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martedì 5 giugno 2018

Mondiali di lettura Goodreads 2018

Good Reads Italia World Cup.
Il mio Mondiale è differente...
Siete pronti per i Mondiali?

...
Se questa domanda vi ha lasciati perplessi, se avete alzato gli occhi al cielo e se nella vostra mente la frase "Ma a me del calcio non frega un fico secco" è esplosa come un fuoco d'artificio, tranquillizzatevi: sto parlando dei Mondiali di Lettura.

Si tratta di una iniziativa organizzata da Goodreads Italia alla quale partecipa la scrittrice Lucrezia Monti e che consiste nel leggere libri scritti da autori delle stesse nazionalità delle squadre partecipanti ai Mondiali di calcio. In questi particolari Mondiali il punteggio viene attribuito in base al numero di pagine dei libri letti, ma anche - se non soprattutto - in base alla difficoltà di reperire i testi di determinati autori: se scovare un autore tedesco, francese o giapponese tradotto e pubblicato in Italia è un gioco da ragazzi, infatti, lo stesso non si può certo dire per autori del Senegal, dell'Uruguay o della Costa Rica. Ed ecco allora che chi legge i primi segna un solo goal, mentre chi legge i secondi si accaparra quattro o cinque punti in un colpo solo (tutto il sistema dei punteggi, così come il regolamento, lo trovate qui).

Saputo della partecipazione di Lucrezia, le ho suggerito la lettura di "Leggere Lolita a Teheran" e di un altro paio di titoli dei quali non vi anticipo nulla, ma le cui recensioni compariranno presto su questo blog. 
Quindi, se anche il vostro Mondiale è differente, seguite l'andamento della gara su Goodreads e... be', tenete d'occhio anche me se vi interessano le recensioni! 

sabato 9 settembre 2017

Pink Warrior, tre motivi per un sì


Tre buoni motivi per sfoggiare questo smalto della L'Oreal, come indicano in modo eloquente le mie tre dita fotografate qui accanto.
Il primo, che immagino sia quello maggiormente auspicato dalla casa produttrice, è facile da intuire: perché è bello.
È un bel colore, una bella tonalità brillante ed allegra, adattissima all'estate e pure a queste prime giornate di settembre in cui proprio non si ha alcuna voglia di pensare all'inverno. 
Non è molto coprente ed occorrono più passate perché lo smalto sveli il meglio di sé, ma il risultato è davvero appagante, merito anche del lucido, da stendere come tocco finale.

Motivo numero due: per me, grande amante degli accostamenti cromatici, è stato un vero piacere trovare uno smalto che si abbinasse alla perfezione al libro che mi portavo appresso, leggendolo sui mezzi pubblici o in attesa del metrò. Le mie unghiette andavano d'amore e d'accordo con la copertina di "Vendetta sottobanco", romance di Lucrezia Monti che mi ha tenuto compagnia questa estate e la loro tonalità, così allegra e frizzante, si adattava perfettamente allo stile narrativo ironico  di questa autrice. 

Motivo numero tre: questo smalto si chiama Pink Warrior. Difficile trovare qualcosa che si adatti maggiormente alla sottoscritta, non credete?
E, sebbene dubiti davvero che L'Oreal abbia pensato a questo possibile utilizzo, questo doppio smalto è fantastico da usare per i gunting!
La sua dimensione è adattissima per essere impugnata agevolmente anche da una mano piccola e femminile (ovviamente... trattandosi di uno smalto per unghie...), il vetro è abbastanza resistente da consentirne l'utilizzo in azione e...beh, certamente uno smalto per unghie non desterebbe sospetti all'interno di una borsetta o dello zaino di una ragazza. Una meraviglia in sostituzione di un dulo dulo!

lunedì 17 luglio 2017

Col violoncello contro l'OMS. Per i bambini

Con un violoncello, sfida l'OMS. 
Davide contro Golia. In musica. A fin di bene.
Il nostro Davide del nuovo millennio si chiama Beat Richner, è un medico pediatra nato a Zurigo ormai 70 anni fa e molto probabilmente non avete mai sentito parlare di lui, né l'avete sentito suonare il suo violoncello. 
Eppure quest'uomo ha cambiato la storia di un'intera nazione, sta - tutt'oggi - cambiando la storia di un'intera nazione: partendo dai bambini, un uomo alla volta, sta rivoluzionando la Cambogia. Sfidando l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
"Secondo l'OMS, la sanità di un Paese deve essere uniformata allo stato globale di quel Paese - ha spiegato il Dottor Richner in un'intervista rilasciata ai microfoni di Overland - Questo significa che un Paese povero deve avere un sistema sanitario povero, con vecchi ospedali e macchinari poveri. E' grazie a questa visione che, ad esempio, nella Repubblica Democratica del Congo si è scoperta con grave ritardo la nascente epidemia di Ebola. Personalmente trovo che questo punto di vista dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sia un misto di arroganza, ignoranza ed incompetenza: credo che, indipendentemente dal fatto che ci si trovi in Svizzera o in Cambogia, ogni vita abbia egual valore".

25 nascite in una sola notte.
Nuove vite possibili, in Cambogia
(foto da Schweizer Illustrierte)
E così il dottor violoncellista, col nome d'arte di Beatocello, ogni sabato sera si esibisce in un concerto gratuito all'interno dell'ospedale pediatrico Kantha Bopha in Siem Reap, uno degli ospedali completamente gratuiti nati grazie a lui nel corso degli ultimi 25 anni di attività; al termine di ogni esibizione, è solito rivolgere un invito al pubblico in sala: "I giovani saccopelisti possono donare sangue, i vecchi benestanti possono dare soldi, e chi si trova a metà strada può fare entrambe le cose".
Detto così, tutto questo può forse sembrare molto poetico e naïf, ma i risultati parlano chiaro: negli ultimi 24 anni l'ospedale Kantha Bopha ha trattato 14.837.155 pazienti esterni, 1.516.471 ricoverati, e ha eseguito 1.390.323 controlli in gravidanza; attualmente, ogni giorno si eseguono 75 interventi chirurgici, 3000 visite mediche, 400 ricoveri, 600 controlli di gravidanza e si registrano 70 nascite. Ogni giorno.
In un ospedale che, è bene ricordarlo, offre tutto ciò gratuitamente.
Se si vuol parlare di "Aiutiamoli a casa loro", credo che questo sia il modo giusto di farlo.

Per donazioni:
IBAN: CH60 0070 0111 3000 4581 4

Per approfondire:
Dr Beat "Beatocello" Richner - sito ufficiale
Kantha Bopha - A never ending quest for donation - Schweizer Illustrierte (in inglese)

mercoledì 31 agosto 2016

Fiera del Libro a Como

E' arrivato un bastimento carico carico di... libri!
Che poi un bastimento non è, perché è un treno. 
O, meglio, una tizia che viaggia in treno.
Io!
Che sono partita alla volta di Como a mani vuote e sono tornata carica di meravigliosi libri che non vedo l'ora di leggere!

Perché a Como - che in questi giorni ha visto la presenza di Mark Zuckerberg, "papà" di Facebook, e di Steve Scott, "Mr Google" - c'è pure la Fiera del Libro.

Forse, una delle più belle fiere del libro d'Italia per quanto riguarda la posizione geografica: in piazza Cavour, nel cuore della città, a due passi dal Duomo ed affacciata sul Lario. 
Piccola, certo, ma non devo essere certo io a ricordarvi che in molti casi le dimensioni non contano.
E qui, davanti alla qualità dei titoli e degli editori presenti, di fronte agli autori che si susseguono per presentare le proprie opere ed incontrare i lettori, c'è davvero da perdersi!
Io ero felice come un bambino in un negozio di dolci!

Ma, da brava adulta responsabile quale sono, sono andata dritta dritta allo spazio espositivo che più mi interessava - quello degli Editori del Lago di Como e Associati - ed ho acquistato un paio di libri, chiacchierando con un simpatico signore che ho scoperto essere niente meno che un Editore.

L'ho salutato, ho ringraziato l'uomo che mi ha porto il sacchetto coi miei acquisti e mi sono allontanata.
Poi ci ho ripensato.
Sono tornata, ho comprato un altro paio di titoli.
E me ne sono andata.
Al bancomat più vicino. A ritirare un po' di banconote.
Perché quegli altri due libri visti sempre lì, allo stand degli editori "di casa mia", proprio non potevo non acquistarli!
Così sono tornata ancora...
E se non avesse squillato il cellulare, richiamandomi alla realtà, probabilmente avrei continuato a dilapidare allegramente una piccola fortuna in libri che parlano del "mio" Lago. E che recensirò appena avrò terminato di leggerli.

Nel frattempo voi, se volete fare una sana scorpacciata di libri - che non fa ingrassare, non alza la glicemia e non ha altro effetto collaterale se non quello di nutrire la mente e l'anima - potete andare alla 64^ Fiera del Libro fino a domenica. Qui trovate gli orari e tutti gli eventi in programma.
Che altro dire? Buona lettura! 

lunedì 29 agosto 2016

Lunedì antidepressivo in musica

Lunedì, si torna al lavoro...
E per molti sarà persino il primo rientro dopo le vacanze...
Forza, basta affrontarlo con lo spirito giusto!

venerdì 5 agosto 2016

Lo sport come antidoto alla depressione. E non solo

Fisici tonici, muscoli guizzanti: quando si pensa allo sport, alla nostra mente si affacciano le immagini dei corpi scolpiti dagli allenamenti dei campioni. Eppure l'attività fisica fa bene anche molto più in profondità.
I primi studi scientifici che dimostrano gli esiti positivi che l'attività fisica ha nel contrastare la depressione risalgono agli anni '70: gli effetti del miglioramento dell'umore, già riscontrabili dopo una seduta di allenamento in soggetti a lungo sedentari, sono più evidenti e persistenti con una pratica sportiva di lunga durata. Facendo sport ci si concentra sull'esercizio, svagandosi ed evadendo dai propri problemi, inoltre la possibilità di praticare in gruppo, di fare parte di un gruppo accettante che condivide un nostro stesso interesse, contribuisce ad allontanare ansie e preoccupazioni.
"Dagli studi condotti - asserisce la psicologa e psicoterapeuta Giulia Massucco - sembra che specifici trainings di allenamento contribuiscano a migliorare sia l'ansia di stato che di tratto in misura addirittura paragonabile alla psicoterapia; tre o quattro mesi di pratica sarebbero in grado di contrastare l'ansia. I meccanismi psicologici che potrebbero essere alla base di questo effetto sembrano essere l'effetto distraente dell'attività praticata, gli effetti del miglioramento dell'autostima, della percezione del sé fisico, della padronanza di sé: tutti questi effetti benefici agirebbero riducendo i pensieri ricorsivi e negativi, fonte degli stati ansiosi". 

E dei benefici effetti della pratica sportiva sull'umore si sono da tempo accorti anche i medici britannici, tanto che, secondo uno studio effettuato dalla Mental Health Foundation, i medici che oggi prescrivono ai propri pazienti di fare sport per superare forme lievi o moderate di depressione sono il 35% contro il 5% rilevato da uno studio analogo condotto nel 2000. Nello stesso anno, solo il 41% dei medici di famiglia riteneva che l'esercizio fisico fosse efficace contro la depressione, nel 2013 si era già saliti al 71%. A convincerli  è stata soprattutto una revisione sistematica di 39 studi condotti dal Centre for Clinical Britain Sciences dell'Università di Edimburgo che ha analizzato l'effetto di una regolare attività fisica su oltre 2300 volontari affetti da questa patologia: da qui e dai risultati ottenuti, la nascita di diversi programmi sportivi, organizzati dalla stessa Mental Health Foundation ed in larga misura finanziati dal Dipartimento della Salute britannico.
I programmi, disponibili in diverse località della Gran Bretagna, possono venir prescritti dai medici come fossero pillole o sciroppi ed i pazienti trovano, oltre ad una eventuale cura farmaceutica, un personal trainer che indica loro il tipo di allenamento ottimale.

Recentemente, uno studio ha messo in evidenza come la regolare pratica dell'attività fisica possa potenziare i benefici della chemioterapia nella cura del tumore al seno, contribuendo a migliorare l'umore delle pazienti oltre che il loro indice di massa corporea. La ricerca, effettuata dalla Fondazione Pascale di Napoli in collaborazione con la Temple University di Philadelphia, ha evidenziato una correlazione tra indice di massa corporea e reazione alla chemioterapia in giovani donne prima dell'intervento chirurgico.
"L'attività fisica - ha dichiarato il professor Michelino De Laurentiis, direttore della Divisione di Oncologia Medica Seonologica della Fondazione Pascale - è uno strumento tra i più efficaci e con funzionalità terapeutiche nel trattamento del tumore al seno.
Una metanalisi, cioè un riesame di una serie di studi sull'argomento che ha coinvolto circa 120 mila donne, ha dimostrato che la pratica costante di un'attività fisica, pari ad almeno due volte a settimana, riduce il rischio di recidiva e/o di mortalità, con un'efficacia paragonabile all'azione di una chemio, di una ormonoterapia o anche di una terapia con i più recenti farmaci biologici.
I benefici dell'attività fisica sono significativi anche per lo stato psicologico - ha sottolineato il medico - con una diminuzione degli episodi depressivi, ma soprattutto per la conservazione, se non il miglioramento, delle capacità cognitive. E' noto infatti che alcuni trattamenti, come la chemioterapia o la terapia ormonale, in un limitato numero di donne possono impattare sull'attenzione, sulla memoria e sulla capacità d'espressione. Diversi studi dimostrano che l'attività fisica svolge un'azione positiva su determinate aree del cervello, in particolare sull'ippocampo, preposto a queste funzionalità cognitive, sviluppandone le potenzialità e favorendo l'incremento delle dimensioni dell'area stessa".

giovedì 14 luglio 2016

Arte a Como: The life electric

Nel 2015 la storica diga foranea di Como ha mutato il proprio profilo grazie a The life electric, scultura disegnata da Daniel Libeskind e dedicata ad Alessandro Volta. 
Come spesso accade con le nuove installazioni artistiche, sostenitori e detrattori non hanno risparmiato commenti anche perché, con un'altezza di 16,5 metri, non corre certo il rischio di passare inosservata.

Io, nata e cresciuta a Como, ho spesso passeggiato lungo la diga foranea e non ho alcuna difficoltà ad ammettere di trovarla straordinariamente più bella ora, proprio grazie a quest'opera d'arte.

Sono tornata più volte a fotografarla, con diverse condizioni meteorologiche, e sempre sono rimasta affascinata dai giochi di riflessi e di luce che questa struttura dona al visitatore.

(Come sempre, per ingrandire le foto cliccateci sopra. Altre immagini le trovate su Scattiliberi)
Monumento ai Caduti, Tempio Voltiano
e Duomo vicini: magia dei riflessi
Contorsionismo metallico
Turisti reali o riflessi?

lunedì 4 luglio 2016

Preparandosi per Celtica: come tingere naturalmente i tessuti

I Celti e l'arte di tingere i tessuti
(archeologia sperimentale a Casa delle
Grotte di Ara - Piemonte)
Chissà quante volte ci siamo incavolati per quella macchia di vino rosso o di caffè che proprio non ne voleva sapere di venir lavata via dalla tovaglia. E che dire poi di quei mirtilli che hanno rovinato per sempre la nostra bella camicetta? In effetti sono molti gli alimenti che macchiano, ma, in certe occasioni, è interessante osservare l'altra faccia della medaglia e scoprire così dei sistemi completamente naturali per tingere i tessuti. 

Si tratta di metodi ecologici, rispettosi dell'ambiente, economici, divertenti e, nel caso abbiate intenzione di partecipare a Celtica o a qualche rievocazione storica, pienamente accettati dall'archeologia sperimentale.
Perché il mondo antico era molto più colorato di quanto si credesse sino a non molto tempo fa ed i ritrovamenti archeologici lo hanno dimostrato con chiarezza: i tessuti naturali spesso venivano tinti, ad esempio già nell'antico Egitto, nel 2000 a. C., si utilizzava l'indaco, ricavato dall'indigofera tinctoria (pianta non a caso chiamata in questo modo), così come pure il rosso ottenuto dalla lavorazione di piante del genere Rubia, oltre a diverse tonalità di ocra. Se da un lato è vero che alcuni pigmenti erano molto difficili da reperire in passato e per questo estremamente pregiati, altrettanto vero è che l'essere umano è sempre stato abile nel ricavare dalla natura ciò che desiderava e si ingegnava per ottenere il risultato migliore. 

Dalla tisana alla tinozza, il tessuto prende colore
Così anche i Celti non vivevano in un mondo di grigetti e marroncini tipici dei filamenti naturali ottenuti dalla lavorazione della lana, ma tingevano i propri capi d'abbigliamento con colori anche molto sgargianti, in un tripudio di rossi, gialli, ocra...
E allora, in vista di Celtica, ecco che mi sono messa a tingere anch'io le ampie camicie che noi Celtes Insubres indosseremo.

La "ricetta" è piuttosto semplice: basta avere a disposizione una pentola molto capiente, acqua in abbondanza, sale grosso da cucina e naturalmente il nostro colorante o pigmento: vino rosso inacidito o marsalato (comunque non più bevibile), bustine di tè o di tisane scadute, rimasugli di caffè (in questo caso compiremmo un inganno storico, dal momento che i Celti di cui parliamo si attestano attorno al III secolo a. C. ed il caffè venne utilizzato come bevanda ben dopo l'anno 1000... ma potremmo ad esempio realizzare così delle magnifiche casacche medievali e rinascimentali).
Il tessuto prima (sx) e dopo la tintura (dx) con diversi
coloranti di recupero (tisana e vino rosso)
Insomma: si può dare libero sfogo alla propria fantasia e riutilizzare materiali che altrimenti verrebbero gettati come rifiuti.
Si versano 5 litri d'acqua nella pentola e si fanno scaldare; un attimo prima che l'acqua bolla, si aggiungono 5 cucchiai di sale grosso e, non appena questo si è sciolto, si versa il colorante o pigmento. Che deve essere in quantità congrua. Una bustina di tè avanzata servirebbe a ben poco... In via generale, diciamo che ne serve lo stesso peso del tessuto da tingere; due etti di stoffa? Due etti di bustine di tè.
Si lascia bollire e, quando l'acqua si è ben colorata, vi si immerge il tessuto da tingere, rimestando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno e badando che tutte le parti del tessuto vengano intrise. Si lascia cuocere per almeno un paio d'ore e, nel dubbio, si solleva il tessuto fuori dall'acqua per verificare che abbia raggiunto la tonalità che desideriamo. Poi si spegne il fuoco e si attende pazientemente che il tutto raffreddi. Soltanto allora potremo estrarre il nostro tessuto, strizzarlo per bene e provvedere a stenderlo, facendo attenzione a non esporlo alla luce diretta del sole che ne potrebbe modificare la colorazione. 

sabato 18 giugno 2016

Un panino... davvero buono

Garantire un panino al giorno ad almeno 600 bambini di Shisong, in Camerun. 

E' questo l'obiettivo dietro al progetto "Un panino per l'Africa" che nei giorni di sabato 18 e domenica 19 giugno, a partire dalle 19.00, animerà il piazzale del Cimitero Maggiore a Milano.
Organizzata dalla Caritas parrocchiale di Shisong e da fra Angelo, parroco dei frati cappuccini, la sfida è quella di raccogliere l'adesione di almeno 52 gruppi (quante sono le settimane di un anno) che, a fronte di un'offerta di 100 euro, riceveranno un superpanino lungo un metro per 40 centimetri, in parte farcito con salumi ed in parte con crema spalmabile, da consumare in compagnia.
Una condivisione che lega non soltanto i membri di ciascun gruppo, impegnati a "sbranare" il maxi panino farcito, ma che unisce idealmente Italia ed Africa con un progetto di solidarietà i cui proventi saranno indirizzati principalmente ai bambini dall'asilo nido sino alle scuole elementari di Shisong.

Se verranno raccolti 10.000 euro, almeno 600 bambini avranno pane garantito per un intero anno, potendo in tal modo integrare la propria alimentazione e sperare in uno sviluppo più equilibrato e sano. Qualora la cifra raccolta dovesse superare questa soglia, il progetto si protrarrebbe oltre i 12 mesi.
Molte, poi, le iniziative collaterali che consentiranno di "raccogliere" panini in più. Per tutte le info ed adesioni, ecco il link. 

mercoledì 20 aprile 2016

La prima scuola 100% sostenibile dell'America Latina

Le lezioni nella scuola di Jaureguiberry, in Uruguay, sono iniziate. Niente di strano, se non fosse che questa scuola non esisteva neppure fino a febbraio di quest'anno e che è stata realizzata grazie all'intervento di Earthship Biotecture, sotto la guida dell'architetto Michael Reynolds.
Costruito utilizzando, come da "tradizione" di Reynolds, materiali naturali disponibili in loco (40%) ed oggetti di scarto come pneumatici, bottiglie di vetro, lattine e cartone (60%), questo edificio è divenuto la prima scuola 100% ecosostenibile dell'America Latina, anche grazie all'impiego di pannelli fotovoltaici e del consolidato sistema di raccolta e depurazione dell'acqua piovana.

Ad affiancare l'elevato valore sociale del rispetto ambientale, troviamo qui la profonda valenza educativa: in quest'area rurale, infatti, vivono circa 500 persone e sono molti i bambini in età scolare che ora avranno modo di frequentare quotidianamente le lezioni. 
Durante la costruzione, i piccoli allievi hanno avuto l'occasione di vivere un contatto diretto con la natura e l'ambiente circostante e saggiare in prima persona come sia possibile ottenere grandi risultati attraverso l'innovazione sostenibile: chi aiutando a portare le lattine (ne sono state utilizzate 8000) o le bottiglie di plastica, chi pressando la sabbia all'interno dei copertoni, chi occupandosi delle piante nella piccola serra o contribuendo a dipingere le pareti, tutti i ragazzi sono stati coinvolti in prima persona nella realizzazione di quest'opera alla quale ha collaborato anche l'italiano Francesco Fassina, membro dell'equipe dell'istruzione di Tagma Ong e volontario nella costruzione della scuola.
L'edificazione, infatti, è stata affiancata a lezioni di architettura - ovviamente rivolte agli adulti, provenienti da 25 diversi Paesi del mondo - in lingua inglese e spagnola: il gruppo che frequentava il corso in spagnolo seguiva la lezione mentre l'altro gruppo lavorava alla costruzione e poi ci si dava il cambio, così da non fermare mai né il lavoro accademico né quello pratico, con un'ottimizzazione anche dei tempi. Tanto che, avviata la costruzione soltanto il 1 febbraio 2016, oggi la scuola è già perfettamente agibile ed utilizzata per le lezioni.

Il prossimo progetto di Mike Reynolds e di Earthship Biotecture? Realizzare, in collaborazione con Biotecture Planet Earth, una casa per una famiglia residente nelle Six Nations, in Canada, che si trova in grandi difficoltà. Per maggiori informazioni (e per le sempre gradite donazioni) potete cliccare qui.

Mike Reynolds al lavoro nel cantiere in Uruguay

Michael Reynolds nel corso di un'intervista

mercoledì 13 aprile 2016

Viva la vita!


Oggi, semplicemente, così. 
Musica, colore e gioia. 
Viva la vita!


martedì 12 aprile 2016

Referendum del 17 aprile

Click sull'immagine per ingrandire
Stai zitta. Fatti gli affaracci tuoi e, per una volta, tieni la bocca chiusa. O, almeno, tieni lontane le dita dalla tastiera... Non avete idea di quante volte questi consigli si siano affacciati alla mia mente, in questi giorni. Ma, alla fine, evidentemente, non sono molto brava a seguire i consigli che mi do da sola. Perché eccomi qui, le dita sulla tastiera, a non farmi gli affaracci miei e a scrivere circa il referendum del 17 aprile. 

Non intendo dare indicazioni di voto; ciò che voglio fare è invitare tutti ad andare a votare. Tutti. Tutti coloro che possono, che hanno l'età ed i requisiti per poterlo fare.
Ma, prima, un altro invito, probabilmente più difficile da accogliere: informatevi bene, circa questo referendum, e poi, quando avrete le idee chiare, andate ad esprimere la vostra opinione in merito.
La scelta, in fondo, è semplice: non ci sono decine di simboli e nomi, sulla scheda, ma soltanto un "sì" e un "no". Il "trucco", se così si può chiamare, è che non votare equivale a votare "no", perché se non si raggiunge il quorum il referendum viene annullato e le cose restano così come sono, mentre è soltanto con il raggiungimento del quorum (ovvero solo se il 50% + 1 degli aventi diritto al voto va a votare) che si procede allo spoglio delle schede ed inizia la vera battaglia tra i sostenitori del "sì" e quelli del "no", tra quanti vogliono che le cose cambino e coloro che invece vogliono mantenerle così come sono.

Per iniziare ad informarvi potete, se volete, partire da qui (è un sito tecnico, non politico, che analizza le ragioni del "sì" e quelle del "no") e poi estendere la ricerca a piacere.
La domanda che potreste farmi è: "Ma se votando no le cose rimangono come sono e se io desidero che restino come sono, perché dovrei andare a votare, dal momento che lo stesso risultato lo otterrei restando a casa?". Perché il risultato non sarebbe lo stesso.
E' sottile, cercate di seguirmi bene. Sia che ci sia astenga, sia che si voti "no", si vuole mantenere le cose come stanno, ma è diverso il coinvolgimento. Votare "no" equivale ad una presa di posizione: io, cittadino, voglio far sentire la mia voce, voglio che il mio parere conti qualcosa nel Paese in cui vivo.
Astenersi equivale ad un'alzata di spalle accompagnata da un "Non me ne frega niente".

Ciò che ci viene offerto, con il referendum, è la possibilità di smetterla di essere indignati da bar o da tastiera, criticoni del sistema da dietro un bicchiere di vino o dalla tastiera del computer e di far sentire la nostra voce, forte e chiara, a chi ci governa. Chi si lamenta sempre per come vanno le cose in Italia dovrebbe essere fuori dai seggi prima ancora che aprano, quando gli viene offerta la possibilità di far sapere come la pensa. E se non lo faccio, se non vado a votare, allora è bene che stia zitto pure al bar o al computer. Perché se sono il primo a tirarmi indietro quando va presa una decisione, allora poi non ho il diritto di criticarla. 

venerdì 1 aprile 2016

Pesce d'aprile! L'arte di Keng Lye

Guardi nel piatto e ci trovi foglie, rametti e pesci che nuotano beati. No, non è stato il cameriere a farti uno scherzo da primo d'aprile; quella che stai ammirando è un'opera d'arte in piena regola e a realizzarla è stato Keng Lye, artista di Singapore divenuto noto per i suoi lavori iper realistici.

Stando alle sue affermazioni, per fare opere simili non occorrerebbero altro che tempo, colori acrilici e resina. Non menziona - forse in un eccesso di modestia - quel tocco di genialità che viene chiamato talento e che è indispensabile per creare immagini così realistiche da poter ingannare chiunque.

Ispirandosi al maestro Riusuke Fukahori, Keng Lye porta la vita acquatica all'interno delle tradizionali stoviglie della cultura orientale, dai bassi piatti alle vaporiere in bambù, dagli hangiri ai caratteristici masu, i bicchieri quadrati per sorseggiare il sake.
Con già alle spalle una mostra personale dal titolo "Alive without breath", questo artista realizza opere alle quali pare che manchi davvero soltanto il respiro perché divengano vive. E, non contento della sola pittura, sta ora esplorando sempre più il campo della tridimensionalità attraverso la scultura.
Prestate attenzione, dunque, perché potreste vedere un piccolo polpo sbucare dalla vostra tazzina del caffè!

(Le opere qui riportate sono realizzate da Keng Lye, con la sola eccezione dell'ultima, realizzata dal maestro Riusuke Fukahori, di cui trovate ulteriori opere qui)


Warewan ni Byaku, 2013, di Riusuke Fukahori

lunedì 29 febbraio 2016

Perché esiste il 29 febbraio?

Giulio Cesare,
"inventore" dell'anno bisestile.
"Trenta giorni ha novembre, con april, giugno e settembre; di 28 ce n'è uno, tutti gli altri ne han trentuno", recita la filastrocca che tutti sanno, ma... ogni quattro anni febbraio, il mese più strano dell'anno, quello più corto, accresce la propria stramberia allungandosi di 24 ore. Perché? 
La "colpa", se così si può chiamare, va ricercata andando a ritroso nella Storia e per la precisione risalendo sino all'epoca imperiale romana. 

Nei tempi più remoti, anche i Romani utilizzavano un calendario basato sulle fasi lunari e caratterizzato dalle Calende (da cui deriva il nome calendario, appunto) del novilunio e dalle Idi del plenilunio. 
Quello romano, poi, era un popolo piuttosto bellicosetto, tanto che il loro antico calendario, il calendario di Romolo, presentava soltanto 304 giorni suddivisi in dieci mesi, tutti di 30 o 31 giorni, partendo però dal mese dedicato al dio della guerra Marte, Martius, ovvero sia marzo: prima, infatti, faceva troppo freddo e le giornate erano troppo brevi per potersi dedicare alle campagne militari, quindi non valeva la pena contare i mesi. 
Romani in battaglia.
Inutile contare i mesi in cui non si poteva combattere...
Dopo Martius arrivavano Aprilis, Maius e Iunius, dedicati rispetti-vamente alle dee Afrodite, Maia e Giunone, poi, semplicemente, si seguitava con nomi derivanti dai numeri e così quinto, sesto, settimo, ottavo, nono e decimo divennero i mesi Quintilis, Sextilis, September, October, November e December.

Il re di Roma Numa Pompilio, però, nel 713 a.C. modificò il calendario aggiungendo 51 giorni, per far coincidere maggiormente il calendario lunare a quello solare ed "inventò" gli ultimi due mesi dell'anno, inserendoli dopo dicembre: gennaio (29 giorni) febbraio (di 28 giorni). Degli undici mesi con un numero dispari di giorni, quattro ne avevano 31 e sette, incluso il neonato gennaio, ne contavano 29. 
Per meglio far quadrare i conti, il sovrano introdusse pure un mese che un po' c'era e un po' scompariva: il Marcedonio o Mensis Intercalaris, un mese intercalare, appunto, della durata di soli cinque giorni che veniva solitamente inserito, su decisione del Pontefice Massimo, ad anni alterni tra la prima e la seconda parte di febbraio. Le vicende di febbraio come mese pazzerello e dalla durata variabile, dunque, affondano le loro radici in un passato piuttosto remoto.

Calendario romano a cippo.
Poiché nel 44 a. C. era stato cambiato il nome del quinto mese dell'anno, tramutandolo da Quintilis in Iulius in onore del condottiero ed imperatore Giulio Cesare, nell'8 a. C. lo stesso procedimento venne seguito per l'imperatore Augusto: nacque così il mese di agosto. 
Fu però lo stesso Giulio Cesare a riformare in modo considerevole il calendario non appena divenne Pontefice Massimo: a lui, ad esempio, si deve il computo della durata dell'anno in 365 giorni, nonché l'ideazione dell'anno bisestile - come questo 2016 - per "far quadrare i conti" dopo l'eliminazione del Marcedonio.
Un calendario, quello Giuliano (da Giulio Cesare, appunto), che prevedeva che ciascun anno divisibile per 4 avesse il 29 febbraio e che rimase in vigore per molti secoli anche dopo la caduta dell'Impero Romano, sino al 1582, quando venne sostituito dal calendario Gregoriano; da allora, l'anno bisestile cade negli anni divisibili per 4, ma non divisibili per 100.

Ed ora, dopo questa breve passeggiata nella storia del 29 febbraio, come pensate di trascorrere queste 24 ore in più a vostra disposizione? Che farete di bello, oggi? 

mercoledì 11 novembre 2015

Contro l'influenza, il brodo di pollo. Parola di scienziato

Ci sono alcuni rimedi della nonna la cui efficacia è stata provata dalla scienza moderna; un esempio è il brodo di pollo per combattere raffreddore e sintomi influenzali. 

Alcuni anni fa il dottor Stephen Rennard, fisico e ricercatore presso il Centro Medico dell'Università del Nebraska, ha provato che questo antico rimedio ha effettivamente proprietà antinfiammatorie; la sua ricerca, cominciata nel 1993, è stata ripresa e citata da oltre 1200 articoli e pubblicazioni.
Ecco allora la mia ricetta del brodo di pollo anti raffreddore.
Ingredienti:
  • 1 petto di pollo
  • sedano
  • carote
  • cipolla
  • olio d'oliva
  • peperoncino (facoltativo)
  • prezzemolo (facoltativo)
Dopo aver pulito, lavato e tagliato a tocchetti sedano, cipolla e carote si mettono in una pentola con un filo d'olio e si soffrigge per qualche istante; si aggiunge poi l'acqua e vi si mette il petto di pollo, pulito e tagliato a pezzetti, con un pizzico di sale. Si copre e si lascia cuocere per almeno mezz'ora. Qualche minuto prima di servire, si aggiunge una leggera spolverata di peperoncino ed un po' di prezzemolo tritato, si mescola e si copre nuovamente il tutto.

Ricco di proteine e tuttavia leggero, il brodo di pollo è nutriente ma con un basso contenuto di grassi ed aiuta inoltre a reintegrare preziosi liquidi; il professor Gabriele Bellomo, specialista in Scienza dell'Alimentazione, raccomanda anche l'utilizzo di aglio e peperoncino per il loro potere disinfettante, mentre qui trovate la ricetta del dottor Stephen Rennard.

lunedì 5 ottobre 2015

Carta, pennelli e fantasia: così il caffè diventa opera d'arte

C'è chi - come me - il caffè lo beve. A volte anche in quantità impressionanti, nella speranza di svegliarsi e "carburare" per bene prima di cominciare una giornata impegnativa. 

Poi c'è chi dal caffè trae opere d'arte. E' questo il caso del giovane Michael Aaron Williams, artista nato nel 1988 in Tennessee che, partendo da una tazzina di caffè, un po' d'inchiostro e fogli di vecchi quaderni del 1920, realizza splendidi dipinti. 
La scelta del caffè è dettata dal fatto che Williams ritiene che sia un colore naturale che si adatta e fonde perfettamente con quello della carta antica, da lui scelta quale supporto per le proprie opere. 

"La mia arte è un racconto, poesia visiva che vuole essere una dichiarazione sociale e far muovere l'osservatore verso un'azione, una realizzazione. Una parte importante del mio lavoro si concentra sulle strade, il luogo dove le persone vivono la loro vita quotidiana; questo mi permette di interagire con il pubblico su un terreno comune ed osservare come reagisce all'arte, si tratta di un esperimento sociale".

Le persone sono al tempo stesso soggetto e destinatari delle opere di Williams, che realizza per lo più ritratti e che recentemente ha trascorso due mesi in un orfanotrofio della Thailandia traendo ispirazione dai bambini lì ospitati e dalle loro vicende. Il suo obiettivo è quello di mostrare la loro bellezza e la loro fragilità, facendo in modo che l'osservatore non possa più dimenticarli. 

Williams ama interagire con il pubblico e per questo realizza anche opere di streetart, mostrando per lo più la fragilità della gente di strada e, al contempo, la loro effimera bellezza. Sempre con l'obiettivo di scuotere l'osservatore e portarlo ad agire, a fare qualcosa concretamente. A darsi una svegliata, insomma. Anche senza bisogno di caffè.
Esempio di streetart di Williams a Londra.

lunedì 28 settembre 2015

Trasformare un disastro in arte: Giulia Bernardelli

Al mattino, specie di lunedì mattina, succede di essere particolarmente "imbranati" e può capitare di rovesciare il caffè della colazione. Quello che per la maggior parte delle persone rappresenta il pessimo inizio di una pessima giornata, per Giulia Bernardelli è un'opportunità da cogliere.
Partendo "con il piede giusto", infatti, questa giovane donna ha saputo trasformare in opere d'arte ciò che per molti rappresenta un odioso contrattempo. Del comunissimo caffè rovesciato su una tovaglia impermeabile bianca diviene così, grazie a fantasia ed abilità, un magico viaggio nella fantasia. 

Dalla tazzina rovesciata sorgono castelli incantati, bambini che si rincorrono, delfini guizzanti tra le onde e magici unicorni; il caffè "buttato" segna il percorso di Alice verso il Paese delle Meraviglie, snodandosi tra cappellai matti e buffi conigli afflitti dal pensiero di essere in ritardo...
Giulia, che è laureata in arte e lavora in un museo di Mantova dove insegna ai bambini ad esprimere la propria creatività, è diventata famosa dopo che sui social network sono rimbalzate le immagini delle sue opere, realizzate partendo da piccoli "disastri" domestici (lei è @bernulia su Instagram). 
"Quando bevo un caffè - ha dichiarato la giovane artista italiana - rifletto sulle sfumature che potrei creare se lo versassi sopra il tavolo": una grande capacità di andare oltre la consuetudine, un grande talento nel trasformare l'ordinario nello straordinario.
Le sue incredibili opere, però, hanno vita breve: giusto il tempo di ultimarle, fotografarle e poi i biscotti vengono mangiati ed il tavolo ripulito. La lezione che Giulia ci lascia è che occorre, insomma, saper cogliere l'attimo e sfruttare le opportunità che la vita ci regala, magari celandole dietro piccoli inconvenienti; in fondo, anche un grande amore può scoccare grazie a due tazzine di caffè rovesciate su un tavolo.

venerdì 17 luglio 2015

Caffè letterario, per davvero

La "mia" libreria varca i confini nazionali e la sua fama si spinge fino in Francia. Il 18 giugno Nicolas Gary ha infatti scritto un articolo per ActuaLittè, rivista letteraria, interamente incentrato proprio sulla Libreria Pagina 18.

"Nella città di Saronno, che si trova nel cuore della Lombardia, la libreria Pagina 18 ha deciso di prepararsi per l'estate. E di vincere a modo suo la crisi in cui versa il settore, mentre nel 2014 sei italiani su dieci non hanno letto neppure un libro - si legge - Bisogna usare mille trucchi per portare clienti nelle librerie indipendenti..."; confesso che il francese non l'ho mai studiato e che la mia capacità di traduzione della lingua scritta è alquanto approssimativa, quindi vi invito a leggere l'articolo in lingua originale, ma il succo del discorso dovrebbe essere che Carla (Carla Pinna, ndr) ha deciso in accordo con i soci di realizzare appieno il progetto di caffè letterario, unendo di fatto la libreria ai locali di un bar.

"Non è un trucco per acciuffare clienti, ma la realizzazione di un'idea che avevamo fin dalle origini: abbiamo sempre pensato che la libreria non debba essere una specie di supermercato sottoposto al dominio della regola entra-acquista-scappa, sempre di fretta, ma piuttosto un luogo in cui soffermarsi con piacere, scambiare quattro chiacchiere, curiosare tra gli scaffali con calma. E, magari, fare colazione o trascorrere la pausa pranzo leggendo"; insomma, nell'era dello slow food e dell'elogio della lentezza perduta, ecco l'idea del caffè letterario in cui la libreria non è intesa soltanto come luogo di vendita di libri, ma come punto di confluenza di gente e d'idee, nel quale organizzare incontri culturali e, perchè no?, sorseggiare un caffè o gustare un gelato.

Anno 2012: aperitivo letterario con Paola Sironi
In fondo, già nel 2012 la libreria aveva iniziato ad organizzare gli aperitivi letterari, incontri con gli autori nel corso del quale parlare di libri e sorseggiare qualcosa; all'epoca gli eventi si tenevano presso il giardino di Casa Morandi ed in altre aree pubbliche abbastanza capienti. Ora, con il felice "matrimonio" col bar confinante, la Pagina 18 può finalmente realizzare la sua primaria vocazione.

martedì 14 luglio 2015

Prova costume per gente vera

Kristin
Diciamocelo: non è che le modelle siano "gente finta", sono fatte di carne ed ossa anche loro. Però quei capelli meravigliosi e sistemati prima di ogni scatto fotografico, quei visi truccati alla perfezione anche sotto il più implacabile solleone, quei corpi scolpiti da anni di palestra e diete e sapientemente ritoccati, in caso di bisogno, con Photoshop non è che ce le facciano percepire proprio come la studentessa con la quale ci incontriamo davanti all'ascensore o la commessa che ci porge lo scontrino al supermercato.
Eppure al mare, in spiaggia, sotto il sole d'estate ci va anche quel 99,9% di gente comune che sulla carta d'identità, alla voce "professione", non sfoggia la voce "top model". E che magari al sopraggiungere dell'estate va in crisi sentendo riecheggiare in tv quelle due terribili, fatali parole: prova costume.

Kirsten
Così Buzzfeed ha avuto la bella idea di prendere le proprie impiegate e portarle sulle assolate spiagge di Malibu per ricreare, con loro, gli scatti fotografici del recente catalogo della celeberrima Victoria's Secret, la maison specializzata in abbigliamento intimo e moda mare. 
Alle ragazze sono stati fatti indossare gli stessi costumi ed è stato loro chiesto di assumere la stessa posa di ciascuna modella. 

Il risultato mostra quanto lontano dalla realtà sia il patinato mondo della moda, ma anche quanta consapevolezza abbiano le "donne vere": "Penso che tutti dovrebbero farsi fotografare su una spiaggia in questo modo a un certo punto della propria vita - ha detto una delle ragazze - E' un'esperienza davvero divertente e ti aiuta a superare certe insicurezze", "Non tutti possiamo essere modelli - le ha fatto eco un'altra - ma il mondo è una passerella per tutti".

Kirsten, la ragazza che vedete qui col bikini nero, ha detto: "Avere una pelle levigata ed essere senza un grammo di grasso non ti rende una persona bellissima; avere autostima e trasmetterla fa di te una persona bellissima, per quanti difetti si possano avere". 
Nina
Sheridan
Kristin, dal canto suo, col costume color melanzana ad inizio articolo, afferma che "E' davvero difficile essere obiettivi circa il proprio corpo, perciò quando qualcuno ti dice una cosa carina dovresti credergli"; "Non devi somigliare a Behati (Behati Prinsloo, la super modella originaria della Namibia, ndt) per indossare un costume - le fa eco Sheridan, indossando il costume intero blu - Fai ciò che ti rende felice e ti sentirai bene alla fine", mentre Nina, col monokini bianco e nero, ricorda: "Non paragonarti alla modella. Davvero pochissime di noi sono modelle", il restante 99,9% sono persone comuni, i cui piedi non calcano passerelle ed i cui corpi non devono far vendere prodotti, ma che possono godersi il bello della vita. A cominciare dall'estate e dalle spiagge. Il benessere, in fondo, è anche questo.

E i signori uomini? Come reagiscono loro all'estate se si accompagna ai Kg in più? Reagire e vivere bene, in tutte le stagioni, è possibile e c'è un blog che lo racconta: Uomini di Peso. 
Lara: "Non possiamo essere tutte modelle. Ma il mondo è una 
passerella per tutti noi".
Allison: "Penso che tutti dovremmo venir fotografati sulla 
spiaggia in costume da bagno a un certo punto della nostra
vita... E' un'esperienza divertente e ti aiuta a cacciar via 
ogni insicurezza".

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