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domenica 21 luglio 2019

Peppermint, vendetta per amore

La vicenda non è nuova: quando la giustizia si mostra ingiusta, quando la legge protegge i fuorilegge, chi ha subito dolori indicibili e perdite inumane abbandona l'umanità, sceglie di divenire eroe. 
Che si tratti del celeberrimo Batman o del pacifico insegnante Gerard, il sottile confine tra comune cittadino ed angelo vendicatore si dissolve come nebbia quando la legge morale decide di non soggiacere alla legge scritta degli uomini. E questa diatriba etica, il dilemma se sia più giusto accettare la legge od opporvisi quando questa ci scuote l'animo con la propria ingiustizia, avvince il genere umano fin dai tempi della prima messa in scena di "Antigone", attorno al 440 a.C. 
In "Peppermint" non si trova una storia nuova, dunque. No. Ma ciò non toglie che si tratti di un bel film, ricco di colpi di scena e di... colpi marziali.

Fin dalle primissime scene il regista - lo stesso di Taken, Pierre Morel - mette ben in chiaro che nulla sarà come sembra ed infatti la vicenda di questo film di fine 2018 si sviluppa senza mai cadere nel banale o nello scontato, nonostante la trama di base non certo innovativa.
A vestire i panni dell'angelo vendicatore Riley North è Jennifer Garner, attrice non nuova agli action movie e che studiò Taekwondo ed arti marziali fin dai tempi dei suoi primi ruoli in Alias, così da essere più credibile e poter rinunciare, per quanto possibile, ad una controfigura. Ancora una volta, dunque, si assiste alla plateale dimostrazione del fatto che, se vuoi che un film d'azione risulti ben fatto, senza la necessità di ricorrere ad inquadrature da mal di mare, la scelta migliore è quella di affidare i ruoli di picchiatori a chi a botte sa fare davvero, almeno nelle nozioni di base.
Anche nella lavorazione di questo film - come già in Daredavil ed Elektra - la Garner si è avvalsa della stunt (ed amica, dopo lunga e collaudata collaborazione) Shauna Duggins, ma, inutile negarlo, quando una fisicità marziale c'è emerge nelle riprese.
La Duggins, dal canto suo, può vantare un curriculum che la vede stunt di Charlize Theron, Cameron Diaz ed Anne Hathaway, tanto per nominarne alcune, ed è stata anche nominata agli Emmy nel 2018 come coordinatrice delle controfigure: una professionista coi fiocchi, insomma.

"Peppermint" è un buon film d'azione, ben diretto e con valide tecniche di combattimento, verosimili ed applicabili - spoiler alert: ottimo il disarmo con leva articolare sfruttando il muro - una visione godibilissima e certo non banale, una buona prova di recitazione e di regia. 

domenica 11 febbraio 2018

Un San Valentino... insolito.

Già in passato avevo consigliato dei film per San Valentino, alcuni italiani, altri internazionali. 

Questo, però, è un film che consiglio perché è decisamente nelle mie corde, per così dire. 
"Come ti ammazzo il bodyguard" (titolo originale: "The hitman's bodyguard") viene definito action-comedy, così come "Innocenti bugie" di cui avevo già scritto in passato e, proprio come quest'altro film, ha tutti gli ingredienti necessari per piacermi: c'è la storia d'amore - qui ce ne sono due, per la verità, dal momento che entrambi i protagonisti hanno una donna che fa battere loro il cuore - c'è l'ironia, c'è l'azione... Insomma, l'avrete capito: se volete gustarvi un film romantico ma non melenso, che sia adrenalinico e possa piacere anche vostro lui, questo potrebbe fare al caso vostro.

Micheal Bryce (Ryan Reynolds) è una guardia del corpo impeccabile, da tripla A, come ama definirsi lui stesso: pianifica ogni azione con precisione quasi maniacale, mette la sicurezza del cliente sopra ad ogni cosa, conosce il suo lavoro e vi si dedica con grande passione e coinvolgimento. La sua vita è perfetta: un lavoro che ama e nel quale eccelle, una buona quantità di soldi, una donna splendida e che ama al suo fianco (Elodie Young).
Tutto meraviglioso fino a quando il killer professionista Darius Kincaid (Samuel L. Jackson) non gli accoppa un cliente sotto il naso, ad incarico ormai concluso, facendolo precipitare nella disperazione e al più infimo gradino del personale addetto alla sicurezza. 
Ovviamente, anche la sua storia d'amore naufraga.
Riuscite ad immaginare la sua gioia quando, due anni dopo, l'ex fidanzata ed agente dell'Interpol - il cui numero di telefono lui ha salvato nell'agenda dello smartphone come Male Assoluto - lo contatta affinché lo aiuti a far giungere sano e salvo fino al tribunale dell'Aja proprio il killer che gli ha rovinato la vita?
Micheal e Darius non potrebbero essere più diversi: uno protegge le persone, l'altro le ammazza dietro compenso; uno è meticoloso e pianificatore, l'altro è impulsivo ed istintivo; uno è innamorato di un'agente dell'Interpol, l'altro di una cameriera che ha ammazzato un paio di tizi che l'avevano importunata troppo pesantemente. 
Eppure, come Yin e Yang, si completano e si equilibrano. Fino al felice epilogo, che giunge dopo una buona dose di sparatorie, inseguimenti mozzafiato, lotte corpo a corpo e battute a non finire. 

"Come sei stato romantico a evadere per il nostro anniversario, mi amor!"
Cosa c'è di più romantico che ballare abbracciati, in un bar
malfamato mentre infuria una rissa ed il locale va a fuoco?...
La trama, che potrebbe sembrare banale ad una prima, sommaria occhiata, in realtà non lo è: (spoiler alert!) gli uomini uccisi da Darius non erano mai meno che criminali, mentre quelli salvati da Micheal il più delle volte avevano una condotta non proprio esemplare ed una morale quantomeno dubbia; ce n'è abbastanza per porsi qualche domanda sul bene e sul male, soprattutto se si prende in considerazione la storia di Darius, che viene svelata soltanto negli ultimi minuti. (Fine spoiler)

Dal punto di vista marziale, le tecniche sono realistiche, sebbene velocizzate ed esasperate come in ogni buona americanata che si rispetti, ma nel giusto quantitativo e ad una velocità umana sarebbero applicabili. Per intenderci, non c'è gente che sferra pugni mentre vola. E, credetemi, già questo è un buon motivo per apprezzare il film. 
Ci sono leve articolari, proiezioni, oltre, naturalmente, a calci e pugni, ginocchiate e gomitate... Sonia, l'adorabile mogliettina di Kincaid (Salma Hayek) oltre a prendere a bottigliate nella carotide i suoi assalitori si esibisce in un paio di leve niente male ed esegue un'arm-bar davvero pregevole.
Tutto merito della combriccola di stunt capitanata da Kevin Beard, perché pare che né Samuel L. Jackson, né Ryan Reynolds e neppure Elodie Young né Salma Hayek pratichino arti marziali o sport da combattimento. Peccato. Ma il film è comunque godibilissimo e decisamente consigliato.

domenica 27 agosto 2017

Allied: breve storia triste


Film del 2016 (quello che, se non ricordo male i gossip d'epoca, portò alla cornificazione della Jolie ed al successivo crollo del brand Brangelina) la cui visione mi è stata sommamente raccomandata.

Io: "Non mi piace Brad Pitt" (il quale, per inciso, è l'interprete principale. Mai piaciuto, 'sto biondino slavato, fin dai tempi di Friends).

Lui: "Oh, ma la storia è bellissima!".

Io: "Ma non mi piacciono i film di guerra" (film interamente ambientato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, eccezion fatta per gli ultimi due minuti, forse, scarsi).

Lui: "Non è proprio guerra, c'è la storia d'amore e di spionaggio".

Io: "Ma almeno c'è il lieto fine?".

Lui: "Guardalo, fidati!".

Risultato: due preziosissime ore della mia vita buttate nel cesso.
Fine della breve storia triste.

sabato 29 luglio 2017

Il diritto di contare. Donne, nere, alla conquista dei diritti umani e dello spazio

Pioniere. Come Colombo o Curie, Röntegn o Amundsen
Sul finire degli anni '50 negli Stati Uniti si respirava aria tesa. La fine della Seconda Guerra mondiale aveva portato alla nascita, di fatto, di due super potenze globali, che si spiavano l'un l'altra con sospetto da una parte all'altra della cortina di ferro e che rivaleggiavano nella corsa agli armamenti e nella conquista dello spazio.

Se tralasciamo gli abiti favolosi (che indosserei ben volentieri anche oggi, scarpe incluse), non era un periodo facile neppure per le donne, che smettevano i panni di reginetta del focolare, rifiutavano il ruolo di figlia prima e di moglie e madre poi e, lottando e sgomitando, cercavano di farsi strada in un mondo del lavoro ancora tutto declinato al maschile.
E se la situazione non era facile per le donne in genere, immaginate come poteva esserlo per le donne di colore in uno Stato del Sud come la Virginia.
Eppure è proprio in questi anni a cavallo tra il 1950 ed il 1960 che tre donne intelligenti, coraggiose e testarde cambiano la Storia, dando un nuovo corso a quella che era la realtà delle donne, delle persone di colore e dell'esplorazione spaziale.

Mary Jackson in una foto d'epoca
Basato su una storia vera, "Il diritto di contare" racconta la vicenda, le lotte e le vittorie di Katherine Johnson (interpretata da Taraji P. Henson), la matematica affascinata dai numeri, di Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), responsabile ufficiosa del gruppo di calcolo di donne afroamericane, e di Mary Jackson (Janelle Monae), combattiva signora col pallino per l'ingegneria. 
Queste tre donne, amiche e colleghe al centro di ricerca NASA di Langley, contribuirono in modo significativo al successo della missione di John Glenn, primo astronauta ad orbitare intorno alla Terra, e, di conseguenza, i loro nomi vengono oggi giustamente annoverati tra quelli che hanno contribuito a portare l'uomo nello spazio. 
Pioniere, loro, dei diritti civili delle donne e delle persone di colore così come pionieri sono stati gli uomini e le donne che si sono spinti oltre, nelle esplorazioni geografiche o nella ricerca scientifica, nelle missioni spaziali o nella medicina. Katherine Johnson contribuì, coi suoi calcoli, al felice rientro in atmosfera del comandante John Glenn, Dorothy Vaughan divenne la prima manager afroamericana della NASA e Mary Jackson fu la prima donna ingegnere di colore alla NASA.
Pioniere, donne e combattenti, lasciarono pietre miliari lungo il cammino dell'umanità verso un mondo davvero equo e contribuirono a portare diritti ed uguaglianza oltre i confini, ormai divenuti piccini, del pianeta Terra. 

Il film, con tre candidature all'Oscar, vanta un cast che annovera, oltre alle protagoniste, Kevin Costner nei panni di Al Harris - il capo non esistito nella realtà, mera invenzione cinematografica  - Kirsten Dunst, alias Vivian Mitchell - lei pure inventata, incarnazione di una serie di atteggiamenti razzisti eppure ritenuti normali in quei giorni, in quei luoghi - e Jim Parsons che veste i panni di Paul Stafford, stronzetto, saputello e misogino scienziato che fa ripensare al dottor Sheldon Cooper che gli ha dato notorietà. "Il diritto di contare" racconta una storia dura e vera senza scadere nella retorica e senza affogare nella melassa. Da vedere. 

Per approfondire:
- Katherine Johnson - NASA (in inglese)
- Dorothy Vaughan - NASA (in inglese)
- Mary Jackson - NASA (in inglese) 
- John Glenn - NASA (in inglese) 

martedì 25 aprile 2017

Maratona Star Wars: due giorni da regina dei nerd!

Un paio di giorni di vacanza a nostra disposizione, cielo grigio e basse temperature. Che fare? Semplice: liberiamo il nerd che è in noi!

E' così che è scattata l'ora x della "Maratona Star Wars": io, lui, il divano e, sporadicamente, pure il gatto davanti allo schermo a guardare quasi ininterrottamente l'intera saga di Guerre Stellari. Con pause per soddisfare gli insopprimibili bisogni fisiologici e poco altro, come potete ben immaginare: si tratta di una trilogia di film originali, una trilogia di prequel, uno spin-off ed un sequel, per un totale di otto film, ciascuno dei quali della durata di un paio d'ore.

Una visione in ordine logico - non cronologico di realizzazione e di uscita nelle sale cinematografiche - iniziata da quando, in una galassia lontana lontana, il giovane padawan Obi Wan Kenobi si assume il compito, affidatogli dal proprio maestro Jedi, di proteggere ed addestrare il piccolo Anakin Skywalker, sino alla caduta dell'Impero ed oltre ancora, fino alla (deludentissima) comparsa di Kylo Ren, aspirante signore del Primo Ordine ma privo di forza e della Forza di chi lo aveva preceduto.
Puxi, ambasciatore del pianeta Meow,
osserva la Principessa Leila
Una maratona che ha incluso anche la visione dello spin-off Rogue One, collocato tra "La vendetta dei Sith" e "Guerre Stellari", a parer mio di gran lunga migliore rispetto all'attuale ultimo capitolo della saga "Il risveglio della Forza". Merito anche della presenza, di indubbio spessore, di Donnie Yen, già più volte ammirato per la sua abilità in svariati film marziali (a cominciare dalla saga incentrata sulla vita del Maestro Ip Man) e, in Rogue One, monaco cieco e baluardo di una Forza che pare sul punto di soccombere al male.

Questa saga ha tutti gli ingredienti necessari per avvincere, a cominciare dalla lotta tra il bene ed il male, che in Star Wars vede schierati su fronti avversi Sith e Jedi, Impero e Ribelli.
Altra lotta da sempre al centro di miti e leggende, quella generazionale che il figlio si trova a vivere col proprio padre e che, fin dai tempi dei mitici Crono e Zeus, sfocia nel drammatico epilogo del parricidio: duemilacinquecento anni, più o meno, di dramma classico occidentale vengono qui trasposti non nello spazio sovrastante l'Olimpo greco, ma in quello siderale di una galassia lontana lontana.
E poi ci sono le storie d'amore, difficili e sofferte al punto giusto per coinvolgere gli spettatori ma non tanto sdolcinate da annoiare, ambientate tra le stelle o sulle sponde del lago più romantico di tutto l'universo (e dai, concedetemi un po' di sano campanilismo comasco!).
Le battaglie, poi, sono davvero adrenaliniche: che si tratti di inseguimenti e sparatorie tra navi spaziali o di duelli con la spada laser, non c'è scontro che non conquisti ed incolli lo spettatore alla poltrona.
Per quanto mi riguarda, infine, forse non è neppure necessario sottolineare quanto questa saga sia t'ienshuica! Yin e Yang permeano l'intera vicenda (sebbene nella saga non vengano chiamati così, ma concettualmente quello sono i due volti della Forza) e solo l'equilibrio riporterà la pace; rabbia, odio e paura conducono alla rovina; i buoni non attaccano mai per primi, ma si difendono e combattono affinché ritornino la giustizia e la pace; tutti gli esseri viventi sono tra loro connessi intimamente... e potrei scovare riferimenti e citazioni a dozzine in ogni episodio!

domenica 19 marzo 2017

V per Vendetta

Premessa doverosa quanto necessaria per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti: ho visto questo film senza aver mai letto il fumetto dal quale la vicenda è tratta.
Il rischio che si corre sempre, trasponendo su pellicola un'opera letteraria, è quello di non essere aderenti all'originale e credo che questo non valga soltanto per i romanzi, ma anche per i fumetti; sappiate, dunque, che, non avendo mai letto io questi specifici albi, non mi addentrerò nell'insidioso terreno del paragone.

In una Gran Bretagna alternativa, in cui il potere è accentrato nelle mani di un regime totalitario, un uomo misterioso dal volto celato da una maschera e dal passato oscuro si muove silenzioso e letale, salvo poi dare libero sfogo alla propria sete di vendetta con delle particolari quanto devastanti "percussioni", esplosioni che seguono il ritmo dettato dall'Ouverture 1812 di Cajkovskij.
Il suo viso è nascosto dietro le false fattezze di Guy Fawkes, cospiratore britannico che nel XII secolo cercò di far saltare in aria il Parlamento, ed anche il suo nome è misterioso: lui è semplicemente V.
La giovane Evey Hammond (Natalie Portman) vive a Londra e lavora per l'emittente tv locale; è consapevole, come molti, dell'enorme quantità di panzane che questo mezzo d'informazione - l'unico mezzo d'informazione - rifili ai cittadini e, come molti, per quieto vivere, finge di non sapere.
Una sera, mentre cammina per strada dopo aver infranto il coprifuoco, Evey viene salvata da V e da quel momento le vite dei due si intrecciano indissolubilmente.

Dal punto di vista marziale, "V per vendetta" è coinvolgente, con un ritmo incalzante e per lo più credibile (sebbene ceda talvolta alla tentazione dell'eccesso, ma, che diamine!, si tratta pur sempre di un fumetto!): merito di David Leitch, controfigura di Hugo Weaving per le scene d'azione.
Leitch, fin da bambino appassionato di arti marziali, che "studiava" nel garage di casa, si è poi formato presso la Dan Inosanto Academy mentre frequentava l'università e questo spiega la particolare predisposizione al JKD Kali che pare avere V, nonché la sua indiscussa abilità nell'utilizzo di spade e pugnali.

Un po' "La Bella e la Bestia", un pizzico de "Il Conte di Montecristo", una consistente quantità dal gusto di "1984", miscelando bene il tutto: "V per vendetta" potrebbe sembrare un minestrone ottenuto scopiazzando qua e là nella storia della letteratura, invece risulta essere un film originale e decisamente piacevole. A me, almeno, è piaciuto molto.
Ed un plauso va al cattivissimo Agente Smith di "Matrix", Hugo Weaving, qui sempre celato da una maschera eppure ottimo interprete, nonché al doppiatore Antonio Genna, capace di dare spessore e profondità ad un personaggio privo di volto.

martedì 31 gennaio 2017

Dragon Blade, quando i Romani andarono in Cina

Da italiana, da occidentale, scrivo queste parole con un po' d'amaro in bocca, ma non posso sottrarmi ad una verità innegabile: se volete scene d'azione veritiere e comprensibili, davvero godibili dal punto di vista marziale, è ad Oriente che occorre guardare. 
In Dragon Blade non c'è una sola scena d'azione - non una! - che non sia perfettamente comprensibile: la macchina da presa è ben salda, non c'è traccia di quegli odiosi ed insistenti tremolii che causano il mal di mare negli spettatori cui tanto spesso fanno ricorso i registi occidentali nel tentativo di occultare l'incapacità marziale degli interpreti. Qui gli attori combattono, straordinariamente bene, con tecniche che persino lo sguardo meno attento riesce a cogliere.
Il che significa che, per me, questo film, presentato al Far East Film Festival del 2015, parte già con tutti i presupposti per piacere. 
E non è casuale il fatto che io affermi che il film "parte", dal momento che già dalle prime scene si assiste ad un combattimento.

Ambientato nel 48 a.C., il film si basa su fatti storici realmente accaduti e si fonde con il mito sull'antica e pericolosa Via della Seta: qui i Guardiani, capeggiati dal comandante Huo An (Jackie Chan), hanno il compito di vigilare affinché le trentasei diverse nazioni che si affacciano e commerciano lungo questa sterminata via commerciale convivano in pace. 
Una pace che diviene ancora più fragile e precaria quando nel deserto fanno la propria comparsa il comandante Lucio (John Cusack) alla guida di una legione romana, in fuga con il piccolo console designato Publio e decisi ad impadronirsi della città che sorge al Cancello delle Oche Selvatiche, protetta da Huo An e dai suoi.

Godibilissimo dal punto di vista marziale, il film miscela storia e mito e, pertanto, alcune inesattezze ed esagerazioni fanno capolino qua e là, sia in fatto di dotazioni belliche sia in ambito di tecniche marziali.
La vicenda, ricca e ben approfondita in ogni suo aspetto, coinvolge anche lo spettatore che non ami particolarmente le arti marziali ed i film d'azione. È una storia di onore e di coraggio, di popoli che si scontrano e s'incontrano. Una storia che forse varrebbe la pena guardare di questi tempi per ricordare che i popoli si sono sempre mossi, le persone si sono sempre spostate e nessun muro è mai riuscito ad arginare l'umanità.



lunedì 14 novembre 2016

Zootropolis

Soltanto quando ho cercato nel blog un articolo relativo a questo film d'animazione, dopo che era stato insignito del prestigioso premio Hollywood Animation Award 2016, mi sono accorta con sgomento di non averlo ancora recensito.

Una mancanza imperdonabile! 
Non soltanto perché Zootropolis è un autentico gioiello dell'animazione in computer grafica - Disney, Pixar e Dreamworks ci hanno ormai da anni viziato in tal senso, realizzando prodotti sempre più stilisticamente apprezzabili e dalle ambientazioni verosimili - ma anche e soprattutto perché questo cartoon è forte di una trama consistente quanto avvincente, un "giallo" in piena regola, in cui non mancano - come sempre più spesso accade - importanti spunti di riflessione per gli adulti. 

I vecchi cartoni animati, considerati "roba da bambini", sono cresciuti e sono divenuti prodotti cinematografici a tutti gli effetti, non di rado affrontando tematiche di spessore. E' questo il caso di Zootropolis, in cui trovano spazio il legittimo desiderio di una realizzazione professionale in quanto individuo di valore, indipendentemente da sesso e prestanza fisica, le difficoltà di convivenza con il "diverso" (in qualunque modo si identifichi questa diversità), l'importanza che i mass media hanno nel veicolare le notizie, influenzando l'opinione pubblica, l'amicizia che sa superare pregiudizi e paure, la capacità di redenzione e miglioramento personale, passando anche per la gestione del potere politico e la critica delle lungaggini burocratiche.
Il tutto rimanendo però ironico e divertente, un prodotto godibilissimo per tutta la famiglia. 

Un successo di pubblico e di critica, quello riscosso da Zootropolis, cui si è accompagnato un trionfo economico, portandolo a diventare il secondo maggior film d'incasso mondiale per i Walt Disney Animation Studios (al primo posto, con la sconvolgente cifra di 1.274.219.009 dollari c'è "Frozen - Il regno di ghiaccio" e, tanto per dare qualche parametro di riferimento, il superclassico "Biancaneve e i sette nani" è soltanto decimo, con 418.200.000 dollari - certo, sono cambiati i tempi ed ora molta più gente va al cinema rispetto al 1938, anno d'uscita di Biancaneve, ma tant'è). 
Un successo a parer mio meritatissimo, al quale si aggiunge, ideale ciliegina sulla dolce torta di questo unanime consenso mondiale, il premio per il miglior film d'animazione dell'anno conferito ad Hollywood.

lunedì 17 ottobre 2016

La grande storia italiana debutta in tv con la fiction "I Medici"

C'è grande attesa per il debutto della serie tv "I Medici", nuova fiction targata Rai che verrà trasmessa sulla rete ammiraglia da martedì 18 ottobre.

E' il 1429 e a Firenze il banchiere Giovanni di Bicci de' Medici (Dustin Hoffman) è al culmine della propria realizzazione personale e professionale: il banco rilevato dallo zio ha avuto fortuna, aprendo nuove filiali anche nelle fiorenti città di Venezia, Napoli e Roma.
Proprio a Roma, grazie ad un importante accordo siglato con il Papa, l'amico Giovanni XXIII (nato Baldassarre Cossa e passato alla Storia come l'antipapa), riuscì ad assumere quasi interamente il monopolio delle entrate pontificie, acquisendo potere e prestigio.
Prerogative che non vennero meno neppure quando Papa Giovanni XXIII venne deposto nel 1415, in seguito al concilio di Costanza, e sostituito al soglio pontificio da Papa Eugenio VI (interpretato da David Bamber).

Sull'importanza che il capostipite della famiglia de' Medici ed i suoi figli Cosimo (Richard Madden) e Lorenzo (Stuart Martin), così come pure i discendenti, hanno avuto nella Storia d'Italia e dell'intero Rinascimento europeo c'è poco da dire; basti ricordare che il celeberrimo scritto "Il Principe" di Niccolò Machiavelli è dedicato a Lorenzo de' Medici e che Lorenzo, detto Il Magnifico, fu il più celebre mecenate del Rinascimento italiano, sostenendo artisti e letterati quali Botticelli, Michelangelo, Poliziano, Pico della Mirandola, Dante e Giotto.

La Storia differisce dalla narrazione televisiva: nella serie tv, infatti, Giovanni di Bicci viene assassinato ed i due figli Cosimo e Lorenzo indagano sull'avvelenamento, mantenendolo al contempo segreto. Una storia di intrighi e misteri, dunque, che si ripropone di tenere gli spettatori incollati davanti allo schermo per tutti gli otto episodi della fiction.
La Storia, quella vera e con la S maiuscola, cede il posto in diversi momenti alla pura narrazione di quello che è concepito per essere una sorta di giallo del passato, ma non che questo sia un male: in fondo, tanto lo sceneggiatore quanto il regista hanno più volte ribadito che non si tratta di un documentario, ma di una fiction e come tale va presa. 
E la Storia, quella vera e con la S maiuscola, non avrebbe fatto tanta presa in tv: difficile davvero paragonare l'autentico Cosimo de' Medici al fascinoso Richard Madden, nonostante la quasi maniacale attenzione per i dettagli, ad esempio.
(Il ritratto che vedete qui riprodotto, realizzato attorno al 1545 da Agnolo Bronzino, è ancora oggi esposto presso gli Uffizi di Firenze).

domenica 16 ottobre 2016

Ironclad: battle for blood

Forse avvicinarsi a questo mondo partendo dal secondo film della saga non è stata una buona idea.

Forse avrei dovuto vedere prima "Ironclad", conoscerne i personaggi, esplorarne le storie.
Ma in tv RaiMovie ha passato "Ironclad: battle for blood" ed io, che non sapevo che ci fosse un "episodio" precedente, l'ho guardato.
Belle le ambientazioni, ben ricostruiti i costumi, piuttosto apprezzabili attori e colonna sonora. Punto.
Finisce qui ciò che di buono posso dire su questa produzione di Jonathan English, che annovera tra i protagonisti persino Michelle Fairley, che ha recitato in "Game of Thrones".

Anno 1221, in Inghilterra i discendenti dei Normanni si trovano a fronteggiare gli indomiti Celti scozzesi, intenzionati a riprendersi le terre loro sottratte dagli inglesi. Gilbert De Vesci (David Rintoul), nobile inglese, si trova ad essere attaccato con la propria famiglia all'interno del castello ereditato dal padre ed invia il primogenito Hubert (Tom Rhys Harries) a chiedere l'aiuto del cugino Guy the Squire (Tom Austen), abile mercenario.
L'uomo, non per onore ma per vil denaro, accetta di seguire il ragazzo ed arruola nell'impresa un amico taciturno, una pluri omicida condannata a morte ed il boia che avrebbe dovuto eseguire la sentenza.

La trama mi è parsa prevedibile e piuttosto inconsistente; un sacco di morti a destra e a manca senza che nemmeno si possano apprezzare le scene di battaglia, dal momento che paiono girate da cameramen in preda al delirium tremens. 
Spade, stiletti, asce da battaglia le annovero tra i costumi già in precedenza menzionati come ben ricostruiti e storicamente verosimili. Niente da aggiungere, se non che ci sono mille modi per trascorrere in modo più piacevole o più produttivo 108 minuti.

venerdì 7 ottobre 2016

Pandorica

Verrà presentato l'11 ottobre negli Stati Uniti, ma nel frattempo "Pandorica" è già disponibile sul mercato europeo e, dopo qualche scambio di battute con l'attore Marc Zammit, ho avuto la possibilità di guardare questa produzione britannica (ovviamente in lingua inglese) che si appresta a varcare i confini oceanici.

Molto tempo fa, soltanto le comunità più isolate del pianeta sopravvissero, costrette a tornare ad uno stile di vita più semplice: questo evento è conosciuto come il Grande Reset.
Da allora sono passate intere generazioni.
La tribù dei Varosha si spinge raramente fuori dal proprio territorio. 
Tutti i bambini sono considerati possibili futuri capi, ma soltanto tre di loro, dopo duri allenamenti e selezioni, saranno scelti dagli anziani della tribù per affrontare, accompagnati dal capo regnante, un viaggio pericoloso e denso di difficoltà: soltanto uno di loro potrà fare ritorno a casa come nuovo leader.

Il film ha un ritmo molto veloce ed incalzante, sapientemente evidenziato da un'azzeccata base musicale, capace anche di creare la giusta tensione, e, prima ancora che il titolo faccia la sua comparsa sullo schermo, i tre aspiranti leader sono già impegnati in uno scontro fisico: quale incentivo migliore, per un'amante dell'azione come me?
Eiren (Jade Hobday), Ares (Marc Zammit) e Thade (Adam Bond) seguono e si scontrano, anche, con il capo Nus (Luke D'Silva), consapevoli di essere giunti al limitare della foresta per affrontare il loro destino, in un'avventura estrema che potrà concludersi solo con il trionfo. O la morte. 

Non voglio correre il rischio di spoiler internazionali, quindi mi limito a dire che a me "Pandorica" è piaciuto: senza bisogno di far ricorso agli effetti speciali tanto usati - spesso anche abusati nella cinematografia contemporanea - i protagonisti riescono, sotto l'abile direzione di Tom Paton, a dare spessore al racconto, che scorre via veloce e mai noioso.
Non originalissima ma comunque intrigante la trama, che ripropone un quesito dalla risposta non scontata: quali doti deve avere un leader per essere un buon leader? 

Rapidi e verosimili anche gli scontri, sempre corpo a corpo (con mia somma gioia!), che non offrono grandi tecnicismi ma richiamano, coerentemente, quello che potrebbe essere un sistema di lotta tribale: molto rapido e d'impatto.
Apprezzabile, da questo punto di vista, Jade Hobday: la sua Eiren è una credibilissima ragazzaccia pronta a dare filo da torcere agli avversari. Molto, molto criticabile a parer mio la scelta di disfarsi dei bastoni (più corti e sottili di quelli usati nel Kali, ndt) per lanciarsi in uno scontro a mani nude contro Nus: chi è piccolo farebbe bene a non rinunciare alle proprie armi per affrontare un avversario più imponente e, di norma, le donne sono più piccole degli uomini; Eiren non fa eccezione. Comunque, ognuno sceglie le proprie strategie di combattimento...

sabato 1 ottobre 2016

Captain America Civil War

Epico. Grandioso, titanico. O, per dirla alla Barney Stinson, leggen... non ti muovere... dario! "Captain America Civil War" è il fumettone Marvel elevato alla n.
E, per chi è nerd come me, un film simile è un invito a nozze.
Perché l'azione va a braccetto con gli effetti speciali e poco importa se la trama risulta a tratti un po' confusionaria e soltanto alla fine si riescono a mettere insieme tutti i pezzi, come in un colossale puzzle di cui si sia smarrita l'immagine originaria.
I "vecchi" supereroi ai quali ci siamo ormai abituati sia sul grande che sul piccolo schermo - Captain America (Chris Evans) ed Iron Man (Robert Downey Jr) in primis - vengono qui affiancati da Visione (Paul Bettany), Ant Man (Paul Rudd), un giovane - in modo imbarazzante! - Spiderman (Tom Holland)...

Una catastrofe in Africa, originata per errore da Scarlet Witch (Elizabeth Olsen), conduce gli Stati Uniti prima e le Nazioni Unite poi a chiedere che gli Avengers sottoscrivano un accordo internazionale che ne limiti e regolamenti gli interventi. Da qui la spaccatura tra Captain America, che ritiene che un simile vincolo possa limitare troppo pesantemente la libertà d'azione del gruppo, e Tony Stark, favorevole alla sottoscrizione del trattato. 
Il gruppo, prima coeso, si trova così a dividersi, complice anche la comparsa sulla scena del Soldato d'Inverno (Sebastian Stan) e di un pericoloso terrorista.
I superpoteri tecnologici si mischiano e si scontrano con le grandiose capacità di combattimento dei protagonisti e, a proposito, dal punto di vista marziale tutto è elevato all'ennesima potenza: velocità, forza d'impatto, precisione dei colpi. Si parte da una base realistica (ad esempio un pugno, o un calcio a sfondamento) per arrivare a vedere il colpito volare a metri di distanza o sollevare polveroni epici.
Heidi Moneymaker nei panni di
Vedova Nera in "Avengers: age of Ultron"
(foto dal suo profilo Facebook)
Ma non sto a dilungarmi oltre nella narrazione della trama, preferendo dedicare spazio e tempo a Heidi Moneymaker.
E chi è costei?, vi sento già mormorare. E' la "vera" Vedova Nera, la controfigura dell'attrice Scarlett Johansson. E', per intenderci, colei che - seppur supportata da consistenti effetti speciali e da un sapiente montaggio - mena come un fabbro già all'inizio della pellicola.
Approdata nel mondo del cinema grazie alle sue doti di ginnasta - sport che ha praticato fin dai tempi della scuola - ha poi integrato la propria preparazione atletica dedicandosi allo studio di arti marziali e discipline da combattimento, oltre a frequentare corsi di guida "speciali" per auto e moto ed ancora oggi, stunt double affermata e più volte confermata nel ruolo di Vedova Nera, continua la sua preparazione: "Lavoro costantemente per la realizzazione di questi film e proseguo nella mia preparazione, cercando sempre di migliorare il mio livello e mantenendomi in forma - ha dichiarato in un'intervista - Capita spesso che per la realizzazione di questi film venga richiesto il tuo intero corredo di abilità e, se c'è qualcosa che ti è un po' oscura, qualche tecnica che non padroneggi, sicuramente salterà fuori e ti verrà chiesto di lavorarci su".
Già controfigura della Charlie's Angel Drew Barrymore, nei panni di Vedova Nera ha recitato con Scarlett Johannson, che si è rivelata una vera "dura": "Abbiamo lavorato piuttosto a stretto contatto, perché lei voleva davvero essere coinvolta nelle scene d'azione. Così abbiamo provato e riprovato le coreografie per settimane, per perfezionarle. Io le facevo, lei le faceva ed alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo". 

mercoledì 28 settembre 2016

Zona d'ombra, una scomoda verità per il football

Mi piacciono gli sport "duri".
Da adolescente, frequentavo lo stadio del ghiaccio di Casate - quello dove è nata, sportivamente parlando, la super campionessa Anna Cappellini per intenderci - ed impazzivo per gli incontri di hockey. Conoscevo diversi giocatori della (allora) Promolinea, la squadra locale, oltre ovviamente arbitri ed appassionati di questo bellissimo sport.
Con un simile background, credo non stupisca nessuno il fatto che trovi lento, noioso e "molliccio" il calcio, preferendo di gran lunga altre discipline: non solo gli sport da ring, dove ovviamente il contatto fisico è ben presente, ma anche, ad esempio, il football americano. 
Ecco, se mi chiedeste di scegliere se guardare la finale di Champions League o il Super Bowl, di certo non avrei dubbi.

E lo so, per averli visti anche da molto vicino (o persino praticati, nel caso delle discipline da combattimento) che questi sport - hockey, football, boxe, MMA e via di seguito - possono essere davvero pericolosi. Soprattutto a livello professionistico, quando il gioco si fa duro e... smette di essere un gioco. 

Non mi ha stupita, dunque, la scoperta del dottor Bennet Omalu, anatomopatologo nigeriano emigrato a Pittsburgh, che ha rilevato seri danni cerebrali nei defunti ex giocatori di football. A stupirmi è stata la frequenza con la quale questi danni vengono riportati.

Il film, magistralmente interpretato da un ottimo Will Smith, ormai da tempo spogliatosi delle comiche vesti di Principe di Bel Air ed in grado di ricoprire qualsiasi ruolo, è basato sulla vera storia del dottor Bennet Omalu, medico poco incline ai facili compromessi e scopritore della CTE, l'encefalopatia cronica traumatica, e sui suoi contrasti con la NFL, la National Football League statunitense.
Un po' Erin Brockovich nella sua lotta contro speculazione edilizia ed inquinamento delle falde acquifere, Omalu pare destinato a soccombere, lui, "signor nessuno", contro il gigante dello sport e dell'intrattenimento a stelle e strisce.
Eppure la fede in Dio e nella scienza - no, le due cose non sono in antitesi - sorreggono quest'uomo nella sua battaglia e, quando vacilla colpito da mille difficoltà, ecco al suo fianco una donna forte ed altrettanto fiduciosa, capace di sorreggerlo e di spronarlo nella ricerca della giustizia, affinché la verità venga rivelata.
Gran film.

lunedì 29 agosto 2016

Lunedì antidepressivo in musica

Lunedì, si torna al lavoro...
E per molti sarà persino il primo rientro dopo le vacanze...
Forza, basta affrontarlo con lo spirito giusto!

domenica 28 agosto 2016

Col Palio del Baradello rivive la Como medievale

Como, anno 1159.

La città cerca a fatica di rinascere dopo la guerra decennale contro Milano, che la rase al suolo nel 1127, dopo aver violato gli accordi di pace e con la quale permangono pessimi rapporti sia per motivi commerciali sia per via del mai perdonato tradimento. 
I comaschi salutano dunque come un prezioso alleato l'Imperatore Federico I Hohenstaufen, più conosciuto come Federico Barbarossa, che giunge nuovamente a calcare il suolo italico per ristabilire in modo definitivo il potere imperiale sulle città comunali anche perché questi, rimasto in precedenza colpito da come la città fosse stata ridotta dai milanesi, aveva ordinato che ne venissero ricostruite le mura difensive e le torri di guardia.
Accolto dunque in tripudio, gli vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città ed in suo onore sono organizzati tornei e festeggiamenti; la città gli fornisce inoltre militari, armi e viveri, ben lieta di poter contribuire a lavare l'onta subita da Milano. 
La campagna militare imperiale inizia con lo sconfiggere l'Isola Comacina, alleata dei milanesi nella guerra contro Como, e prosegue poi contro le città di Crema (che viene rasa al suolo nello stesso 1159) e di Milano, che oppone una strenua resistenza ma capitola infine nel 1162. 

I festeggiamenti che accolsero l'Imperatore del Sacro Romano Impero rivivono ancora oggi a Como, quando le diverse contrade cittadine si scontrano nei giochi del Palio del Baradello.
Inaugurata domenica 28 agosto con visite guidate al Castel Baradello (per la sua storia, vedi qui), l'edizione 2016 del Palio prevede numerosi eventi: martedì 30 agosto, festa del patrono di Como Sant'Abbondio, alle ore 20.30 ci sarà l'offerta del cero all'interno della basilica a lui dedicata, mentre sabato 3 settembre si entrerà nel vivo della manifestazione, con lo sbarco del Barbarossa in piazza Cavour ed il giuramento dei capitani delle squadre partecipanti al palio. In serata, poi, sarà possibile prendere parte alla cena medievale allietata da giullari con le loro altezze imperiali Federico I e Beatrice di Borgogna (presenza riservata a quanti indossano costume d'epoca). 
Domenica 4 settembre, gare e giochi per i più piccoli, ma anche la prima delle gare che vedrà affrontarsi le dieci contrade: la spettacolare regata delle Lucie sulle acque del lago di Como.
Martedì 6 settembre, alle ore 21, il concerto di arpe celtiche della Celtic Harp Orchestra; giovedì 8 tornano le visite guidate della Società Archeologica Comense che questa volta verteranno sulla basilica di Sant'Abbondio; venerdì 9 si terrà, in serata, la festa del borgo di San Martino mentre sabato 10 alle 21 si terrà la seconda gara del Palio, con la cariolana in piazza Duomo.
Domenica 11, infine, ultima gara tra i borghi con il tradizionale tiro alla fune, che avrà luogo al termine del grade corteo storico che attraverserà la città e per il quale si conta la presenza di circa mille figuranti in abiti d'epoca.

sabato 27 agosto 2016

Il mestiere delle armi

Nel freddo inverno lombardo del 1526 il condottiero pontificio Giovanni De' Medici tenta di contrastare l'avanzata dei lanzichenecchi tedeschi sul suolo italico, ma, oltre all'inferiorità numerica dei suoi cavalieri ed archibugieri a cavallo, deve fronteggiare anche le scelte di schieramento operate dai signori locali: il marchese Federico Gonzaga, da un lato, desideroso di impedire lo scoppio di una guerra nel territorio di Mantova, dà ordine di lasciare aperta la porta di Curtatone consentendo il passaggio delle truppe alemanne luterane e di richiuderla poi sino al mattino, rallentando così l'inseguimento da parte dei cavalleggeri papali; Alfonso d'Este, duca di Ferrara, dal canto suo dona ai tedeschi quattro innovativi e letali falconetti, piccoli cannoni i cui colpi sono in grado di sfondare qualsiasi armatura medioevale e rinascimentale, in cambio del matrimonio di suo figlio con una principessa imperiale. 

Giovanni, però, non è un politico: è un uomo d'azione, che fin da ragazzo conosce la brutalità della spada e a cui la vita ha riservato il mestiere delle armi. Per questo alla calata degli Alemanni in Italia sono andati a sbarrare loro il passo il generale Della Rovere, duca di Urbino, comandante dell'esercito pontificio, con ottomila fanti e seicento lance, preceduti dal signor Giovanni de' Medici con seicento uomini d'arme, cavalleggeri e archibugi di pari numero, avendo egli disposto d'incomodare la marcia degli Alemanni con incursioni improvvise di giorno e di notte, tanto che all'uopo il capitano de' Medici ha fatto brunire tutte le armature per sorprendere il nemico anche col buio. 
Ecco così spiegato il perché del soprannome di "Giovanni dalle bande nere" ed ecco spiegate, anche, le scelte operate da questo nobile condottiero, coerente fino alla morte - avvenuta proprio in seguito ad un'imboscata dei lanzichenecchi - con ciò che la vita gli aveva riservato. 

Giovanni è un uomo del suo tempo (il Medioevo è ormai alle spalle), che fa il suo mestiere (il mestiere delle armi), che rimane vittima di un cambio epocale (l'avvento delle nuove armi da fuoco) e della disonestà degli uomini (gli intrighi della politica). Ma è anche un uomo che non sa sottrarsi alla debolezza della sensualità e che subisce come tutti le brutture della guerra: il freddo, la fame,  la lontananza dagli affetti, l'incertezza.
E' un uomo che ha vissuto la vita che gli si è aperta dinnanzi: In questi anni nella mia vita sono sempre vissuto come un soldato, allo stesso modo sarei vissuto secondo il costume dei religiosi se avessi vestito l'abito che voi portate, dice sul letto di morte al prete che lo benedice. E chiede il proprio lettuccio da campo, per morire da soldato.
E' un uomo che ha fatto il suo dovere. Il suo mestiere. 
Ed in seguito alla sua morte nulla più saprà contrastare con efficacia l'avanzata dei lanzichenecchi, che saccheggeranno Roma.

Film straordinario in ogni suo aspetto, per la cui ricostruzione storica sono stati impiegati diversi anni di studi approfonditi, fino a giungere a riportare in vita sullo schermo la lingua dell'epoca.
Le ambientazioni, gli abiti , gli arredi e le stoviglie e, naturalmente, anche le armi e le battaglie sono ricostruite con un realismo sublime. 
Ermanno Olmi si riconferma regista e sceneggiatore di livello eccelso; Hristo Jivkov (Giovanni dalle bande nere), Sandra Ceccarelli (nobildonna di Mantova), Sasa Vulicevic (Pietro Aretino), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga), Aldo Toscano (Aloisio Gonzaga) e tutti gli altri interpreti sono straordinari e non stupiscono i nove David di Donatello né i tre Nastri d'Argento conquistati da questo film (oltre alle numerose nomination). 

(Se desiderate approfondire, non accontentatevi delle scialbe ed improvvisate recensioni dei soliti siti, leggete qui)

martedì 16 agosto 2016

Matt Damon, arti marziali e film

Le arti marziali non sono "roba da film" e, allo stesso modo, ciò che si vede nei film non è reale. Questo avvertimento, che potrebbe sembrare ovvio ai più, viene dato dall'attore Matt Damon, più volte interprete della super spia Jason Bourne.
Ora che il quinto capitolo della saga sta per fare il suo esordio nelle sale cinematografiche, Matt Damon ha realizzato un simpatico video nel quale spiega "come vincere una rissa da bar", sottolineando però come, nei film, le scene di lotta siano estremamente coreografate e più simili ad una danza che non ad un reale scontro fisico: sia aggredito che aggressore sanno esattamente cosa avverrà ed ogni movimento è curato in ogni dettaglio. Ovviamente, nella realtà non è così e solo la pratica seria e costante di una disciplina marziale può offrire qualche possibilità di successo in caso di scontro.
Sul set tutto è falso: falso il bar, falso il drink, false anche le bottiglie, che vengono rotte ed utilizzate come armi nel corso di questi "pericolosissimi" corpo a corpo.
Nell'attesa di poter assistere alle nuove prodezze di Bourne, ecco il video di Damon.

lunedì 1 agosto 2016

Io sono ancora qua

Eh già. Sembrava la fine del mondo, ma sono qua...

domenica 24 luglio 2016

Attacco al potere 2

Film la cui visione forse non è molto adatta in questi giorni di attacchi terroristici nei più svariati angoli del pianeta, questa produzione è tutto ciò che può desiderare un collezionista di americanate: tutti muoiono fuorché il Presidente a stelle e strisce, tanto per cominciare, e le rocambolesche fughe dai più differenti attentati sono infarcite di spirito di sacrificio made in USA, grondano patriottismo quanto gli hot dog trasudano ketchup.

I cattivoni, ovviamente, sono mediorientali; i salvatori del mondo, altrettanto ovviamente, sono americani. Gli inglesi sono alleati un tantino ottusi, del tutto incapaci di prevedere ed affrontare la terribile minaccia che mina le fondamenta della civiltà occidentale. I capi di stato dei più diversi Paesi, convenuti nel Regno Unito, sono solo comparse, tuttavia fin troppo caratterizzate: lo spocchioso francese, la simil-Merkel tedesca...
Il primo ministro italiano, Antonio Giusto, con... amica
Ed un segno indelebile nell'immaginario collettivo statunitense deve averlo lasciato un primo ministro italiano, che appare qui appartato con una trentenne. Il nome assegnatogli dalla sceneggiatura è Antonio Gusto, ma non sfugge il parallelismo col gusto che un noto esponente politico del Bel Paese ha spesso dimostrato di avere nei confronti del gentil sesso, specie se giovane, piacente e disponibile.

Sparatorie infinite, esplosioni a non finire, centinaia di vittime civili in una Londra attonita e sotto scacco, che perde i suoi monumenti più celebri e diviene teatro dello sterminio dei capi di Stato di mezzo mondo.
In tutto ciò il super bodyguard Mike Banning (interpretato da Gerard Butler), in procinto di diventare padre, si trova a dover difendere il presidente degli Stati Uniti praticamente da solo, mentre il mondo potrebbe assistere al collasso del baluardo di democrazia in diretta Youtube.
Le tecniche marziali applicate sono realistiche, ma elevate all'ennesima potenza: ciò che farebbe un plotone di soldati scelti qui è tutto opera dell'iperbolico Banning, capace persino di sfuggire alle fiamme e precipitare per due piani senza riportare danni rilevanti. Lo stesso avviene al suo protetto, ma, che diamine, lui è il presidente degli Stati Uniti! 

giovedì 21 luglio 2016

Ip Man 3

Donnie Yen si conferma attore di prim'ordine ed offre, nel terzo capitolo sulla storia del Maestro Ip Man, un'intensa interpretazione non soltanto marziale, ma anche umana. 

Nel 1959 la colonia britannica di Hong Kong sembra florida, ma un accresciuto benessere si accompagna ad accresciuta criminalità: ben lo sa il poliziotto Po e fin troppo presto questa realtà sarà anche sotto gli occhi del Maestro Ip, che si troverà a dover difendere la scuola frequentata dal figlioletto dalle mire di un'organizzazione criminale. 
Riconosciuto ormai come Maestro di arti marziali di grande valore, Ip si divide tra i doveri della scuola di Wing Chun da lui diretta e l'impegno nella società civile, trascurando però la propria famiglia, fino a quando un imprevisto dramma si abbatte sulla sua casa, costringendolo a rivedere le proprie priorità.

Un film intenso, in cui le arti marziali svolgono naturalmente un ruolo di primo piano ma senza intaccare una trama comunque di spessore. 
Donnie Yen è un marzialista sofisticato e di grande bravura, che incontra nei panni di Ip Man l'esperto di Wing Chun Cheung Tin-chi, interpretato da Zhang Jin (nato cinematograficamente come stunt-man ne "La tigre e il dragone"), tanto povero quanto orgoglioso e fermamente deciso a dimostrare che il proprio Wing Chun sia il migliore in assoluto.
Il tanto celebrato Mike Tyson in realtà riveste un ruolo marginale nel complesso narrativo, pur dando vita ad un pregevole duello con Ip Man non esente - ahimè - da "cinesate", eccessivi virtuosismi marziali che consentono di sfidare la forza di gravità e le più elementari leggi della fisica. 
Nel suo complesso, comunque, il film è decisamente piacevole e prosegue idealmente i primi due capitoli sulla vita del celebre Maestro di Wing Chun, riproponendo l'arrivo del giovane Bruce Lee (interpretato da Danny Chan Kwok-kwan, non nuovo a questo ruolo) tra le fila degli allievi di Ip. 
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