giovane donna fuggita all'esterno ha fatto ritorno e, dopo aver appreso in Iran il Wushu, è tornata, per insegnare alle donne della sua terra una disciplina che non è solo autodifesa, ma diviene, tra queste vette innevate, lotta per i propri diritti. 
L'AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) ha dato risalto alla notizia - e questo è certamente un merito - ed ha scritto un bell'articolo - altro merito incontestabile - ma ha svilito il tutto con un titolo sessista: "Le guerriere dell'Afghanistan che danzano sul ghiaccio".
Il Wushu non è danza, è arte marziale. E, come peraltro viene correttamente asserito nell'articolo, queste giovani guerriere si allenano con costanza e serietà per combattere per sostenere e reclamare i propri diritti di donne e di sportive. 
Non sono ballerine, non danzano. 
Chi mi legge da più tempo sa che non ho nulla contro la danza che, anzi, amo ed apprezzo molto, ben consapevole degli sforzi, della dedizione e dell'impegno che richieda una simile disciplina.
Il punto qui non è la danza, ma il sessismo. 
Provate a declinare lo stesso titolo al maschile: "I guerrieri dell'Afghanistan che danzano sul ghiaccio". Chi di voi non ha trattenuto un sorrisetto, pensando subito a qualcosa di ben poco guerresco e certamente non virile? 
Il che è, a sua volta, sessista. Perché non è regola immutabile che un ballerino debba essere effeminato o gay. 
Il punto è che guerrieri e danza non sono compatibili, né al maschile né al femminile. E, in un mondo ed in un tempo in cui l'informazione è spesso mordi e fuggi, in cui moltissime persone si limitano ad un'occhiata sommaria ai titoli senza prendersi la briga di leggere un articolo per esteso, una simile leggerezza nella titolazione fa la differenza tra un articolo di cronaca che racconta una vicenda di orgoglio e di riscossa femminile ed un branetto di costume locale folkloristico. 

lunedì 10 ottobre 2016

Pordenone: campionessa di boxe stende tre aggressori

E' successo di nuovo.

Ancora una volta, una donna è stata aggredita.
Ma, a differenza di quanto accade fin troppo spesso, questa volta è stata lei a mettere al tappeto i criminali. 

La notizia è stata ripresa in modo frammentario da diverse testate giornalistiche, tuttavia quanto si sa al momento è che nella notte di venerdì 7 ottobre ottobre a Pordenone una donna è stata avvicinata da tre uomini - profughi di nazionalità pakistana, a quanto riferisce Il Messaggero Veneto - malintenzionati, ma la giovane li ha stesi tutti e tre.
Perché lei è Daiane Ferreira, pugile ventottenne nata in Galizia ma da tempo residente in Italia, qualificatasi per le recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro nonché campionessa iberica dei mediomassimi.

Stando a quanto ricostruito dallo speaker di TelePordenone, la giovane sarebbe uscita attorno alle 23.30 per portare il cane a fare la consueta passeggiata ed avrebbe notato distrattamente tre uomini che tracannavano bottiglie di birra. Il cane, solitamente tranquillo, ad un certo punto si è messo ad abbaiare e, voltatasi di scatto, Daiane ha notato che uno dei tre cercava di ghermirla alle spalle così, senza pensarci, gli ha sferrato un pugno al mento, mandandolo ko. Il secondo aggressore ha cercato di afferrarla per un braccio, ma Daiane gli ha riservato un gancio ed un montante, così come pure al terzo.
La polizia, giunta sul posto allertata da un passante, ha trovato una scena insolita: tre giovani uomini stesi a terra, mentre la potenziale vittima appariva incolume. E solo la provvidenziale testimonianza di un passante, testimone oculare dell'accaduto, ha fatto sì che non fosse lei ad essere portata in Questura. 

giovedì 29 settembre 2016

Aggredita, prende a pugni il violentatore armato e lo fa arrestare

14 settembre 2016. Dopo il lavoro, una donna s'infila pantaloncini, maglietta e scarpe da jogging e va a correre. Un tardo pomeriggio come molti altri, lungo il canale Bisatto che scorre nel territorio di Monselice; un tardo pomeriggio come nessun altro, perché la giovane viene aggredita da un uomo.
Un mostro che, armato di coltello, comincia a palpeggiarla.

Ma la donna, invece di rimanere paralizzata dal terrore, sferra due pugni all'aggressore, che si dà alla fuga.
E, non contenta, va subito a denunciare l'accaduto, consentendo così agli investigatori di arrestare in poco tempo un moldavo di 35 anni, già noto alle forze dell'ordine, fermato con l'accusa di violenza sessuale.
Una storia di grande coraggio e dal meritato lieto fine per questa giovane sportiva che ha deciso di reagire con forza alla violenza, la cui vicenda è stata riportata su Il Mattino di Padova.

Soltanto pochi giorni dopo, il 23 settembre, un'altra donna aveva reagito con decisione ad un attacco. La famosissima top model Gigi Hadid era stata aggredita a Milano da un fan un po' troppo invadente e, senza neppure aspettare l'intervento della guardia del corpo, aveva prontamente reagito sferrando una gomitata in faccia al molestatore.
Brave ragazze, così si fa! 

giovedì 21 aprile 2016

La dea della guerra

Boudica, regina degli Iceni, ospitava in sé lo spirito del Morrigan, la "grande regina" che nutre i suoi fedeli corvi con i corpi dei morti in battaglia. Questo le consentì di tramutare la rabbia in vittoria, la furia in trionfo; questo fece sì che le diverse tribù di Celti si unissero sotto la sua guida per affrontare e sconfiggere le legioni romane giunte in Inghilterra. 

"La dea della guerra" è un libro fantasy ma, a differenza di molti altri, miscela immaginario e storia, mito e realtà. Reale e comprovata storicamente è l'esistenza della regina Buodica - conosciuta anche come Budicca o Boadicea - ed altrettanto veritieri sono il suo matrimonio con il re degli Iceni Prasutagos, le vittoriose battaglie sostenute dai Britanni attorno al 60 d. C. contro le città romane di Camolodonum, Colonia VictricensisVerulamium, oltre che molti altri personaggi - per lo più re di tribù celte e Romani - come Caratac, Corio, Venutios, Tiberio Claudio Nerone Druso Germanico, Catus Decianus, Gallus, Seneca...

Dove sta allora il fantasy? Sta nei druidi, nella loro capacità di evocare e comprendere gli dei fino ad esserne posseduti, nelle magie che gli abitanti della mitica Lys Deru sull'isola di Mona riescono a compiere per tentare di avanzare l'avanzata delle aquile imperiali, nei canti e nei riti misterici ormai persi in un passato di cui non restano tracce se non nella tradizione orale e nelle leggende. 

Un bel libro che, a parer mio, ha meritato di divenire un best seller a livello mondiale perché, ritengo, miscelare sapientemente storia e fantasia è tutt'altro che impresa facile; un'impresa che comporta il doversi documentare approfonditamente, da un lato, così da non incorrere in grossolani strafalcioni e, d'altro canto, il lasciar libero spazio all'inventiva personale. Il tutto in modo tale da avvincere il lettore. 

Titolo: La dea della guerra (Ravens of Avalon)
Autore: Marion Zimmer Bradley - con Diana L. Paxson
Editore: Tea
Anno di edizione: 2007

mercoledì 6 aprile 2016

Nulla accade per caso. Mai arrendersi

Ciascuno di noi deve affrontare delle prove, nel corso della propria vita. Siamo tutti combattenti, anche se forse spesso nemmeno ce ne rendiamo conto; combattiamo per superare una perdita o una malattia, combattiamo per ottenere ciò che veramente ci sta a cuore, combattiamo per realizzare i nostri sogni o anche solo per dimostrare a noi stessi quanto valiamo. Perché, come hanno avuto modo di teorizzare nei secoli grandi filosofi e grandi uomini, il vero nemico, quello più difficile da sconfiggere, è dentro di noi. 
Acquattato tra le nostre paure, scivola subdolo nel buio dell'incertezza prima di sferrare il suo attacco. 

La vita è fatta di sfide. Che non sono disgrazie che ci piovono addosso, ma opportunità per crescere, affrontandole ed uscendone più forti di prima. 

Ci sono persone che, vuoi per la propria storia personale, vuoi per l'appartenenza ad una determinata società antropologica, vivono queste sfide nella loro quotidianità. 
Persone che suscitano meraviglia e stupore in chi ha modo di vederle all'opera. Perché ci ricordano, magari inconsciamente e solo per un fuggevole istante, che quella forza è parte di ogni essere umano, è anche dentro di noi. 
Persone come Tomoko che, nata in Giappone e trasferitasi da diversi decenni nel nostro Paese, ha deciso di partecipare alla popolare trasmissione televisiva "Italia's got talent". Come lei stessa ha avuto modo di dire nel corso dell'intervista introduttiva, non ha più l'età per potersi esibire come cantante d'opera e di conseguenza... guardate un po' cosa ha fatto.

martedì 8 marzo 2016

Festa delle donne... T'Ienshu

Nella giornata della Festa della Donna, il mio pensiero va alle amiche e compagne di tatami, alle donne che con me condividono le sudate e le risate, l'impegno ma anche il divertimento. Alle donne che nel T'Ienshu trovano il tempo e lo spazio da dedicare a loro stesse, per crescere, migliorare, o anche solo per distrarsi per un'ora dopo una giornata infernale.
A loro, a noi: auguri!

sabato 6 febbraio 2016

Per amore di un guerriero

Ci sono vite che, narrate, sarebbero splendidi romanzi. Ma sono reali. E così, fatalmente, divengono romanzi-reportage, come specifica la seconda di copertina di questo libro; perché la storia narrata è quella vissuta da Brigitte Brault, ma attraverso le parole di Dominique de Saint Pern.

E' la storia di un'amore, come suggerisce il titolo, ma uno di quegli amori impossibili, alla Giulietta e Romeo, o, per collocarlo più correttamente, alla Corinne e Lketinga: è la storia dell'amore tra la giornalista francese Brigitte Brault ed il guerriero dell'Afghanistan pashtun Shazada.

I due si incontrano in una terra che è per lo più sconosciuta all'Occidente, da noi europei immaginata - spesso in modo distorto - ma non realmente nota; in un Afghanistan che ha conosciuto la guerra ben prima che l'incubo delle Torri Gemelle lo portasse alla notorietà mondiale e, fatalmente, si innamorano l'una dell'altro. Sono diversissimi, come più diversi non potrebbero essere, non parlano neppure la stessa lingua, eppure si amano. E, incredibilmente, il loro amore funziona. Resiste alle differenze, supera le difficoltà, pare sgretolarsi ma solo per risorgere più forte di prima.

Questo è uno dei libri più intensi che mi sia capitato di leggere recentemente. 
Brigitte, che per amore dell'Afghanistan e di Shazada vive a Kabul dal 2002, è giornalista e documentarista ed ha formato, con la ONG Aina, quattordici ragazze afghane che sono divenute videogiornaliste e con le quali ha realizzato il reportage "Regards d'Afghanes", premiato come miglior documentario agli Emmy Awards 2005 (non serve, vero, che vi ricordi le vicende dei talebani e la condizione della donna in Afghanistan?). Ed è sullo sfondo di questa formazione di giovani donne, di questo impegno dell'Occidente - o, almeno, di una piccola parte dell'Occidente - affinché l'Afghanistan risorga, con il suo orgoglio e la sua straordinaria forza, che si snodano le vicende dell'amore, impossibile eppure forte e reale, tra la bionda giornalista indipendente Brigitte ed il silenzioso guerriero garante della tradizione Shazada.
Queste pagine gettano anche un'incredibile luce sull'Islam, tanto benefica in giorni come questi in cui la parte più nera e feroce di questa fede catalizza l'attenzione dei media.
Lettura raccomandata, senza riserve (tanto più che, fino a fine mese, trovate il libro fortemente scontato alla Libreria Pagina 18).

Titolo: Per l'amore di un guerriero
Autore: Brigitte Brault, Dominique de Saint Pern
Traduttore: Guido Lagomarsino
Editore: O barra O edizioni
Anno d'edizione: 2009

La recensione lampo 💥 su Goodreads

sabato 16 gennaio 2016

La libertà si conquista

Anni '60, le gambe delle donne si scoprono con le minigonne.
Il sabato mattina del 16 gennaio, mentre addentavo con gusto la mia brioche pere e cioccolato, ascoltavo piuttosto distrattamente la tv, sintonizzata su Rai Uno: a "Uno mattina in famiglia" si parlava dei fatti di Colonia e, più in generale, delle violenze che - a vario titolo: molestie, tentativo di stupro o furto - si sono verificate nella notte di Capodanno in quella e in molte altre città della Germania. E la mia attenzione è di colpo aumentata. Il conduttore Tiberio Timperi cercava, con ospiti in studio e collegamenti esterni, di analizzare la situazione ad oltre due settimane di distanza, alla ricerca di una soluzione. 

L'avvocato Giulia Bongiorno, da tempo impegnata nel campo della difesa dei diritti delle donne, in un suo intervento ha assunto toni lapidari in merito all'integrazione: "Non siamo noi a doverci integrare a loro, sono loro a doversi integrare a noi", cito a braccio senza stravolgere il senso della frase, che vorrebbe immigrati e richiedenti asilo pronti ad abbracciare la cultura del Paese che li ospita. 
Il giornalista Carlo Pannella, dal canto suo, ha puntualizzato la difficoltà di gestire l'arrivo, in pochi mesi, di centinaia di migliaia di persone, sottolineando sostanzialmente come sia errata la politica del "passate tutti" laddove non sia accompagnata da investimenti concreti per agevolare e consentire l'integrazione. 
Lorella Zanardo, autrice de Il corpo delle donne di cui ho più volte avuto modo di scrivere, dal canto suo si diceva preoccupata dalle parole dalla sindaco di Colonia che, all'indomani delle aggressioni, aveva suggerito alle donne di mantenersi alla distanza di un braccio da coloro che non conoscono.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia,
la prima donna laureata d'Italia e
del mondo, XVII secolo.
Alla mia mente si è affacciata una riflessione: forse noi europei - e probabilmente le donne europee più ancora, temo - ci siamo abituati alla libertà. Ci siamo dimenticati che la libertà non è un dono piovuto dal cielo, ma una conquista quotidiana, da difendere con i nostri comportamenti. 
Se io, donna, oggi non passo più dalla proprietà di mio padre a quella di mio marito come avveniva nel Medioevo non è per grazia ricevuta, ma perché ci si è battuti per questo; se io, donna, posso andare a scuola e persino all'università, posso laurearmi e lavorare fianco a fianco con degli uomini non è per dono divino, bensì il frutto di lotte e proteste e lente conquiste. 
Il diritto di sposare chi mi pare e piace sottraendomi al matrimonio combinato o alla clausura clericale, quello di studiare, il diritto di lavorare, il diritto di scegliere di indossare una minigonna o un paio di pantaloni (che, non dimentichiamocelo, erano "da uomini" fino a non moltissimi anni fa, tanto che si diceva che in casa comandava "chi porta i pantaloni"), il diritto di recarmi alle urne e votare... tutti questi non sono doni, sono l'eredità che le donne che mi hanno preceduta mi hanno lasciato. 
Ed io, come donna, ho il diritto ma pure il sacrosanto dovere di lottare per mantenere questi diritti perché - neppure questo va dimenticato - ciò che è stato conquistato può essere perso
Basta un attimo di distrazione. Basta che si diano le cose per scontate e naturali, quando così non sono.

Immagini pubblicitarie degli anni '60 in Iran,
prima della rivoluzione islamica.
Nella storia recente lo testimoniano bene i Paesi in cui si è assistito ad una radicalizzazione religiosa (oggi quella islamica, ma non dimentichiamo le nefandezze compiute in passato in nome della cristianità) come, ad esempio, l'Iran.
Qui tra il 1978 ed il 1979 (fermatevi un attimo e rileggete con attenzione le date, per cortesia: si parla dell'altro ieri, in termini storici) si ebbe la rivoluzione islamica, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi venne deposto e salì al potere Ruhollah Khomeini; l'esito di questo sovvertimento politico e religioso è ben descritto nel libro "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi.
Ragazze a Cabul, Afghanistan, negli anni '70.
Immagine di Amnesty International .
Lo stesso Afghanistan, che noi abbiamo imparato a conoscere come patria dei talebani e delle donne ricoperte da capo a piedi, senza che neppure i loro occhi fossero visibili da dietro una fitta reticella di fili, nel 1970 vedeva le ragazze camminare per strada sfoggiando minigonne, camicette e scarpe col tacco.
Un discorso similare seppur non dai toni tanto estremi, per quanto riguarda le donne e le libertà individuali, potrebbe essere fatto per l'Egitto: autentico faro di civiltà nel passato più remoto (tanto da scandalizzare i Romani per la libertà d'azione e di decisione concessa alle donne), ha assistito nel corso dei millenni a significativi mutamenti in ambito dei diritti umani. 

martedì 3 novembre 2015

Lady Sun, principessa combattente della Cina medievale

Lady Sun, conosciuta come Sun Shangxiang nell'opera cinese e nella cultura contemporanea, fu una nobildonna vissuta nella tarda dinastia Han orientale. 

Unica figlia femmina di Sun Jian e di Lady Wu, di lei si sa che ebbe quattro fratelli ma si ignora il suo nome di nascita, così come ignote restano le esatte date di nascita e di morte di questa fanciulla che, comunque, attorno al 200 fece molto parlare di sè. 
Si ritiene che nel 209 andò sposa al signore della guerra Lui Bei, non per amore ma soltanto per rafforzare l'alleanza col fratello Sun Quan; secondo gli studiosi il matrimonio avrebbe potuto svolgersi a Gong'an, nell'odierno Hubei, dove Liu era in servizio come Governatore. 
Lady Sun era nota per essere molto saggia ed arguta, ma anche di carattere duro e persino feroce; le cronache la raccontano molto simile a suo fratello Sun Quan, col quale ebbe sempre un rapporto privilegiato: si narra che fosse abile nella pratica delle arti marziali e che avesse centinaia di serve ai suoi ordini, le quali portavano spade e montavano la guardia fuori dalla sua camera, tanto che pare che persino il marito Liu Bei la temesse e "ogni volta che entrava nella sua stanza, sentiva un brivido nel cuore".

Attorno al 211, quando Lui Bei lasciò la Provincia Jing per una campagna militare contro il signore della guerra Liu Zhang della Provincia Yi, Lady Sun restò a Jing ed il fratello Sun Quan inviò una nave affinchè riportasse la sorella nel suo dominio. La donna, più legata all'amato fratello che non al marito impostole dal rango, tentò di portare con sè anche Liu Shan, figlio di Liu Bei nato dalla sua prima moglie, ma i generali di Liu Bei Zhao Yun e Zhang Fei riuscirono con i loro uomini ad intercettare la spia in fuga e recuperarono Liu Shan. Nulla si sa di ciò che avvenne alla combattiva Lady Sun una volta tornata a casa.
Contrariamente a quanto pare trapelare dalla storia, seppur sommaria, il Romanzo dei Tre Regni - un racconto storico del Quattordicesimo secolo attribuito a Luo Guanzhong - sostiene che quello che unì la principessa guerriera al Governatore Lui Bei fu un vero ed appassionato amore. 
Da questo racconto è tratto il film del 2008 di John Woo "La battaglia dei Tre Regni", autentico kolossal costato ottanta milioni di dollari e praticamente ignorato in Italia. Nella pellicola Lady Sun è interpretata dall'attrice Wei Zhao, che vedete ritratta nelle immagini qui riportate. 
Sun Shangxiang è anche il personaggio, con il nome mutato in Sun Shang Xiang ed ovviamente molto combattivo, della serie di videogiochi d'azione e strategia "Dinasty Warriors" realizzata dalla Koei ed ambientata nella Cina medievale.

martedì 29 settembre 2015

Fu Hao, principessa guerriera della Cina

Hua Mulan, resa celebre dal film d'animazione Disney, è probabilmente la principessa guerriera cinese più famosa al mondo, ma la sua storia si perde nella leggenda; Fu Hao, invece, conosciuta anche come Mu Xin, è realmente esistita ed ha segnato con le sue gesta le sorti della Cina.

L'imperatore Wu Ding - che regnò in Cina approssimativamente tra il 1250 ed il 1192 a. C. - si era ripromesso di stringere alleanze con le tribù vicine in modo pacifico, sposando una fanciulla proveniente da ciascuna di esse; Fu Hao divenne così una delle sessanta mogli imperiali, ma riuscì a farsi largo nella vasta schiera di consorti grazie alla sua bellezza unita a grande acume ed intelligenza.
Secondo le iscrizioni rinvenute su manufatti della dinastia Shang (1600 a. C. - 1046 a. C. circa), Fu Hao partecipò a numerose campagne militari e, in particolare, si deve a lei la vittoria decisiva nella battaglia che pose fine alla guerra tra Tu-Fang e Shang, durata per generazioni.
In seguito la principessa guerriera fu impegnata in combattimenti contro il vicino Yi, contro Qiang e Ba; battaglia, quest'ultima, che viene ricordata come la prima su larga scala nella storia cinese: qui, con 13.000 soldati e gli importanti generali Zhi e Hou Gao ai suoi comandi, Fu Hao fu il più potente leader militare del suo tempo.

Donna dalle grandi capacità, controllò personalmente il proprio feudo situato ai confini dell'impero e la grande fiducia che l'imperatore riponeva in lei è testimoniata da iscrizioni su ossa rituali che dimostrano come, sebbene spettasse a Wu Ding esercitare il controllo sul culto, questi incaricò diverse volte Fu Hao di offrire sacrifici ed officiare cerimonie rituali. 
Nella sua tomba, fatta edificare dallo stesso monarca Wu Ding che le sopravvisse e rinvenuta a Yinxu nel 1976, sono state rinvenute molte armi, tra le quali una grande ascia da battaglia, fatto davvero inusuale per le sepolture femminili dell'epoca e tangibile testimonianza del suo valore come combattente. Numerosi, poi, anche i resti di molti sacrifici officiati dall'imperatore nella speranza di ottenere l'assistenza spirituale dell'amata e coraggiosa moglie nelle battaglie contro Gong, che minacciava di cancellare la dinastia Shang.

venerdì 6 marzo 2015

Donne coraggiose, fimmine ribelli

Dici "sposa bambina" e subito la mente corre al Pakistan, all'India, all'Etiopia o a qualche Paese lontano, di certo non è l'Italia che si affaccia tra i nostri pensieri. Eppure ci sono bambine che a 13 anni fanno la fuitina e che a 16 anni si sposano, come Maria Concetta Cacciola, convinte così di sottrarsi alla vita opprimente di reclusa tra le mura domestiche, mentre in realtà si tratta troppo spesso - come racconta Lirio Abbate - di un semplice "cambio di proprietà": la donna cessa di essere una proprietà del padre per diventare una proprietà del marito. 
Lirio Abbate è un giornalista e basta leggere le prime pagine di questo libro per capire come mai viva sotto scorta: non risparmia nessuno. E' implacabile. "Il giornalista arriva dove il magistrato non può per legge. E muovendosi in questa terra di nessuno può scatenare l'ira di mafiosi, collusi e favoreggiatori, che si nascondono spesso dietro le facciate rispettabili di politici, commercialisti, avvocati, medici, giudici, banchieri e, a volte, anche giornalisti", scrive.
Quello che più colpisce, in "Fimmine ribelli", sono le date: vicende che ci aspetterebbe relegate nel passato sono invece drammaticamente attuali. Maria Concetta Cacciola, giovane madre di tre bambini, muore il 20 agosto del 2011 ingoiando acido muriatico, ad esempio, mentre è il 21 maggio del 2012 quando Giusy Pesce, della  nota famiglia Pesce di Rosarno, depone davanti ai giudici del tribunale di Palmi, svelando incredibili retroscena. Sono donne d'oggi, giovani donne contemporanee, che con le loro vite ed il loro modo di agire hanno dichiarato guerra alla 'ndrangheta. Pagando talvolta con la vita.

Ma a Rosarno il tempo sembra essersi fermato: "La ragazza seria è quella che si concede solo al marito e arriva sull'altare indenne, come mamma l'ha fatta, e orgogliosa di indossare l'abito bianco, puro!", dice ad Abbate uno studente del liceo scientifico Raffaele Pria, mentre la compagna di studi Jessica ribatte che è proprio per non attirarsi etichette sgradite che le ragazze possono uscire solo in compagnia, "mano nella mano con l'amica, ma mai da sole". E non è infrequente che, proprio per sottrarsi a questa strettissima sorveglianza, ci si sposi presto. Molto presto.
Giuseppina Pesce, scortata dai Carabinieri
"Ho conosciuto mio marito quando avevo tredici anni e lui ne aveva venti - racconta Giusy Pesce - Io andavo in terza media e lui cominciò a farmi la corte. Ma quando lo venne a sapere mio padre mi disse subito che avrei dovuto prendere una decisione o di non frequentarlo più perchè era troppo grande, oppure di ufficializzare il fidanzamento [...]. La mia famiglia con quella di mio marito si incontrarono, cenarono insieme e decisero che ci saremmo potuti frequentare". Ora che è ufficialmente fidanzata, per lei cambia tutto. "Dal momento in cui mi sono fidanzata ufficialmente non potevo più uscire con le mie amiche [...]. In Calabria si usa che le ragazze non possono andare a passeggio da sole, ci deve essere sempre qualcuno, o la sorella o la madre. Nel mio caso mia madre si vergognava a uscire con noi perchè era giovane e quindi si vergognava di venire in macchina con me e il mio fidanzato. Mia sorella era troppo piccola e voleva la sua libertà, voleva uscire con le amiche, non le piaceva venire con noi. Da soli non potevamo uscire e quindi questo fidanzamento alla fine prevedeva che io dovevo rimanere chiusa in casa e potevo vedere il mio fidanzato solo le volte che veniva a cena".

E il fidanzamento è una cosa seria, il matrimonio è per sempre. Non si può divorziare nè men che meno tradire, ne va dell'onore della famiglia. Non importa se il marito è violento, se finisce in carcere, se è un affiliato alla 'ndrangheta e si è macchiato di diversi crimini: "Finchè mio fratello sarà vivo io resterò condannata a morte, perchè è lui che deve eseguire la sentenza per il mio tradimento", spiega Giuseppina Pesce ai magistrati. "Mi avrebbero ucciso, perchè le donne che tradiscono vengono uccise. E' una legge. Ed è successo tante volte in passato, perchè qui, in Calabria, ragionano così. Hanno questa mentalità". E' l'arresto a salvarla, il 28 aprile 2010, scrive Abbate.
Maria Concetta Cacciola
E com'è possibile che ancora oggi si viva così lo spiega lo stesso autore: "Malgrado il loro criminale parassitismo, i clan godono del consenso di molti settori della società. Coi soldi che ricavano dalle attività illecite, infatti, creano lavoro dove il lavoro non c'è, e sono percepiti quasi come benefattori. Omertà e connivenza trovano spesso giustificazione nella convenienza, oltre che nella paura: meglio schierarsi con chi ti dà il pane che con uno Stato che ti promette sviluppo e benessere e poi latita e ti abbandona a te stesso". Ma ci sono storie di donne che alla 'ndrangheta hanno saputo ribellarsi, fimmine ribelli appunto; storie di donne che questo giornalista raccoglie per raccontarle ad Anna, la piccola figlia di suo cugino rimasto ucciso in un attentato: "Sono convinto che Anna, la figlia di Enzo, diventerà grande in questo pezzo di Calabria. E a lei voglio raccontare altre storie, storie di donne della sua terra. Donne di 'ndrangheta costrette a sposarsi bambine e a subire in silenzio violenze e soprusi. Madri, mogli, sorelle schiacciate da leggi arcaiche e retrive che fanno pagare il tradimento con la vita.
Perchè ancora oggi ci sono vittime di una brutalità antica che ha cambiato volto ma resta identica nella sua ferocia atavica: il delitto d'onore. Nel ventunesimo secolo esiste ancora. Come nel remoto Afghanistan dei talebani, anche in Calabria resiste il codice che punisce con la morte il tradimento femminile. La 'ndrangheta ignora la modernità, anzi la trasforma in una colpa. Ad Anna voglio raccontare soprattutto storie di donne che hanno trovato la forza di ribellarsi e denunciare padri, mariti e fratelli, minando dall'interno il loro mondo di prepotenza e omertà. Queste ragazze hanno acceso luci di speranza in nome della legalità e del diritto di scegliersi la vita, e molte altre stanno oggi seguendo la loro strada. Mi piacerebbe che il loro coraggio aiutasse la piccola Anna a crescere orgogliosa di essere una fimmina calabrese".

Titolo: Fimmine ribelli - Come le donne salveranno il Paese dalla 'ndrangheta
Autore: Lirio Abbate
Editore: Rizzoli
Anno d'edizione: 2013

giovedì 14 agosto 2014

Le Amazzoni del Benin, combattenti per il re

Non solo guerriere, ma coraggiose e spietate come e più degli uomini: sono le donne che riemergono dalla storia grazie ai bassorilievi del palazzo reale di Abomey, capitale dell'antico regno di Dahomey nell'attuale Benin. Le immagini riportano attimi di battaglie e scontri corpo a corpo di queste Amazzoni nere di un recente passato; una raffigura una donna che con un grosso coltello taglia la gola ad un nemico, un'altra immortala una combattente che morde al collo, con denti affilati, un avversario maschio.

Non si tratta di raffigurazioni mitologiche, ma di espressioni artistiche che testimoniano una storia confermata anche dai giornali occidentali: il 26 ottobre del 1892 l'esercito del re Gbèhanzin resistette strenuamente all'assalto francese del villaggio di Kotopa, destando molto clamore in Europa perchè, come riferì il parigino "Le Petit Journal", queste "donne combattevano con un'energia incredibile e totale sprezzo della morte". 
Inizialmente le Amazzoni del Dahomey erano addette alla guardia personale dei regnanti, ma nel 1880, quando l'incoronazione del re Gbèhanzin coincise con l'espansione coloniale francese, il sovrano inserì le donne nell'esercito regolare, un esercito composto da 12.000 mila guerrieri, un terzo dei quali donne e, comunque, già da tempo partecipavano attivamente alle incursioni nei regni vicini, procurando schiavi e facendo scempio dei nemici. Le ragazze venivano reclutate durante l'adolescenza, senza particolare distinzione sociale ma scelte tra le più sane e forti (anche dal punto di vista psicologico, oltre che fisico) perchè dovevano resistere ad una preparazione rigorosissima: alcuni degli esercizi di addestramento, ad esempio, prevedevano che passassero a torso nudo attraverso barriere di spine o che affrontassero ed uccidessero un toro. E parte dell'addestramento consisteva nell'uccidere condannati a morte e vittime sacrificali. Le fanciulle dovevano poi giurare fedeltà al re e fare voto di castità.

Armate di un lungo coltello simile a un machete, un rasoio e un fucile a pietra focaia, tenevano spesso un chiodo legato al polso e si limavano i denti per renderli più affilati; il loro coraggio e la loro ferocia in battaglia divennero leggendarie, di loro si diceva che fossero indomabili e molte persero la vita difendendo fino allo stremo la capitale del regno dall'assalto francese. Le Amazzoni del Dahomey non si sentivano per nulla inferiori agli uomini e, anzi, rivaleggiavano con loro orgogliosamente. Anche l'esploratore britannico Sir Richard Francis Burton, che nel corso dei suoi viaggi ebbe occasione di assistere ad alcune dimostrazioni da parte di queste donne guerriere, ne rimase profondamente impressionato, tanto da descrivere il Dahomey come una Sparta nera.

martedì 29 luglio 2014

Donne combattenti, le brigantesse

Michelina De Cesare in una foto d'epoca
La loro storia, ramo frondoso ed oscuro dell'albero della storia italiana, è ancora oggi controversa: indomite combattenti per la libertà secondo alcuni, spietate criminali pronte a tutto per altri, le brigantesse infuocano e dividono gli animi.

Quando Garibaldi, tra il 1859 e il 1861, condusse campagne militari nel sud della Penisola con l'obiettivo di unificare l'Italia venne osannato come eroe dai liberali, ma quella che per loro era una "nobile impresa" era, al contempo, per i conservatori e gran parte della Chiesa, "un atto di pirateria" commesso e reiterato da "un'orda di briganti". Al di là delle interpretazioni intellettuali appare verosimile che non tutti gli uomini al seguito di Garibaldi fossero degli stinchi di santo, è probabile che alcuni abbiano vessato la popolazione al loro passaggio ed è il desiderio di riprendersi la propria vita e la propria dignità, più che non una motivazione politico-filosofica, ad aver spinto molti uomini del sud verso la ribellione ed il brigantaggio. E con loro, per amore o per vendetta, si nascosero nei boschi e si votarono alla battaglia anche numerose donne.

La bella Michelina De Cesare è forse una delle più famose brigantesse: nata nel 1841 nell'odierna provincia di Caserta, allora provincia di Terra di Lavoro, Michelina ebbe un'infanzia tutt'altro che spensierata, dedicandosi ben presto insieme al fratello a piccoli furti; sposatasi nel 1861, rimase vedova l'anno successivo e sempre nel 1862 conobbe Francesco Guerra, ex soldato del Regno Borbonico che rifiutò di unirsi alle armate del nuovo Stato e si diede alla macchia. Michelina e Francesco divennero amanti - secondo alcune carte processuali del 1865 si sposarono in segreto - e la giovane fu in tutto e per tutto compagna del suo uomo, affiancandolo nelle missioni di guerriglia e conquistando sul campo un ruolo di spicco all'interno dei briganti; di questo si ha testimonianza negli atti d'interrogatorio del brigante Domenico Compagnone, che, catturato, dichiarò: "La banda è composta in tutto da 21 individui, comprese le due donne che stanno assieme a Fuoco e Guerra, delle quali quella di Guerra è anch'essa armata di fucile a due colpi e di pistola. Della banda, solo i capi sono armati di fucili a due colpi e di pistole, ad eccezione dei due capi suddetti che tengono i revolvers". Le armi portate da Michelina testimoniano dunque il ruolo di spicco da lei conquistato nella banda, banda che venne tradita e cadde in un agguato, venendo catturata nel 1868 dal generale Emilio Pallavicini di Priola.
La brigantessa Maria Lucia Dinella
Violentata e malmenata, Michelina vene uccisa come tutti gli altri briganti catturati e, denudata, venne esposta con gli altri cadaveri nella piazza di Mignano Monte Lungo (Caserta), a monito della popolazione locale. Chi non assistette alla macabra manifestazione potè comunque "essere ammonito" dall'immagine, scattata da un fotografo al servizio della propaganda sabauda, che la ritrae morta, con viso e corpo tumefatti.

E' una storia d'amore e di vendetta, invece, quella di Elisabetta Blasucci, una storia che si fonde nella leggenda sin dalla sua nascita che, da alcuni, viene collocata a Ruvo di Puglia e da altri a San Severo. Elisabetta era una giovane donna contadina, sposa innamorata del suo uomo con il quale condivideva le fatiche dei campi e le piccole gioie del quotidiano, e quando il soldato piemontese Alfredo Cosso le ammazzò il marito per futili motivi di gioco lei non ebbe dubbi: quell'uomo doveva morire. Lo uccise, quell'invasore che le aveva rubato l'amore, e si trovò a cercare di ricostruirsi una vita nei boschi, dove si unì alla banda dei briganti, diventando ben presto fidata consigliera del capo. Per alcuni il tempo lenì le ferite, per altri la comune lotta divampò in passione, ma tutti concordano nell'affermare che la vendicativa Elisabetta e l'indomito Giovanni Libertone divennero amanti, uniti nella vita e votati alla morte in battaglia.

Vicenda di ben altro genere è quella di Filomena Pennacchio, altra brigantessa pugliese: sposata giovanissima ad un uomo geloso e violento di Foggia, la ragazza un giorno si ribellò alle percosse ed uccise il marito, conficcandogli uno spillone d'argento in gola. Fuggita per evitare l'arresto, Filomena si unì alla banda di Francesco Schiavone, diventandone ben presto l'amante ed affiancandolo nella lotta armata contro l'esercito ed i simpatizzanti del Regno d'Italia. Donna forte e all'occorrenza spietata, seppe conquistarsi l'ammirazione degli altri briganti distinguendosi in battaglia e partecipando attivamente anche alle azioni più cruente, come quella del 4 luglio 1863 in località Sferracavallo quando assalirono ed uccisero dieci soldati italiani. L'anno successivo Schiavone venne tradito, catturato e condannato a morte per fucilazione; Filomena, incinta e distrutta dal dolore, si arrese e venne condannata a 20 anni di carcere e lavori forzati (poi ridotti a 7).
Non "drude", come venivano definite dai piemontesi in tono spregiativo, donnacce di facili costumi a disposizione dell'intera banda di briganti, ma consigliere dei capi il cui intuito ed acume strategico veniva tenuto in grande considerazione, almeno quanto il loro coraggio nella battaglia.

Per approfondire:

martedì 12 febbraio 2013

Addio a Keiko Fukuda, la signora dello Judo


A chi non ama le arti marziali probabilmente il nome Keiko Fukuda dirà poco o niente, sebbene questa minuta signora giapponese abbia segnato la storia delle donne tracciando un sentiero mai percorso prima: è stata lei, infatti, la prima donna al mondo a conseguire il decimo Dan nello Judo Kodokan. Un'eccellenza paragonabile a quella di Rita Levi Montalcini: una vita interamente spesa per la propria passione, per la divulgazione e l'insegnamento, l'una impegnata anima e corpo nella scienza, l'altra nello Judo.

A differenza della grande scienziata italiana, però, i meriti di Keiko sono stati riconosciuti molto tardivamente: lei ha impiegato l'intera vita per raggiungere quello che, a molti uomini, è stato concesso infinitamente prima, a cominciare dal grado di Maestro. Nata nell'aprile del 1913, Keiko ha iniziato a praticare lo Judo negli anni '30 direttamente sotto la guida del Maestro Fondatore Kano Jigoro e a questa disciplina ha dedicato la sua intera esistenza, rinunciando al matrimonio e a costruirsi una famiglia: una scelta difficile per molti, assoluta e per molti versi incomprensibile ed inaccettabile per una donna giapponese dell'epoca.

Lei però non si è mai voluta arrendere, ha sempre combattuto dentro e fuori dal tatami, arrivando anche ad espatriare per raggiungere gli Stati Uniti ed iniziare anche lì, dal capo opposto del mondo, ad insegnare lo Judo. Perchè un amore come il suo non poteva starsene racchiuso ma andava espanso, allargato e condiviso con quante più persone possibile.

Quando ha compiuto 88 anni i suoi allievi, certi del valore della propria insegnante, hanno dato il via ad una petizione affinchè i vertici mondiali dello Judo le concedessero un avanzamento di grado, ma non ottennero nulla: fu loro risposto che nessuna donna, mai, nella storia della disciplina aveva raggiunto il decimo Dan e che non c'era motivo che le cose cambiassero. Un esito che scosse gli allievi, ma non stupì la diretta interessata che aveva già avuto modo di sperimentare sulla propria pelle il sessismo, restando bloccata al quinto Dan per la bellezza di trent'anni. 
Il tanto sospirato - e meritato - riconoscimento arrivò finalmente nell'estate 2011 quando la U.S. Judo Federation la insignì del decimo Dan mentre la Maestra Fukuda, ormai ultranovantenne, continuava a fare ciò che aveva sempre fatto, presiedendo, tre volte a settimana, le lezioni nella sua Scuola di Judo aperta a San Francisco, ripetendo alle sue allieve: "Sii forte, sii gentile, sii bellissima", insegnamento che è divenuto anche il filo conduttore di un documentario realizzato sulla figura di questa donna straordinaria di cui trovate qui di seguito un estratto.



Lo scorso sabato 9 febbraio la Maestra Keiko Fukuda si è spenta a San Francisco. Non sono trapelate indiscrezioni circa la sua morte, ma a noi piace immaginare che si sia spenta serenamente; forte, gentile e bellissima come era stata per tutta la sua lunga vita.

domenica 1 luglio 2012

Budicca, la regina guerriera dei Celti che fece tremare Roma


"Una donna molto alta e dall'aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in massa sui fianchi. Quanto all'abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d'oro e una tunica variopinta. Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse": con queste parole Cassio Dione Cocceiano descrive, nella sua "Storia romana", la regina guerriera Budicca, la donna celta che guidò la più grande rivolta anti romana in quella che è l'odierna Gran Bretagna.

Di questa regina guerriera parla anche Tacito, grazie al quale ci sono pervenute le maggiori notizie circa la vita di questa combattente che osò contrastare la potenza di Roma. 
Pare che Boudica - questa sarebbe la forma corretta del nome, derivante dalla parola celtica "bouda" che significa "vittoria" - fosse di famiglia nobile e che venne data in moglie al re degli Iceni Prasutago; gli Iceni erano una tribù celta stanziata in quella che oggi è la contea di Norfolk ed il re Prasutago era filo-romano. Secondo consuetudine, alla morte del sovrano il regno avrebbe dovuto passare in eredità a Roma, ma Prasutago tentò invece di preservare la propria casata designando quali eredi le due figlie avute dal matrimonio con la regina Boudica, che avrebbero dovuto regnare insieme all'imperatore romano.

Nel 61 d.C., quando il re morì, i romani ignorarono le sue volontà testamentarie - anche perchè il diritto romano riconosceva validità all'eredità solo per linea maschile - e sotto la guida del procuratore Catone Deciano si impadronirono del territorio iceno: terre e proprietà vennero confiscate ed i nobili iceni furono trattati come se fossero stati conquistati, venendo di fatto equiparati agli schiavi. Quando la regina protestò, avanzando i propri diritti, per tutta risposta venne fatta prigioniera dai romani, che la umiliarono pubblicamente denudandola e frustandola, mentre entrambe le giovani figlie vennero più volte violentate dai soldati di Catone Deciano.

Furente ed umiliata, la regina non soltanto prese le redini dell'esercito del marito defunto, scendendo lei stessa in prima linea sul campo di battaglia, ma riuscì ad ottenere la fiducia e l'appoggio di Galli, Britanni, Trinovanti, Siluri ed altre tribù minori, sia sull'isola oggi nota come Gran Bretagna sia sulle coste oltremare. Il primo obiettivo dei Celti in rivolta fu la colonia romana di Camulodunum, oggi Colchester, nella quale i soldati imperiali avevano trattato con particolare durezza la popolazione sottomessa. 
Alla testa di 120.000 guerrieri - numero che includeva anche donne e ragazzini combattenti - Budicca mosse verso Camulodum, dove l'odiato Catone Deciano stava al riparo delle mura con un manipolo di 5.000 romani. Il procuratore sottovalutò enormemente l'avanzata della regina guerriera e dei suoi seguaci, tanto che iniziò ad edificare un tempio dedicato all'imperatore Claudio invece di rafforzare le difese cittadine: un errore strategico che si rivelò fatale e che fece infuriare ancora di più la sovrana, avvisata da un esploratore circa la costruzione del tempio imperiale.


Giunta alle porte di Colchester, Boudica rimase sconcertata: sulle mura uno sparuto gruppetto di soldati romani pareva voler arrestare l'orda scagliando qualche freccia. Possibile che quella fosse la difesa imperiale? 
Dopo un primo momento di disorientamento, nel corso del quale la regina si aspettava una qualche tattica difensiva a sorpresa che avrebbe visto soldati romani sbucare dai lati e da dietro, Boudica si rese invece conto che non accadeva nulla e diede l'ordine di attaccare: un decimo dei suoi uomini fu sufficiente per abbattere le difese romane, penetrare nella città e giungere fino al tempio, ancora in fase di costruzione, dove si trovavano i pochi soldati della VIIII Hispana a difesa della colonia.

Fermamente decisa a vendicare la morte del marito - causata dal procuratore Catone Deciano - e lo stupro delle figlie, ricolma del desiderio di lavare nel sangue nemico l'offesa subìta e la noncuranza romana, Budicca alla testa dei suoi combattenti compì una vera e propria strage. Secondo le cronache giunte fino a noi, pare che persino i ragazzini Celti si accanirono contro i Romani sconfitti e che fu proprio la regina combattente ad uccidere il nemico giurato Deciano, ignorando le sue richieste di pietà: impugnata la propria lancia, trafisse lo sconfitto procuratore romano e ne impalò poi la testa sulle mura, in modo che chiunque la potesse vedere. Stanchi dei torti subìti dai Romani, gli Iceni e le altre tribù celtiche rasero letteralmente al suolo Camulodunum e proseguirono poi la propria ribellione contro gli invasori, mettendo a ferro e fuoco Londinium - la Londra dei giorni nostri - abbandonata al proprio destino dal proconsole Gaio Svetonio Paolino, che era impegnato con il grosso delle truppe altrove, nel tentativo di sedare la rivolta dei druidi e non aveva lasciato in città soldati sufficienti per fronteggiare l'orda barbarica.

La vendicativa avanzata della regina guerriera proseguì così fino alla conquista di Verulanium (oggi St Albans, nell'Hertfordshire), lasciando sul campo di battaglia circa 70.000 Romani. Paolino, però, riorganizzate le truppe, si preparò allo scontro decisivo con la condottiera celta, che avvenne nei pressi delle sponde del fiume Anker: qui i Romani, sebbene fossero molto inferiori numericamente, seppero sfruttare al meglio la propria superiorità tattica ed inflissero una dura sconfitta ai ribelli in quella che passò alla storia con il nome di battaglia di Watling Street. Budicca preferì la morte al pensiero di una nuova pubblica umiliazione e si avvelenò.

I racconti delle gesta della regina guerriera superarono i confini delle terre degli Iceni e si diffusero nelle colonie dell'Impero Romano, la storia della sua ribellione divenne famosa come la più grande sollevazione anti romana della Gran Bretagna ed il nome di Boudica passò di bocca in bocca, tanto che se ne trovano diverse varianti nei manoscritti medioevali giunti fino a noi e in svariate iscrizioni: in Lusitania - corrispondente circa al Portogallo odierno - si parla di Boudica mentre a Bordeaux, in Francia, il suo nome appare come Boudiga e nella nativa Britannia compare la variante di Bodicca
La statua in onore di Boudica, a Westminster
Comunque venga scritto il suo nome, ad ogni modo, appare evidente che la radice celtica "bouda" abbia profondamente influenzato la storia di questa donna, che davvero fu "vittoriosa" e che viene ancora oggi celebrata da una statua, eretta a Westminster.
Delle sue gesta parla anche il libro, tra storia e fantasy, "La dea della guerra" di Marion Zimmer Bradley. 




giovedì 7 giugno 2012

Non solo geishe: il Giappone delle donne guerriero


La letteratura e, di rimando, la cinematografia ci hanno spesso proposto l'immagine della donna giapponese in qualità di geisha: un ruolo molto sovente travisato dagli occidentali, che hanno assimilato queste fanciulle all'equivalente nostrano delle prostitute d'alto bordo. 

In realtà la geisha non trova nulla di simile nel mondo occidentale, ma non è di questo che intendo parlare in questo post, bensì della molto meno nota onna-bugeisha: la donna samurai
Durante la travagliata era dei samurai, quello che è l'odierno Giappone era spesso scosso da violente guerre interne e rivolte; compito principale della donna era quello di badare alla casa durante l'assenza del marito samurai e, nell'accezione di "badare", non rientravano soltanto la cura dei figli e l'amministrazione dei beni domestici, ma anche quello di vera e propria difesa della casa da ladri e invasori.

Cresciute secondo i valori dell'umiltà, dell'ubbidienza, dell'auto controllo e della lealtà, queste donne guerriere della classe samurai venivano anche addestrate nell'uso di una lunga arma chiamata naginata e di uno speciale coltello, il kaiken. Esperte nell'arte marziale chiamata Tantojutsu, una rapidissima quanto violenta lotta con i coltelli, queste combattenti venivano addestrate sin da giovanissime e diventavano samurai molto agili e veloci, capaci di avere la meglio anche contro avversari temibili come malviventi e ladri.

Pur appartenendo ad una delle classi sociali più elevate dell'antica società nipponica, le donne samurai erano comunque subordinate agli uomini; questo non impedì tuttavia il loro attivo impegno nelle battaglie: durante il periodo feudale furono molte le mogli, ma anche le vedove e le figlie più ribelli della classe bushi - quella dei samurai - a scendere in battaglia per difendere i possedimenti del loro signore ed il proprio onore. La onna-bugeisha era tenuta in grande considerazione nei villaggi e spesso considerata una vera e propria eroina che difendeva la popolazione laddove mancavano uomini combattenti, impegnati altrove in battaglia.

A metà strada tra storia e leggenda si trova l'Imperatrice Jingu, vissuta all'incirca tra il 169 e il 269 a.C., che si narra guidò l'invasione della Corea nel 200 a.C. come onna-bugeisha, dopo che il marito, l'Imperatore Chuai, venne ucciso in battaglia. Narra la leggenda che Jingu fosse tanto letale che riuscì a condurre l'esercito verso la conquista della Corea senza mai restare ferita in battaglia, senza versare neppure una goccia del proprio sangue. Sebbene la sua reale esistenza storica non sia ancora stata provata con certezza e i racconti delle sue gesta sfumino spesso nel mito, l'Imperatrice Jingu fu la prima donna il cui ritratto comparve stampato su una banconota giapponese.

Molti secoli dopo, sul finire del 1100, un'altra donna guerriera entrò di prepotenza nella travagliata storia del Giappone: Tomoe Gozen, moglie di Minamoto Yoshinaka, divenne famosa per la sua abilità con arco e frecce e per il suo indomito coraggio. Dai racconti Heike Monogatari (romanzo epico giapponese del XIV secolo, di autore anonimo, che riprende storie prima trasmesse oralmente, è basato sugli scontri che videro contrapposti i clan Taira - o Heike - e Minamoto), che narrano le gesta dei samurai nel corso della Guerra Genpei (1180 - 1185), la figura di Tomoe Gozen emerge con vigore: pelle chiara e lunghi capelli neri, questa donna samurai si lanciava in battaglia accanto al marito, cavalcando un cavallo bianco e dimostrando un'abilità guerriera e un coraggio del tutto equiparabili - quando non superiori - a quelli degli uomini.

Anche quando l'era dei samurai era ormai inesorabilmente tramontata, alcune donne guerriere entrarono nella storia del Giappone per il loro coraggio e per il senso dell'onore: più vicina ai giorni nostri è ad esempio Nakano Takeko, onna-bugeisha vissuta nel 1800 che, nel corso della Battaglia di Aizu (1868, una delle più cruente battaglie della Guerra Boshin), combattè con la naginata e venne messa a capo di uno speciale corpo d'assalto femminile "irregolare", dal momento che il signore Aizu non permise loro di unirsi all'esercito regolare. 
Mentre guidava un attacco contro l'Esercito Imperiale Giapponese venne colpita al petto da una pallottola e, pur di evitare che il nemico avesse la sua testa e potesse esibirla come trofeo, chiese a sua sorella Yuko di decapitarla e seppellirla; la sorella eseguì l'ordine e i resti di Nakano Takeko vennero sepolti presso il Tempio Hokai-ji, l'odierno Aizubange, dove venne in seguito eretto un monumento in memoria di questa donna guerriero. 
Ancora oggi, nel corso dell'annuale Festival d'Autunno Aizu, un gruppo di giovani donne indossa l'hakama e cerchietti di stoffa bianchi, impugna la naginata e prende parte alla processione che ricorda le gesta di Nakano Takeko e del suo manipolo di indomite guerriere.

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