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domenica 22 settembre 2019

Il gatto che aggiustava i cuori

La nostra capacità di adattamento, la nostra furbizia, il nostro sapercela cavare in qualunque situazione e, allo stesso tempo, la nostra generosità che ci porta a dare amore ai bipedi, anche in modo smisurato e sconsiderato. Alla faccia di quello che i bipedi stessi fin troppo spesso dicono di noi, e cioè che siamo opportunisti, che siamo dei solitari, che non proviamo affetto né men che meno amore! Bazzecole!

Finalmente un libro che rende giustizia a molti degli innegabili pregi di noi gatti.
La morte di Margaret è la fine di una bipede e l'inizio di una vita nuova di zecca per Alfie che, da gatto da divano, dovrà darsi da fare per salvare la propria pelliccia, trovare una nuova sistemazione ed evitare di finire in un gattile. 
Alfie non è un gatto speciale: è bello e dotato di una certa eleganza - ma chi di noi non lo è? - astuto e coraggioso quanto basta per potersela cavare nelle diverse situazioni, generoso, come molti di noi, tanto da arrivare ad aiutare i diversi bipedi che incrocia sul proprio cammino. 
Di speciale c'è Rachel Wells, una bipede che, una volta tanto, ha saputo cogliere e trasmettere l'eccezionalità di noi gatti.
Felinamente vostro, 
Puxi il Gatto.

Questo libro mi vede formulare un giudizio parzialmente diverso da quello del mio coinquilino peloso. Mentre Puxi si è - forse giustamente - concentrato sulla centralità di Alfie, io ho preferito guardare il romanzo nella sua complessità, senza trascurare l'importanza degli esseri umani. 
"Il gatto che aggiustava i cuori" è una deliziosa favoletta romantica dall'epilogo scontato, ma sorretta da una validissima costruzione narrativa, impreziosita dalla particolarità della voce narrante: Alfie, infatti, è il gatto che aggiustava i cuori, protagonista e narratore della storia. 
E forse non è neppure corretto parlare di storia, al singolare, perché molteplici sono le storie che si intrecciano in questo libriccino dalla lettura piacevole e scorrevolissima, che tratta con delicatezza tematiche di spessore quali l'immigrazione, la violenza sulle donne, la perdita del lavoro, la maternità difficile, senza mai approfondire, senza mai divenire pesante, conservando la propria leggerezza di fiaba moderna e spensierata.

Titolo: Il gatto che aggiustava i cuori (Alfie the Doorstep Cat)
Autore: Rachel Wells
Traduttore: Elisabetta Valdrè
Editore: Garzanti
Anno d'edizione: 2018
ISBN: 9788811680000 

La recensione 💥"lampo" su Goodreads.

martedì 2 ottobre 2018

Il libro del mare, tra epica ed ecologia

Gli squali non potranno mai vincere nessuna
gara di popolarità. Orsi panda, gatti, delfini e
scimpanzé si trovano a un estremo della scala.
Gli squali all'altro.
(p. 290)
Tra l'epica romanzesca e l'ecologia contemporanea, Strøksnses non viene meno alla propria vocazione di scrittore e giornalista e miscela sapientemente gli ingredienti del racconto con quelli della cronaca, accompagnandoci tra le gelide acque che lambiscono le isole Lofoten, a caccia del misterioso quanto affascinante squalo della Groenlandia.
Un predatore ancestrale, un animale in grado di vivere solcando le onde e cacciando per oltre 400 anni: una creatura rarissima, quasi mitologica, lunga anche sette metri e pesante forse fino ad una tonnellata, dal nuoto lento e dalla vita lunghissima (esseri umani permettendo).

Strøksnses ci porta in un mondo affascinante ed ancora in larga misura sconosciuto, popolato da animali fantastici e capaci di accendere la nostra fantasia così come, in tempi lontani, lo facevano unicorni, grifoni e draghi. Solo che questi sono veri. Documentati da rari avvistamenti. Come il calamaro vampiro che, vivendo nella completa oscurità degli abissi a -1500 metri, non può ricorrere al trucchetto della macchia d'inchiostro quando viene attaccato e così si stacca con un morso uno degli otto tentacoli, che si allontana emettendo una flebile bioluminescenza ed attirando a sé il predatore, consentendo al calamaro di salvarsi la vita. Molti pesci, come i ceratidi abissali, hanno una specie di asticella che si inarca partendo dalla testa con all'estremità un faretto che pende davanti ai loro occhi.
Alcune specie sono trasparenti, come il vetro: a che servirebbero mai i colori, negli abissi, dove la luce non riesce a filtrare? Al posto dei colori, nelle profondità gli animali ricorrono alla luce, come nel caso del calamaro gigante dana, che, cito testualmente, ha grandi organi luminosi su tutti gli otto tentacoli e quando caccia, normalmente in branco, tutte le luci possono lampeggiare contemporaneamente, tanto che la preda potrebbe credere di essere attaccata da un gigantesco addobbo natalizio.

Gli squali sono gli animali
di grandi dimensioni più
resistenti e adattabili che
l'evoluzione abbia mai creato.
(p. 274)
Strøksnses ha un amico di vecchia data, Hugo, il quale, pur non avendo mai mangiato un solo pezzo di pesce in vita sua, è un amante del mare e della pesca e, sulla scia di racconti sentiti durante l'infanzia, si è messo in testa di catturare uno squalo della Groenlandia ed ha trascinato nell'impresa il compare: è così che prende l'avvio questa avventura apparentemente insensata, dalla decisione - forse maturata in una serata più alcolica di altre - che costi quel che costi, cattureremo quel mostro vorace che ha centinaia di milioni di anni di evoluzione sulle spalle, una tossina potenzialmente letale nel sangue, i parassiti negli occhi, e i denti come quelli di una smisurata tagliola, solo molti di più.
Chiaramente, per imbarcarsi in una simile impresa è indispensabile un'imbarcazione (eh! Eh! Eh!) e... cosa può esserci di meglio di un piccolo gommone, quasi senza chiglia e gonfiato con una pompa a pedale?

Non vi svelo nulla di questa avventura né men che meno della sua conclusione, ma, se amate il mare ed i suoi abitanti, vi invito a leggere questo romanzo che, come già preannuncia il titolo, è ben più che il solo racconto di una caccia un po' sconclusionata.

Titolo: Il libro del mare
Autore: Morten A. Strøksnses
Traduttore: Francesco Felici
Editore: Iperborea
Anno di edizione: 2017
Codice ISBN: 9788870914795

martedì 28 febbraio 2017

La vita vista attraverso gli occhi di un cane: Woody

Ci sono libri scritti da cani. E c'è un libro - forse il primo, certamente uno dei più belli - scritto da un cane: "Woody".
Woody, infatti, è il protagonista e la voce narrante di questo romanzo ed è, anche, un basenji, razza di cane originaria dell'Africa.
Per questo le sue frasi ci appaiono spesso sconnesse, difficili da comprendere, con parole ripetute, verbi abbozzati come farebbe un bambino o chi stesse imparando a conoscere la nostra lingua.
Una lettura non semplice per chi padroneggia la lingua italiana e si trova qui ad inciampare in una grammatica abbozzata, in una sintassi quantomeno fantasiosa, incespicando nella punteggiatura, ma la dolcezza di Woody è così disarmate e la trama tanto avvincente da calamitare l'attenzione del lettore pagina dopo pagina, fino alla conclusione.

Accostandomi alla lettura di questo romanzo, ho appreso che Baccomo intendeva raccontare qualcosa di magico ed importante come ne "Il canto di Natale" di Dickens o "Il piccolo Principe" di Saint Exupèry; pur non toccando simili vette d'eccellenza, a parer mio, "Woody" ha l'indubbio pregio di raccontare una storia originale in modo altrettanto inconsueto, per di più senza cadere nell'insidioso tranello dell'eccessiva antropomorfizzazione del personaggio. 
Per me, amante dei cani non privati della loro "caninità", non tramutati in surrogati di figli mai avuti o di parenti mai amati, non accolti nelle nostre case e nelle nostre vite nel tentativo puerile quanto egoistico di colmare vuoti lasciati da altro, il fatto che il protagonista di questo racconto sia e resti un cane non può che essere accolto dalla sottoscritta che come un indiscutibile pregio.
Woody è un cane e, sebbene noi umani non possiamo sapere cosa e come pensi realmente un cane, il linguaggio scelto da Baccomo è verosimile.
La vicenda narrata, poi, è coinvolgente, divertente, a tratti commovente ed un sacco di altri -ente che ne raccomandano la lettura. 

Titolo: Woody
Autore: Federico Baccomo
Editore: Giunti
Anno d'edizione: 2015
(Illustratore: Alessandro Sanna)

venerdì 30 settembre 2016

Nuova vita per Bart, il "gatto zombie"

C'è chi lo ha definito gatto zombie, chi invece lo vede come la dimostrazione che i gatti hanno davvero nove vite, di certo Bart ha una storia davvero insolita. Una storia di forza e di tenacia che può essere esempio per tutti noi, cari (a)mici.
Di questo micio bianco e nero si parla infatti non solo a Tampa Bay, nel Golfo del Messico, ma ormai in tutto il mondo.
Investito da uno di quegli odiosi scatoloni rumorosi e puzzolenti che corrono lungo le strade, Bart era stato raccolto sull'asfalto dai suoi bipedi e seppellito in giardino.
Cinque giorni dopo, però, ha fatto la sua comparsa come se niente fosse nel giardino dei vicini.
Era molto debole e stanchissimo, ma, dopo essersi scavato una via di fuga dalla tomba, ha provato a trascinarsi verso quella che era la sua casa, la sua famiglia.
I bipedi, appena l'hanno visto, non riuscivano a credere ai loro occhi e l'hanno subito portato dai veterinari della Humane Society, dove Bart ha dimostrato di avere una gran voglia di vivere, cominciando a mangiare quasi subito e riprendendosi lentamente dalla brutta avventura. Già dopo pochi giorni accoglieva i veterinari e i volontari del centro facendo le fusa e miagolando.
Ha dovuto essere operato alla mandibola e ha perso l'occhio sinistro, ma si sta riprendendo e la Humane Society che si è presa cura di lui dice che è coraggioso, affettuoso e pieno di entusiasmo, tanto da avergli trovato - dopo una lunga battaglia legale durata 20 mesi - una nuova famiglia che si prenda cura di lui. E, si spera, non lo seppellisca prima che sia davvero morto.

Felinamente vostro, 
Puxi il Gatto.

giovedì 22 settembre 2016

Il gatto morto trasformato in borsetta va all'asta

Cari (a)mici, 
cose dell'altro mondo! 
Nel vero senso della parola.
Perché all'altro capo del mondo, in Nuova Zelanda, una bipede ha trovato sul ciglio della via un nostro compare dal pelo fulvo, un bel gatto forse investito come tanti (troppi) altri da una di quelle scatole di metallo grosse e rumorose che scorrazzano per le strade e che non ci danno scampo. Morto.
Il gatto si era probabilmente giocato così l'ultima delle sue proverbiali vite, ma la bipede, che si chiama Claire Third e che di professione fa la tassidermista (che non sapevo cosa volesse dire, ma mi sono documentato e così, fiero di questa nuova conquista, uso questa parola), ha pensato di dare "nuova vita" al micio, trasformandolo in una borsetta.
"Per la ragazza che ha tutto e che vuole attirare l'attenzione ovunque vada", dice sul sito d'aste online TradeMe in cui ha messo in vendita la sua creazione a partire da un'offerta minima di 1.400 dollari.
Al momento non sono giunte offerte più elevate e, anzi, la bipede ha dovuto accontentarsi di poco più di 500 dollari, ma in compenso pare che molti bipedi si siano parecchio indignati. 
E voi cosa ne pensate? Vorreste che i vostri bipedi vi trasformassero in borsette per non separarsi mai da voi, nemmeno quando sarete passati a miglior vita? 
Aspetto i vostri commenti, felinamente vostro
Puxi il gatto.

martedì 30 agosto 2016

La gatta che ama viaggiare (da sola)

Ah, Parigi! 

Animali colti come noi, che da sempre hanno un legame del tutto speciale con libri e biblioteche, non possono rimanere indifferenti al fascino che esercita una città come Parigi, così spesso al centro di racconti emozionanti. Anche il cinema, poi, ci ha messo lo zampino: da "Gli Aristogatti", ambientato nella capitale francese d'inzio del 1900, a "Un gatto a Parigi" non mancano certo i richiami per noi che ci attraggono verso questa città.

E il richiamo deve essere diventato irresistibile per Moon Unit, una gatta inglese che un bel giorno ha deciso di andarsene a Parigi. 
Raccolta per strada quando era una cucciola, Moon Unit - chiamata così in onore dell'attrice e figlia di Frank Zappa - ha vissuto per tre anni a Londra con i suoi fedeli bipedi, Marna Gilligan e Sean Purdy, ma la notte di capodanno del 2008 ha deciso di cambiare vita ed è scomparsa.

Voi bipedi che avete a che fare con noi, che spesso siete nostri coinquilini, sapete bene quanto siamo bravi a far perdere le nostre tracce. Spesso per strada si vedono volantini che annunciano la scomparsa di qualcuno di noi, con tanto di modo per contattare i bipedi di riferimento e magari offrendo anche ricompense...
Lo stesso avevano fatto i due bravi bipedi londinesi, che però, dopo diverso tempo, si erano convinti del fatto che non avrebbero mai più rivisto la "loro" micia.

In realtà così non è stato, perché nell'estate del 2016 l'ADAD, un'associazione francese per la protezione degli animali, si è messa in contatto con Marna e Sean: avevano trovato una gatta bianca e nera a Parigi ed il suo microchip era britannico, così erano risaliti a loro.
Che subito si sono attivati per riportare a casa l'amata - e vagabonda - Moon Unit. Anche dotandola dell'indispensabile passaporto per gli animali da compagnia.
Non è dato sapere se la signora fosse subito arrivata a Parigi e lì si sia fermata o se piuttosto non abbia girovagato un po' per l'Europa, prima, ma certo è che ora è tornata a casa nel Regno Unito, dove è già diventata una piccola star grazie a questo suo viaggio durato ben otto anni del quale già parlano i giornali.

Felinamente vostro, 
Puxi il Gatto.

venerdì 15 luglio 2016

Insetti d'estate

Come forse sapete, a me gli insetti piacciono. Certo, non ne terrei in casa come animali da compagnia, però non mi spaventano né mi fanno ribrezzo e, anzi, trovo quel loro aspetto così particolare molto interessante.
In estate la vita dei campi, dei boschi, dei giardini e dei prati si riempie dei ronzii di bombi golosi, di voli di api indaffarate, di minuscoli passi silenziosi sulle corolle dei fiori e allora... eccovi alcuni scatti.
Per scelta non troverete qui farfalle: con tutti quei colori, per forza che sembrano belle! :-)
(Altre immagini potrete trovarle su Scattiliberi) 




lunedì 13 giugno 2016

Il killer arlecchino

Mi salva la salvia?
Resiste strenuamente, ma la lotta è impari e l'assedio prolungato la sta consumando in modo lento quanto, temo, inesorabile.
Non sto parlando di una cittadella in battaglia, ma della mia povera salvia che, sul terrazzo, è oggetto di attacchi impietosi da parte di minuscole mini-cicale verdi.
Riuscirà a sopravvivere? 
Forse. Grazie all'aiuto di provvidenziali quanto inaspettati alleati: le coccinelle.

Come potete vedere dalle immagini, però, non si tratta delle nostre "classiche" coccinelle europee - quelle rosse con i sette puntini neri - bensì delle coccinelle arlecchino, così chiamate proprio per la grande variabilità di colore delle elitre (le ali "dure" che ricoprono le ali vere e proprie).
Queste colorate coccinelle sono originarie dell'Asia e, proprio come molti altri animali d'importazione, rappresentano un grosso guaio per le popolazioni autoctone.
Nello specifico, la coccinella arlecchino è più grossa e più vorace della coccinella comune europea (la quale, a dispetto del nome, tanto comune non è più) e, fin dal suo stadio di larva, mangia tutto ciò che le capita a tiro: afidi e cocciniglie, naturalmente, ma anche moltissimi altri insetti e coleotteri, incluse le "cucine" europee.
Le quali, non a caso, sono divenute sempre più rare.
Una larva, a sinistra, ed un esemplare adulto, a destra
C'è chi, proprio come è avvenuto per le tartarughe orecchie gialle o lo scoiattolo grigio, è arrivato a proporre di eliminare questi animali, così da consentire il ritorno della coccinella nostrana, ma io, che mi creo problemi persino per ammazzare le zanzare, di certo non mi metto a dare la caccia alle coccinelle, men che meno se queste possono rappresentare una via di salvezza per le mie povere piantine aromatiche.
Così attendo, incuriosita ed anche un po' speranzosa, l'esito delle loro scorpacciate sulle piante del terrazzo e del giardino.
Si può parlare in questo caso di lotta biologica? Il dubbio, non vi nascondo, ce l'ho, perché questi animali non sono arrivati in Occidente di loro iniziativa, per così dire, ma importati negli USA a inizio '900 proprio per combattere in modo efficace e "naturale" gli afidi e lo stesso avvenne in Europa, quando negli anni '60 l'Ucraina iniziò a far ricorso alle coccinelle arcobaleno nelle proprie piantagioni e giardini. La loro diffusione, poi, non ha conosciuto ostacoli. 
E forse, oggi, non avrebbe neppure senso mettersi ad uccidere una ad una queste bestiole.
Io, di certo, non intendo farlo. 
Anzi, vi saluto con l'immagine di una nascita: quella di una coccinella arcobaleno che esce, finalmente esemplare adulto, dall'involucro di pupa.

martedì 31 maggio 2016

Inevitabile destino: il gatto cacciatore ed il rondone

Doveva succedere prima o poi. 
Forse lo sospettavano persino i miei bipedi, sebbene non siano sempre sveglissimi. Di certo, lo sapevo io.
Perché, alla faccia di quello che va ripetendo il bipede maschio, so benissimo di essere un cacciatore di gran classe, degno discendente dei miei progenitori. 
E non importa se passo le mie giornate tra casa e terrazzo, sonnecchiando per la maggior parte del tempo: se mi si presenta l'occasione, io caccio.
Così, lo scorso venerdì, quando il bipede maschio è tornato a casa ha trovato il cadavere di un rondone in cucina (che si trattava di un rondone l'hanno detto loro, perché per me era solo un cosino piumato come gli altri). 

A questo punto, nonostante tutte le storie del "mangia tonno a tradimento" e via dicendo, ha iniziato ad insultarmi in malo modo, accusandomi di essere un assassino.
La bipede femmina ha cercato di difendermi, dicendo che sono progettato così, che la caccia fa parte della mia natura, ma lui niente, continuava a trovare ingiusto che cacciassi per divertimento e non per fame (dal momento che, nonostante l'infamia del mangiatore di scatolette a sbafo, devo ammettere che la mia ciotolina è davvero sempre ben rifornita).
In effetti la fame è un'altra cosa - e io che l'ho vissuta me la ricordo bene - mentre in questo caso ho del tutto perso interesse verso il cosino piumato appena questo ha smesso di muoversi.

La bipede femmina cerca di ridimensionare le mie abilità di cacciatore dicendo che ho avuto vita facile: probabilmente si trattava di un rondone anziano o malato e, comunque, quando questi animali toccano terra non riescono più a riprendere il volo, quindi con me non aveva scampo. Ma intanto io la mia preda l'ho avuta. Loro dicano pure quel che vogliono. 

Felinamente vostro, 
Puxi il Gatto.

mercoledì 25 maggio 2016

Yulin, cani e gatti mangiati in Cina

Cari (a)mici, manca meno di un mese al Festival di Yulin, grande festa della Cina nel corso della quale vengono mangiati cani.
Lo so, lo so, tanti di voi a questo punto staranno pensando che dovremmo far festa pure noi: esiste un luogo in cui i bipedi mangiano quei grossi cosi puzzolenti e invadenti, che appena ci vedono nel migliore dei casi si lanciano ad annusarci il portacoda e nel peggiore attaccano ad abbaiare e ci corrono contro a tutta velocità.

Vi invito però ad analizzare con attenzione la situazione, perché anche noi gatti abbiamo poco per cui gioire. Se vi fate recuperare dal vostro bipede questo articolo del Sole 24 Ore, infatti, vi accorgerete che, anche se i cani sono il  piatto forte, in Cina vengono mangiati anche i gatti. In gran quantità.
Sì, i nostri nobili e affascinanti parenti vengono scuoiati, non di rado ancora vivi, e poi bolliti.

Foto: Humans Society International
E se in Italia si parla di Yulin riferito quasi solo ai cani, all'estero va meglio e i bipedi protestano anche contro la mattanza dei gatti; il Daily Mail, ad esempio, nel titolo cita persino prima noi gatti che i cani. 

Come già l'anno scorso mi sembra giusto metterci il muso per parlare della questione, fermo restando che non voglio criticare la cultura e le abitudini di nessuno. Però riflettere sulla situazione mi pare importante. E, visto che spesso in casa siamo noi a comandare, vi invito a far riflettere anche i vostri bipedi. Che poi, se vogliono, possono guardare questo servizio del TG2 e firmare la petizione.
Felinamente vostro, Puxi il gatto. 

giovedì 12 maggio 2016

Addax, estinzione in diretta

Si parla ormai piuttosto spesso di biodiversità. E chi ne parla lo fa come di una ricchezza. 

La biodiversità delle Alpi. La biodiversità della barriera corallina. La biodiversità delle dune costiere...
Patrimoni da proteggere e tutelare. Ne parlano biologi, etologi, ittiologi, erpetologi, entomologi ed un sacco di altri "...ologi". Più raramente ne parla anche qualche giornalista.
Poi c'è chi di biodiversità non ha sentito - o non vuole sentir - parlare.
Fino a quando qualche notizia non salta fuori prepotentemente, deflagrando come una bomba mediatica.
Anno 2016, l'addax è ufficialmente estinto. Il complesso e meraviglioso puzzle della biodiversità perde uno dei suoi tasselli. In diretta tv, condiviso in tempo reale sui social. 

L'addax è un'antilope. Un'antilope del deserto, ad esser precisi, perfettamente adattatasi al clima estremo delle terre aride e sabbiose d'Africa. Piuttosto bellina, per la verità: non ha il "profilo importante" della cugina saiga, tanto per cominciare; corpo snello, mantello chiaro, lunghe corna che si avvitano verso il cielo, potrebbe avere le carte in regola per richiamare l'interesse mondiale, sebbene non sia tenerosa e puccettosa come un cucciolo di foca. Ma ormai è tardi. 
I ricercatori che nel mese di marzo si sono occupati del censimento degli addax nel deserto tra Ciad e Niger hanno contato soltanto tre esemplari. Troppo pochi per far sperare in una riproduzione e, comunque, non sufficienti a scongiurare il rischio di consanguineità.

Il Niger ha dichiarato illegale la caccia a questi animali ed il Ciad li protegge, tuttavia, stando a quanto dichiarato dal Dottor Jean-Christophe Vie della IUCN Global Species Programme "Siamo testimoni in tempo reale dell'estinzione di questa iconica ed un tempo florida specie". Tutta colpa, si legge sull'HuffingtonPost, delle massicce estrazioni petrolifere operate dalla China National Petroleum Corporation, che hanno distrutto gran parte dell'habitat di queste creature; inoltre, pare che le guardie ingaggiate per controllare e proteggere i pozzi petroliferi cacciassero gli addax per cibarsene. E' possibile che gli studiosi non abbiano localizzato tutti gli addax superstiti in natura, tuttavia, anche se il loro numero fosse cinque volte superiore, non sarebbe sufficiente per la sopravvivenza della specie.
Estinto in natura, l'unica speranza per l'addax risiede ora nell'incrocio con esemplari in cattività, ha spiegato l'italiano Alessandro Badalotti, responsabile per la IUCN di Save Our Species, l'organismo che si interessa degli animali maggiormente minacciati: "E' una situazione disperata - ha dichiarato a Phys.org - Allo stato attuale l'addax è condannato all'estinzione".
E, ironicamente, negli Stati Uniti è possibile cacciare addax allevati appositamente per essere abbattuti, sebbene con alcune limitazioni. 

venerdì 6 maggio 2016

Io ci metto il muso

L'udito del cane pare essere molto sviluppato, questo almeno secondo gli studi condotti dai bipedi, sulla cui attendibilità non metterei la zampa sul fuoco; loro, i bipedi, che si prendono come metro di giudizio per tutte le cose, secondo questi studi dicono che i cani sentono fino a 40.000 hertz al secondo, il doppio rispetto ai loro 20.000.
Io non ho la minima idea di cosa siano questi hertz, fatto sta che noi gatti ne sentiamo la bellezza di 100.000 al secondo. Il che, detto in poche parole, vuol dire che abbiamo delle orecchie di tutto rispetto.
Non è un caso se siamo così bravi nella caccia...

Naturalmente cari (a)mici non scrivo tutto questo per voi, che già siete gatti e quindi sapete perfettamente quale fortuna sia stata nascere con un corpo perfettamente funzionale oltre che bellissimo a vedersi; lo scrivo per loro, per i bipedi, che forse non si rendono conto di quanto fastidio ci diano le grida, gli urletti, il picchiettare contro i vetri...
Se un gatto normalmente può sottrarsi a tutto questo chiasso semplicemente girando sui reali polpastrelli e levandosi di torno, questo non avviene per i cuccioli in vetrina. Costretti a subire grida, urletti, picchiettare contro i vetri... Tutto il giorno. Tutti i giorni. 

Adesso alcuni bipedi più sensibili di altri sembrano essersi accorti che molti di noi vengono tenuti "in vetrina, esposti come un profumo, un vestito o un giocattolo" ed hanno deciso di opporsi a questo con una cosa che chiamano petizione.
Tutte le informazioni le potete trovare qui. 
Lo so, lo so, a lanciare questa idea è la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, ma (a)mici, in certi casi la rivalità tra noi e quei quadrupedi goffi e poco svegli merita di essere accantonata: in fondo, lo facciamo anche per i gattini. Anzi, soprattutto per loro, dal momento che il loro udito è molto più sensibile di quello dei cuccioli di cane.
Come vedete, io il muso ce l'ho messo. Adesso tocca a voi.
Felinamente vostro, Puxi il gatto.


mercoledì 16 marzo 2016

Le cicogne non migrano più, restano in Europa

Una volta, le cicogne portavano i bambini. I pancioni che si gonfiavano nei mesi invernali, quasi per magia tornavano ad appiattirsi dopo che le cicogne, arrivando in primavera, portavano tanti neonati nelle case contadine ed i bambini, affascinati e incuriositi da questi racconti, riprendevano ad uscire nei campi dopo i rigori dell'inverno ed alzavano gli occhi al cielo, alla ricerca di questi uccelli migratori, scrutavano i comignoli delle case, certi di poter capire così chi sarebbe diventata mamma di lì a poco. 
Oggi le cicogne non portano più i bambini.
Nell'Europa opulenta, concentrata più sull'egoismo del possesso materiale che sulla genitorialità (con tutto ciò che questa comporta, anche grazie all'assenza di politiche a sostegno della famiglia), aumentano le discariche e diminuiscono le nascite. E le cicogne non migrano più. 
La cicogna opportunista come i gabbiani: approfitta degli
scarti umani. Più facile e sicuro che dedicarsi alla caccia.
Fin dalla fine degli anni '80 un numero sempre crescente di cicogne bianche (Ciconia ciconia) ha smesso di affrontare l'annuale traversata del Mediterraneo verso l'Africa, rimanendo anche nei mesi invernali in Spagna e Portogallo, Paese in cui la popolazione è cresciuta di oltre dieci volte nel volgere di vent'anni e dove si contano ormai 14.000 esemplari, molti dei quali stanziali.

Un gruppo di ricercatori dell'Università dell'East Anglia guidato da Aldina Franco ha dotato di GPS 48 cicogne bianche in Portogallo, in diverse zone dell'Alentejo e dell'Algarve, e ne ha monitorato gli spostamenti per due anni: "Abbiamo scoperto che le discariche consentono agli uccelli di utilizzare i nidi durante tutto l'anno, un comportamento nuovo che si è sviluppato in anni recenti. Questa strategia dà agli esemplari stanziali la possibilità di scegliere i nidi meglio posizionati in relazione a dove trovano cibo, soprattutto durante i mesi invernali quando le risorse naturali scarseggiano".
Marabù minori all'interno di una discarica indiana. 
I cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale possono giocare un ruolo in questo mutamento nei comportamenti delle cicogne bianche, ma i ricercatori britannici e portoghesi le cui osservazioni sono state pubblicate sulla rivista Movement Ecology non sembrano avere dubbi: le discariche, con la conseguente presenza di cibo, sono ciò che trattiene le cicogne in Europa. 
Questi animali, dunque, sembrano voler imitare lo stile di vita già intrapreso dal "cugino", sempre appartenente alla famiglia Ciconiidae, marabù minore (Leptoptilos javanicus), il quale già da molti anni integra l'alimentazione a base di rane, insetti e roditori con i costanti banchetti a base di junk food offerti dalle discariche indiane.

domenica 14 febbraio 2016

Un amore bestiale

Un bacio tra ara giacinto.
Se pensate che gli esseri umani siano gli unici a scambiarsi doni quando si innamorano, vi sbagliate di grosso. Nel mondo animale, per la verità, è anzi molto frequente che il maschio offra doni alla femmina con la quale desidera accoppiarsi ed il motivo, se ci pensate, è del tutto logico: deve dimostrare alla potenziale partner di essere un soggetto valido, capace di provvedere alle esigenze della prole. 

Gli uccelli, in particolare, sono maestri nell'arte del dono. Il maschio di martin pescatore (Alcedo atthis), ad esempio, pesca piccoli pesci che porge a colei che spera diventi la sua compagna, mentre all'altro capo del globo, in Nuova Guinea ed Australia, il maschio di uccello giardiniere (Ptilonorhynchiadae) non solo si preoccupa di costruire il nido che ospiterà la compagna e la prole, ma, per conquistare la femmina, raccoglie ogni genere di dono che possa essere per lei gradevole alla vista o al gusto, adornandone la dimora. 
Un uccello giardiniere davanti al nido, colmo di semi e cibo.
Foto: Bernard Van Elegem
Purtroppo, in tempi recenti, la maleducazione e lo scarsissimo rispetto ambientale hanno fatto sì che anche quelle remote foreste si riempissero di rifiuti e così è capitato che i ricercatori si imbattessero in nidi "decorati" con tappi di plastica, pezzi di lattine ed altre porcherie. 
I "baci" che questi animali si scambiano, così come gli ara giacinto della mia foto a inizio post, hanno lo scopo primario di far sì che il maschio passi il cibo alla femmina, ma fanno parte del rituale di accoppiamento e servono anche per rinsaldare il legame di coppia, proprio come avviene con i baci tra gli esseri umani. 
Va anche detto che gli uccelli prendono molto sul serio la faccenda dell'amore: molti di loro, infatti, si accoppiano per la vita, come accade ad esempio per le aquile o, più banalmente, per le tortore dal collare ed i piccioni tanto comuni anche nelle nostre città (in realtà non c'è nulla di romantico in tutto ciò: gli uccelli tendono ad essere monogami in quanto sia il maschio che la femmina si occupano dei piccoli).

I mammiferi sono decisamente più libertini - dal momento che è la sola femmina, allattando, a prendersi cura della prole - e sono piuttosto rari quelli che si scelgono un partner "finché morte non li separi". Due esempi "estremi" di libertinaggio sono offerti dall'elefante marino e dal bonobo. 
L'elefante marino (Mirounga angustirostris) è un possente bestione appartenente alla famiglia delle foche, può arrivare a misurare cinque metri di lunghezza per 1800 Kg di peso e gli esemplari più forti e poderosi riescono a mettere insieme un harem di un centinaio di femmine; il "cugino" leone marino di Steller (Eumetopias jubatus), oggi piuttosto raro, non raggruppa le femmine in veri e propri harem, tuttavia è fortemente territoriale ed ama anch'egli sollazzarsi parecchio con quante più compagne possibile, spesso oltre una trentina, radunate sulla "sua" fetta di spiaggia.
I bonobo (Pan paniscus) invece sono dei primati scoperti soltanto di recente (1929), piuttosto simili agli scimpanzé, e devono la loro notorietà al fatto che incarnano alla perfezione il motto "fate l'amore, non fate la guerra". Gli scienziati, infatti, hanno notato che questi animali si accoppiano non soltanto a fini riproduttivi, ma anche per festeggiare - ad esempio, in cattività, quando veniva loro somministrato il cibo - e persino per placare gli istinti aggressivi. Insomma: se qualcosa non funziona a dovere nel gruppo, invece di strepitare, urlare e lanciarsi oggetti, i bonobo fanno sesso. In tutte le varianti possibili, evitando solamente i rapporti tra consanguinei stretti.
Sul versante opposto, tra i monogami, meritano senza dubbio di essere menzionati i lupi (Canis lupus) e le volpi (Vulpes vulpes), che creano legami estremamente saldi e duraturi. I lupi, in particolare, pur vivendo in branchi sono guidati da un unico maschio alfa, leader, che si accoppia con la femmina alfa e questa coppia è l'unica a generare una prole, che viene accudita dall'intero branco, costituito spesso da zii e zie  (per un approfondimento raccomando la lettura di "Mai gridare al lupo").
Al termine di questa breve carrellata di "amori bestiali" che altro potrei dire? Forse che, se non siete soddisfatte del regalo ricevuto per San Valentino, dovreste ringraziare il cielo di non essere ippopotami (Hippopotamus amphibius): tra questi animali, infatti, il maschio, una volta individuata una possibile compagna, fa pipì e defeca allo stesso tempo, spruzzando il tutto con la coda e cercando di colpire con questo "dono" la femmina.
... Scommetto che adesso il regalo ricevuto dal vostro innamorato vi sembra di colpo più bello...

martedì 2 febbraio 2016

Merli, marmotte, cambiamenti climatici

Merli perplessi nei "Giorni della Merla" 2016: fa troppo caldo!
Gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono conosciuti come "I giorni della merla" perché, secondo la leggenda, in queste giornate dal clima particolarmente rigido gli antichi merli - che erano bianchi - si sarebbero rifugiati in cerca di tepore vicino ai comignoli delle abitazioni, ricoprendosi di fuliggine e divenendo così di piumaggio scuro. Ma, se continua così, è probabile che le future generazioni narreranno la leggenda di merli abbronzati...
Questo mese di gennaio 2016, infatti, è stato caratterizzato da un clima particolarmente mite ed asciutto, andando ad aggravare una situazione ambientale già preoccupante, tanto che Coldiretti ha paragonato il mese di dicembre a quello di agosto, evidenziando l'elevato livello di smog atmosferico ed il preoccupante calo dei bacini idrici.

Negli USA, intanto, investiti questo inverno dalla tempesta di neve Jonas - che ha causato 30 vittime e la cancellazione di oltre 7.000 voli aerei - c'è grande attesa per il Groundhog Day, il Giorno della Marmotta, che cade il 2 febbraio e che consente di pronosticare se la primavera è ormai dietro l'angolo o se gelo e neve terranno compagnia agli statunitensi per altre sei settimane. Secondo USA Today il marmottone Phil, che ogni anno viene estratto dalla sua tana in Pennsylvania per emettere la sentenza guardando la propria ombra, non sarebbe affatto attendibile: "Dal 1988 la marmotta ha azzeccato 13 volte e sbagliato 15", asserisce il quotidiano, rincarando la dose: "Lanciare una monetina in aria facendo testa o croce potrebbe fornire previsioni più accurate di Phil".
Ma - faccio l'avvocato delle cause perse - se fossero i cambiamenti climatici ad aver confuso il povero, grosso e simpatico roditore? Di certo quest'anno i merli non hanno avuto motivo d'avvicinarsi ai comignoli delle abitazioni, ad esempio...

martedì 1 dicembre 2015

Fine del mondo: anno 2050

Fine del mondo in mondovisione, diretta da San Pietro per l'occasione, cantava Ligabue nel 1997 ed ora la data della fine del mondo si sa: anno 2050. 
Per la verità, l'allarme in tal senso, indicando questa data come quella in cui le risorse della Terra non sarebbero più sufficienti per sostenerci, il WWF l'aveva lanciato già nel 2006 ma, evidentemente, questo avviso è stato in larga misura ignorato.
Catastrofismo: così sono state spesso bollate le ricerche scientifiche svolte in tal senso, ma forse è il caso di renderci conto, tutti quanti, che catastrofismo non è. "Consumiamo le risorse più velocemente di quanto la Terra sia capace di rigenerarle e di quanto sia capace di metabolizzare i nostri scarti - dichiarava nel 2006 Gianfranco Bologna, direttore scientifico di WWF Italia - E questo porta a conseguenze estreme ed anche molto imprevedibili"; conseguenze come, ad esempio, la piovosissima e fredda estate 2014, con il mese di luglio più piovoso registrato dal 1800, o, viceversa, la torrida estate 2015 in cui è stata documentata la lenta agonia dei ghiacciai alpini, restando geograficamente vicino a noi e trascurando uragani, scioglimento delle calotte polari e via dicendo.

Persino il pontefice, nella sua enciclica "Laudato si'", ha richiamato l'attenzione su "quello che sta accadendo alla nostra casa", ponendo l'accento su inquinamento, cambiamenti climatici, l'importanza spesso trascurata dell'acqua, la perdita di biodiversità... Non a caso, questa "lettera aperta" di Papa Francesco è stata definita da molti come "enciclica verde". E numerosi leader religiosi hanno lanciato una petizione per chiedere che si operi a favore di cambiamenti significativi e concreti. 
Anche in ambito politico si discute da tempo circa il reale stato di salute del nostro pianeta, ma dal 1992, anno in cui si tenne la prima Conferenza sul Clima (a Rio de Janeiro), molte speranze sono state disattese; nei giorni a cavallo tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre 2015 i cosiddetti "grandi della Terra" si sono riuniti a Parigi per una nuova conferenza in materia ambientale, la COP 21, con l'obiettivo di portare il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi, ma già pare difficile raggiungere soluzioni davvero concrete, con Paesi enormi e densamente popolati come l'India che rivendicano a gran voce il loro diritto a continuare a bruciare carbone. 
E mentre 150 leader mondiali discutono a noi "comuni mortali" non resta altro da fare che cercare, nel nostro piccolo, quotidianamente, di operare in modo ecologicamente sostenibile e non come parassiti scriteriati. Perché questo pianeta è l'unica casa che abbiamo.

Per approfondire:

martedì 1 settembre 2015

Estate, animali e libertà

Una spaccata degna di nota, eh?
Cosa mangiano le cavallette? Qualunque sia la loro dieta, mio suocero era ben deciso a sbarazzarsi di questo ospite indesiderato comparso sulla sua pianta di limoni. Via, sciò, il nostro giardino non è abbastanza grande per tutti e due! 
Così, dopo un breve periodo di reclusione all'interno di un barattolo con il tappo forato, necessario per verificare che la bestiola (bestiona?) fosse autoctona e non minacciasse l'ambiente, mio marito ed io abbiamo deciso di restituirle la libertà in un parco poco distante.

All'inizio, tolto il tappo, la cavalletta è sembrata un pochino titubante: possibile che tutto quel verde, quell'erba e quegli alberi fossero lì a sua disposizione? Davvero nessuno scarponcino da giardinaggio si sarebbe abbattuto su di lei? Un po' timidamente, si è avvicinata al bordo del barattolo e poi ha fatto ciò che alle cavallette viene tanto bene: ha spiccato un bel salto! Prima sul prato, poi subito su un vicino tronco. Finalmente di nuovo libera. 

"Ma... davvero posso uscire?"
"Allora io andrei..."
"Libertààà!!!"

giovedì 18 giugno 2015

Yulin: amici o cibo?

La mia bipede aveva già scritto, tempo fa, circa il fatto che mangiare animali fosse un fatto culturale. Io non entro nel merito della cultura, perchè di voi umani ne capisco davvero poco e comunque a quanto ne so anche quello che riempie le mie ciotole arriva da animali: scatolette con tonno, sgombro, pollo... E poi, appena ne ho l'occasione, mi dedico alle battute di caccia, ma, che diamine!, sono un gatto, che altro dovrei fare?!

Non sto a contestare cosa mangino il 21 giugno nella Foresta di Giada, Yulin, anche se ho capito che nella stessa Cina ci sono sempre più attivisti contrari a questo Festival, ma mentre ero acciambellato sulle gambe della mia umana davanti al computer ho visto immagini di come vengono trattati i cani prima di diventare cibo, delle scatole di metallo dove sono chiusi uno sopra l'altro, di come vengono legate le loro zampe... Tanti umani chiamano questo sistema "tortura". Possibile che non ci sia un modo più umano per procurarsi il cibo? E magari anche più sicuro, visto che sembra manchino i controlli sanitari e che molte persone abbiano contratto la rabbia. E comunque mi pare di aver capito che la cultura si cambia, se no voi umani girereste ancora in mezzo ai leoni armati con un bastone o vivreste insieme a noi solo perchè ci trovate utili per cacciare i topi nei granai mentre costruite piramidi. Ma forse non è così. In fondo l'ho detto all'inizio che di voi ci capisco poco...

Oggi, dalle 11 e fino all'ora di pranzo, davanti all'ambasciata cinese di Roma ci sarà una manifestazione degli umani contrari al Festival di Yulin; io resto qui, bello comodo sul divano, ma mi sembrava giusto darvi l'informazione.
Felinamente vostro, Puxi il gatto.

Nota di Viviana B.: Oggi è stata resa nota ufficialmente anche la lunga, profonda ed articolata enciclica di Papa Francesco "Laudato sì, sulla cura della casa comune". Io non credo alle coincidenze e penso che questa giornata ci offra un'eccezionale occasione di riflessione sul nostro comportamento come esseri umani abitanti della Terra.
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