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domenica 8 ottobre 2017

Insegnante di Karate e pedofilo

La magistratura farà il suo dovere, la giustizia farà il suo corso, chiunque è innocente fino a prova contraria e bla, bla, bla, ma nel frattempo un nome è saltato fuori, dietro le iniziali di C. C. e questo fatto apre la porta a due possibili scenari: primo, la redazione del Corriere della Sera aveva una gran voglia di "sbattere il mostro in prima pagina"; oppure, secondo, ci sono seri e concreti elementi che pesano su Carmelo Cipriano e che lasciano ritenere che abbia effettivamente violentato diverse sue allieve (qui l'articolo).

Se davvero così dovesse essere, se veramente le indagini ed i processi dimostreranno la sua colpevolezza, questo individuo non sarebbe degno di essere annoverato tra gli appartenenti al genere umano. 
Non solo perché ha violato, neanche fosse la peggior bestia incapace di ragionare su elementari processi di causa-effetto, i corpi ancora acerbi di ragazzine la cui vita sarà segnata per sempre, ma anche o soprattutto perché ha violato la fiducia che queste ragazzine e le loro famiglie riponevano in lui. La violenza sessuale è l'acme, la proverbiale punta dell'iceberg di una violenza psicologica ed emotiva; l'ultima e tangibile prova fisica di un abuso invisibile quanto immenso. 

L'insegnante è chi affianca le famiglie nel meraviglioso e al tempo stesso gravoso compito di forgiare i bambini ed i ragazzi, preparandoli per il futuro, trasmettendo loro non solo nozioni, ma soprattutto valori. Così, almeno, è come interpreto io l'insegnamento ogni volta che salgo sul tappeto e mi rapporto e mi confronto con i miei piccoli allievi della scuola di T'ienshu. 
Mi ritrovo tra le mani giovani piantine, dalle piccole foglie un po' tremolanti, destinate a divenire le querce ed i cedri, i larici e le betulle che sosterranno il cielo di domani.
Il mio compito è prendermi cura di questi giovani, renderli forti e saldi, infondere loro fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità, spronarli a dare sempre il meglio di sé, spingerli a rispettare se stessi e chi sta loro attorno. Sono questi i valori del T'ienshu e dell'insegnamento, sono queste le cose in cui credo e che mi hanno spinto ad intraprendere questa via.

Sono idealista e, probabilmente, ho idealizzato anche l'insegnamento. È possibile, non lo nego. Certo è che io mi trovo in una posizione privilegiata: insegno per passione, non per far cassa. È questo, il T'ienshu: non a scopo di lucro, di nome e di fatto. E ciò che mi arricchisce non sono le quote mensili degli iscritti - che pure sono il tangibile riconoscimento di un lavoro svolto e che certo non fanno schifo, perché anche le insegnanti idealiste hanno bollette da pagare - ma le emozioni e le lezioni che mi danno i miei piccoli allievi.

P.S. Agli insegnanti seri di Karate, che svolgono il loro compito educativo con competenza e passione, va tutta la mia solidarietà.

giovedì 2 febbraio 2017

Non confondiamo erotismo e violenza

"Susanna e i vecchioni",
di Artemisia Gentileschi
Le stroncature non fanno mai piacere.
E' molto facile criticare, persino stroncare con poche parole il lavoro di chi ha impiegato giorni, forse addirittura mesi od anni a realizzare qualcosa; senza neppure muovere un dito, con alcune semplici parole si può mandare in frantumi qualcosa la cui realizzazione ha richiesto impegno, dedizione, fatica.
Proprio per questo, di norma non stronco nulla e, data questa premessa, credo sia facile intuire che io mi tenga alla larga da tutta quella gente che proprio grazie a stroncature e maldicenze ci campa alla grandissima.

Il mese di febbraio, però, si è aperto con una grossa novità per me: non solo ho ascoltato con grande interesse una stroncatura rimbalzata su Twitter, ma l'ho anche condivisa in ogni sua più infinitesimale parte. 
Tanto che, oggi, sono qui a scrivere questo articolo così da amplificare ulteriormente il messaggio lanciato da Michela Murgia nel corso del suo intervento nel programma "Quante storie" di Rai Tre.
Ad essere stroncato, senza possibilità d'appello, è il libro "La notte tu mi fai impazzire" di Pietrangelo Buttafuoco, pubblicato da Skira, e narra "le gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore".
Ma di erotico, qui, non c'è nulla, niente che sia anche solo lontanamente accostabile al dio dell'amore Eros.
Agostino Tassi, personaggio realmente esistito, è passato agli onori della storia non certo per le proprie arti amatorie, bensì per il processo che lo vide imputato per aver violentato la pittrice - ben più talentuosa e, lei sì, passata alla storia grazie a meriti artistici - Artemisia Gentileschi. 
Uomo violento e brutale, si macchiò di altri crimini verso svariate donne, che ne segnarono la vita e che la Murgia ha ripercorso brevemente durante il proprio intervento, sottolineando come l'idea di erotismo espressa dal Buttafuoco sia in realtà ancora molto diffusa. 

E questa mentalità, che confonde seduzione e violenza, è pericolosa. Drammaticamente pericolosa.
In tempi in cui è stato coniato il termine femminicidio, in anni in cui una donna ogni tre giorni è vittima di violenza, in giorni in cui una "giornalista" del calibro di Barbara D'Urso asserisce che gli atti di violenza ai danni delle donne sono imputabili al troppo amore (qui l'articolo), ecco, io credo proprio che sia il caso di tracciare una linea netta, molto netta tra seduzione e violenza.
Meglio ancora sarebbe scavare un fossato invalicabile, uno degno dei migliori racconti medievali. 

Lungi da me il voler affermare che amore e sesso debbano essere tutti cuoricini e miele, ciascuno è libero di interpretare il sentimento e la passione carnale come meglio crede, ma con un limite sacro ed invalicabile: quello della consapevolezza e della condiscendenza del compagno. Se siete entrambi adulti, consapevoli e consenzienti, lanciatevi pure in prodezze da cinquanta e più sfumature e buon pro vi faccia. 
Ma lo stupro, il fracassare zigomi a suon di pugni, il gettare acido in faccia, capite bene che siano cose ben diverse. Pratiche che nulla hanno a che fare con l'erotismo, né con l'amore.
Concludendo, non mi resta altro da fare che abbracciare in toto la stroncatura operata da Michela Murgia e che riassume così: "Questo non è un libro scritto male, questo è un libro pensato male".

-> Il video integrale è disponibile qui. 

P.S. Nonostante questo articolo sia inserito nella categoria "Cose che leggo", trattando di pubblicazioni e letteratura, mi pare ovvio che non ho letto né intendo leggere in futuro questo libro.

martedì 13 dicembre 2016

Differenze culturali: Santa Lucia


Immagine molto chiara (e, secondo me, molto bella) di Simona Bonafini.
Nulla da aggiungere. Se non: auguri a tutte le Lucia! 

martedì 1 novembre 2016

Halloween, i defunti e... zucche vuote

Mio nonno, nato nel 1924, negli Stati Uniti non c'è mai stato, eppure da ragazzino intagliava zucche ad Albate, in provincia di Como dove viveva, e ci metteva dentro un lumino per spaventare le persone che passavano lungo la via tra i campi nelle nebbiose serate d'inizio novembre. 
Nelle cucine le donne erano indaffarate a preparare dolci chiamati ossa dei morti e pan dei morti, da gustare nei giorni della festa per alleviare il rimpianto dei cari passati a miglior vita e nella notte tra il 1 e il 2 novembre si lasciava sul tavolo un bicchiere d'acqua e qualche castagna lessa, per ben accogliere le anime dei defunti che si fossero trovate a passare ancora a visitare quella casa.

Questo avveniva in molte case del Comasco e, credo, della Lombardia in quella che era un'epoca ancora molto agricola e rurale, prima che l'orrore della Seconda Guerra Mondiale si affacciasse sul palcoscenico della Storia. 
Ma in tutta Italia c'erano, ben radicate, tradizioni che fondevano fede cristiana e superstizioni antiche.
L'usanza di lasciare cibo o bevande per i morti, ad esempio, era diffusa in Valle d'Aosta, in Lombardia, ma pure in Campania, in Basilicata e in Puglia, mentre in Molise si preparava una cena particolare, chiamata "r cummit", da dividere con parenti ed amici ed alcune porzioni venivano lasciate fuori dall'abitazione, con la scusa di sfamare i poveri defunti, mentre ne beneficiavano i più bisognosi, nel corso della notte. 
Il tradizionale Pan dei Morti lombardo
Queste feste erano, in effetti, occasione per fare beneficenza e sostenere le persone meno fortunate: in Abruzzo, con zucche decorate, si bussava di porta in porta chiedendo offerte in memoria dei cari estinti; in Toscana il 2 novembre ricorreva la festa del "bèn d'i morti", nel corso della quale gli eredi dei defunti erano tenuti a donare cibo ai bisognosi, facendo così un'opera di bene in ricordo dei propri cari; in Emilia Romagna i poveri vagavano di casa in casa chiedendo offerte. 
Indossare travestimenti per non essere riconosciuti, preservando così la propria dignità, o far effettuare la raccolta da bambini, per loro natura innocenti, era usuale in queste questue al termine delle quali si ottenevano cibarie, frutta secca e magari qualche dolce. 

Bollate come creduloneria, rinnegate perché legate alle celebrazioni religiose di Ognissanti e dei Defunti, ostracizzate dal crescente laicismo, queste feste sono rimaste materia di studio per gli antropologi. Relegate nel passato e, in larga misura, condannate all'oblio.
Il tutto a beneficio di una carnevalata laica e d'importazione, che non beneficia i bisognosi ma soltanto i centri commerciali, svuotata da ogni significato proprio come svuotate erano e sono le tradizionali zucche, che però, almeno, in Veneto servivano per preparare il delizioso risotto alla zucca prima di venire intagliate.

domenica 30 ottobre 2016

T'ienshu, Halloween e terremoto

Fino ad una cinquantina di anni fa in Italia si ignorava cosa fosse Halloween e si festeggiavano la ricorrenza di Ognissanti e quella dei Defunti. In diverse parti della penisola, questa era un'occasione per raccogliere fondi da destinare i più bisognosi.
In questo 2016 funestato dai tanti terremoti che stanno colpendo ripetutamente il centro Italia, la Scuola di T'ienshu di Saronno e l'Accademia Marziale hanno proposto di accantonare per un po' il commerciale "Dolcetto o scherzetto?" per concentrarsi sulla solidarietà, in un'iniziativa che mi sento di abbracciare in toto, in piena adesione al principio dell'attenzione all'essere umano che contraddistingue il T'ienshu e fatto proprio dall'Accademia Marziale.
Si tratta di una raccolta fondi volontaria aperta a tutti gli iscritti ai corsi di T'ienshu dell'Accademia Marziale Saronno. Chi vuole contribuire, in forma anonima, potrà versare la propria offerta nel corso delle lezioni lunedì 7 e mercoledì 9 novembre.

lunedì 19 settembre 2016

Il lavoro impossibile e il Paese delle Meraviglie

La scorsa settimana, a zonzo per un centro cittadino, ho notato affisso alla vetrina di un negozio d'abbigliamento un cartello per la ricerca di personale. 
Era richiesta età al di sotto dei 24 anni, bella presenza ed esperienza nel settore.
Sono entrata, perché insieme a me c'era un'amica in possesso di tutti questi requisiti e, pensate un po', alla ricerca d'impiego. 
Mi sono tenuta in disparte, fingendomi interessata agli abiti esposti, per dar modo alla mia amica di presentarsi alla responsabile, ma evidentemente non ero abbastanza lontana da non sentire le assurde pretese avanzate: la ragazza, oltre ad essere graziosa, giovane e dalla comprovata esperienza come commessa, dovrebbe conoscere alla perfezione almeno una lingua straniera, preferibilmente il russo o l'arabo, perché pare che questo stilista sia particolarmente apprezzato sulle sponde del Volga e del Don ed in Medio Oriente. Poi, oltre ad essere disponibile a lavorare su "turni flessibili", sarebbe preferibile se all'università fosse iscritta in facoltà di Economia o Turismo. 
Prima di deflagrare come una bomba, sono uscita dal negozio. 
Raggiunta poco dopo dalla mia amica, alla quale era stato proposto un contratto part-time (ma su turni flessibili, ricordate) per la ragguardevole cifra di 700 euro mensili.
Ora: va bene non essere choosy, va bene accontentarsi, va bene fare esperienza (peraltro già acquisita, visto che viene richiesta esplicitamente prima ancora del colloquio), ma non vi sembra di chiedere un po' troppo per un mondo reale? Non siamo nel Paese delle Meraviglie!
"Non credo vogliano davvero tutte quelle cose - ha detto la mia amica - Magari hanno già in mente qualcuno per quel lavoro e scoraggiano gli altri candidati". 
Forse ha ragione. 
Preferisco credere che dietro quell'improbabile elenco di requisiti ci fosse la solita, banalissima raccomandazione piuttosto che non la vera pretesa di trovare qualcuno che rispondesse appieno alla descrizione. 

Passiamo adesso dall'altra parte della barricata, dove si trovano clienti o committenti. 
Persone che vorrebbero che il lavoro fosse eseguito in fretta, bene ed in modo economico. 
Chiunque dovrebbe sapere che questi requisiti possono viaggiare appaiati, ma senza costituire un terzetto. Se desideri un prodotto realizzato in fretta ed economico, dovrai rinunciare alla qualità. Se vuoi qualità e rapidità, rassegnati a pagare salato il prodotto; mentre se è qualità ed economia ciò che cerchi, allora sappi che non potrai ottenere il prodotto alla svelta. 
Non è desiderio di "fare i preziosi", sono vere regole alle quali è impossibile sottrarsi.
Prendiamo ad esempio le marmellate, le confetture e le conserve che realizzo (e che non vendo, questo è solo un esempio!): se faccio economia sulle materie prime, acquistando frutta o verdura scadente, non potrò certo aspettarmi un prodotto squisito. E lo stesso avviene se cerco di velocizzare le procedure, magari riducendo i tempi di cottura ma dovendo così far ricorso ad addensanti o altri intrugli.
Nel mio caso, poi, in fatto di cibo il cerchio del "Buono, ben fatto" è molto più grande rispetto a quello del "velocemente" e dell'"economico": è a quello, al risultato buono, che miro, rendendo così marginale la rilevanza degli altri due fattori. 
E lo stesso si può dire per tutto ciò che realizzo, come ad esempio il fodero di spada: ho acquistato buoni materiali ed ho lavorato due giorni alla sua realizzazione, dal cartamodello al lavoro rifinito, di certo non lo venderei per 30 euro!
Se, per ipotesi, mi venisse commissionato un fodero da 30 euro, il mio committente dovrebbe rassegnarsi ad ottenere un prodotto o meno accurato nella realizzazione, o ottenuto da materiale più scadente. 
Perché è così che funziona nel mondo reale, a differenza che nel Paese delle Meraviglie. 

martedì 19 luglio 2016

Arte e storia negli affreschi della chiesa di San Francesco a Saronno

Continuano, per tutto il mese di luglio, gli appuntamenti con la storia e l'arte presso la chiesa di San Francesco a Saronno che, nell'ambito del Progetto Chiese Aperte, torna ad offrire visite guidate alla scoperta della propria storia e dei propri tesori artistici.
Ogni giovedì sera, a partire dalle 20.30, alcune guide preparate e colme di passione accompagnano i visitatori alla scoperta dei segreti di questa antica chiesa cittadina, le cui prime tracce risalgono al XIII secolo.
Nell'edizione 2016 ad essere presi in considerazione sono i numerosi affreschi che decorano ed impreziosiscono l'edificio sacro: un ciclo di affreschi quasi interamente realizzato nel primo decennio del 1600 (soltanto due paiono essere posteriori, ma non sarò certo io a svelarvi il mistero) e giunti sino a noi nonostante le vicende talvolta avverse della Storia.

Sulla sommità delle arcate che delimitano la navata centrale si alternano scene della vita di San Francesco e di San Antonio, mentre le colonne accolgono le immagini di numerosi Santi della chiesa la cui iconografia, anche qualora il cartiglio fosse andato perduto, consentirebbe una puntuale identificazione.
E' il caso, ad esempio, di San Defendente, raffigurato con indosso un'armatura, o dell'evangelista San Giovanni, identificabile grazie all'aquila che lo accompagna. Ed il cartiglio è effettivamente mancante ai piedi di uno degli affreschi, raffigurante una santa, ma non intendo dirvi nulla di più: lascio a voi il piacere di avventurarvi in questa caccia al tesoro di opere d'arte. 

La chiesa di San Francesco è tra le più antiche ed amate di Saronno; autentico scrigno della storia locale, ha saputo risorgere come luogo di culto dopo essere stata confiscata e tramutata in granaio in epoca napoleonica e, quasi miracolosamente, gli affreschi sono ancora ben leggibili ed apprezzabili, grazie anche ai puntuali ed attenti interventi di restauro.
Ed è proprio per consentire i restauri conservativi del luogo che chi lo desidera può, al termine della visita guidata (che è comunque gratuita ed aperta a tutti), lasciare una piccola offerta.

giovedì 14 luglio 2016

Arte a Como: The life electric

Nel 2015 la storica diga foranea di Como ha mutato il proprio profilo grazie a The life electric, scultura disegnata da Daniel Libeskind e dedicata ad Alessandro Volta. 
Come spesso accade con le nuove installazioni artistiche, sostenitori e detrattori non hanno risparmiato commenti anche perché, con un'altezza di 16,5 metri, non corre certo il rischio di passare inosservata.

Io, nata e cresciuta a Como, ho spesso passeggiato lungo la diga foranea e non ho alcuna difficoltà ad ammettere di trovarla straordinariamente più bella ora, proprio grazie a quest'opera d'arte.

Sono tornata più volte a fotografarla, con diverse condizioni meteorologiche, e sempre sono rimasta affascinata dai giochi di riflessi e di luce che questa struttura dona al visitatore.

(Come sempre, per ingrandire le foto cliccateci sopra. Altre immagini le trovate su Scattiliberi)
Monumento ai Caduti, Tempio Voltiano
e Duomo vicini: magia dei riflessi
Contorsionismo metallico
Turisti reali o riflessi?

sabato 18 giugno 2016

Un panino... davvero buono

Garantire un panino al giorno ad almeno 600 bambini di Shisong, in Camerun. 

E' questo l'obiettivo dietro al progetto "Un panino per l'Africa" che nei giorni di sabato 18 e domenica 19 giugno, a partire dalle 19.00, animerà il piazzale del Cimitero Maggiore a Milano.
Organizzata dalla Caritas parrocchiale di Shisong e da fra Angelo, parroco dei frati cappuccini, la sfida è quella di raccogliere l'adesione di almeno 52 gruppi (quante sono le settimane di un anno) che, a fronte di un'offerta di 100 euro, riceveranno un superpanino lungo un metro per 40 centimetri, in parte farcito con salumi ed in parte con crema spalmabile, da consumare in compagnia.
Una condivisione che lega non soltanto i membri di ciascun gruppo, impegnati a "sbranare" il maxi panino farcito, ma che unisce idealmente Italia ed Africa con un progetto di solidarietà i cui proventi saranno indirizzati principalmente ai bambini dall'asilo nido sino alle scuole elementari di Shisong.

Se verranno raccolti 10.000 euro, almeno 600 bambini avranno pane garantito per un intero anno, potendo in tal modo integrare la propria alimentazione e sperare in uno sviluppo più equilibrato e sano. Qualora la cifra raccolta dovesse superare questa soglia, il progetto si protrarrebbe oltre i 12 mesi.
Molte, poi, le iniziative collaterali che consentiranno di "raccogliere" panini in più. Per tutte le info ed adesioni, ecco il link. 

venerdì 10 giugno 2016

Come dire basta alla violenza sulle donne?

Twitter è un social network, sebbene in realtà svariati utenti socializzino ben poco: molti si limitano a digitare ciò che passa loro per la testa o a postare immagini - spesso autoscatti autocelebrativi autoprodotti autotwittati - alla spasmodica ricerca di cuoricini o condivisioni.
Poi c'è chi invece interpreta alla lettera quel "social" e tende a relazionarsi con gli altri utenti, interagendo con loro con domande, risposte, chiacchierate, suggerimenti.
Da uno di questi utenti è partita la proposta di una discussione circa la violenza sulle donne. Argomento "caldo" in questi giorni, che sta occupando tg e giornali. Problema cui evidentemente non si pone rimedio sventolando drappi rossi alle finestre né disseminando scarpe rosse nelle piazze italiane. Tematica difficilmente esauribile nei 140 caratteri di un tweet...

Così, dopo avergli chiesto se davvero riteneva che quello fosse il "luogo" più idoneo ad una simile discussione, ho tentato di analizzare la problematica partendo dalla desolante consapevolezza che il 90% circa delle violenze sulle donne avviene ad opera di famigliari o conoscenti. Inoltre, spesso i cosiddetti femminicidi altro non sono che il terribile, ultimo atto di un'escalation di violenza.
Le vittime, infatti, risultano sovente essere state oggetto di stalking, pedinate o controllate ossessivamente, sottoposte a maltrattamenti psicologici o fisici prima di giungere al drammatico epilogo. 
Queste donne, insomma, SANNO con chi hanno a che fare, ma spesso giustificano il comportamento del partner (o dell'ex) o sottovalutano il problema.

Nel PAD (Programma Autodifesa Donna) c'è un ampissimo studio della psicologia femminile, teso proprio alla comprensione e prevenzione del fenomeno della violenza. Perché credo sia chiaro a chiunque che non si può liquidare il tutto asserendo che le donne vittime di violenza sono preda della sindrome della crocerossina. 
Molte, ad esempio, sottovalutano o ignorano i segnali che il violento invia loro perché la violenza avviene in modo molto graduale, quasi impercettibile: magari si parte da una risposta sgarbata, poi si passa all'insulto, giorni o persino settimane dopo ecco le grida e forse uno spintone, passano ancora giorni di apparente tranquillità nel corso del quale il violento sembra del tutto rinsavito, magari si dimostra anche romantico e molto dolce, ma poi al primo dissapore ecco che parte uno schiaffo, spesso seguito da mille scuse ed atti di contrizione... E così, come la proverbiale rana che non salta fuori dalla pentola colma d'acqua se la si fa scaldare gradualmente, fino a morire lessata, lo stesso avviene tanto, troppo spesso per le donne vittime di violenza. 
Perché capire quando dire "basta" non è semplice come potrebbe sembrare. 
Quando si è innamorati, quanto è giusto tollerare dall'altro? Se ci si lasciasse al primo dissapore, ben poche coppie resisterebbero più a lungo di due mesi; a chi non è mai capitato di bisticciare con il proprio fidanzato o marito o ex? 

E' proprio dalla domanda "quanto è giusto tollerare?" che, a parer mio, occorrerebbe partire. Perché è lì che si trova il punto, fissato come con uno spillo su di una cartina geografica, della nostra dignità personale. Ed è lì che vanno stabiliti i confini.
Dalla battutina al cyberbullismo: quanto è giusto tollerare?
Una dignità che può essere scalfita tanto nella realtà quanto sul web e, come faceva notare giustamente il mio interlocutore su Twitter, si potrebbe cominciare dalla "cultura della battutina" (così l'ha definita), segnalando agli amministratori quegli utenti che manifestano comportamenti volgari, aggressivi o violenti. Perché, nel virtuale come nel reale, il diretto interessato (o la diretta interessata, se vogliamo restare nella tematica di violenza sulle donne) può spesso non aver consapevolezza di quando sia giusto dire basta. E passare dalla battutina al cyberbullismo può essere questione di attimi.
Personalmente, come ho anche avuto modo di twittare al mio pacato e rispettoso interlocutore, ritengo che nessuno possa insegnare a qualcuno a rispettare se stesso scoprendo - o riscoprendo - la propria dignità: gli utenti di Twitter o di qualunque social network possono intervenire, segnalando comportamenti non appropriati ed utenti molesti, volgari o violenti, ma alla fine, nel web come nella vita reale, sta alla vittima scegliere di non essere più tale, adottando i giusti atteggiamenti per tutelare la propria dignità di persona. E', in ultima analisi, la vittima stessa a dover comprendere quale valore da a se stessa, ponendo dei paletti invalicabili.
Questo per quanto riguarda il versante Yin, il fronte femminile che, in quanto donna, sono stata invitata ad indagare. Sul versante Yang, ritengo abbia già espresso efficacemente il proprio parere il mio interlocutore, evidenziando come sia essenziale che gli uomini vengano educati sin da piccoli al rispetto dell'altro ed alla comprensione che "amore" e "possesso" sono due cose estremamente differenti. 

giovedì 9 giugno 2016

Lo sfruttamento dietro la cronaca

Il sorgere della Terra visto dalla Luna
La Terra è una. E a volte credo che è così che dovremmo vederla, come nelle immagini di Samantha Cristoforetti e di chi, come lei, è stato nello spazio ed ha descritto il nostro pianeta come qualcosa di bellissimo e fragile. E di unico. Perché su questo grumo di terra immerso nel buio del cosmo noi tutti siamo collegati. Siamo, come ha scritto Papa Francesco, tutti abitanti di una casa comune e l'esistenza di ciascuno di noi è legata a quella di tutti gli altri.

A Rosarno un carabiniere, intervenuto con un collega per sedare una rissa tra immigrati, ha sparato ed ucciso un giovane che lo aveva aggredito armato di coltello (qui un articolo della cronaca). Ora le indagini faranno il loro corso, la legge alla fine dirà la sua, ma nel frattempo la cronaca ha riacceso i riflettori sulla Piana di Gioia Tauro e sulle vergognose tendopoli che offrono riparo a migliaia di disperati occupati nel lavoro dei campi. Lavoro spesso nero, privo di ogni tutela e regola, sottopagato.

Perché se fosse lavoro regolare, giustamente retribuito, a farlo ci andrebbero - anche solo stagionalmente - pure gli italiani. Ma se mi dai 4, 5 euro al giorno per spaccarmi la schiena sotto il sole, allora no, io italiano quel lavoro non lo faccio e che arrivino pure i disperati dall'altra parte del Mediterraneo. E, d'altro canto, se io devo vendere le mie arance o i miei pomodori alla grande distribuzione per 1 euro al chilo, come faccio a mettere in regola i miei dipendenti?
E lo stesso, a quanto pare, avviene in molte altre zone d'Italia, anche ben lontano dalle tendopoli di Rosarno, come denuncia ad esempio questo articolo sugli "schiavi del vino doc" nell'Astigiano.

E allora via, di sfruttamento in sfruttamento, in una corsa al ribasso che arricchisce sempre gli stessi e perde di vista il punto focale: ciò che fai, in un modo o nell'altro torna. Perché questo pianeta è uno e tutti siamo uniti.
Un'immagine della tendopoli di Rosarno

Se ammassi dei poveracci in squallide tendopoli, privandoli di ogni dignità di esseri umani, non è prevedibile che, presto o tardi, la loro dignità cerchino di riprendersela? E se inculchi in loro il pensiero che la dignità va pagata in contanti, non è prevedibile che questi individui - ed altri, come i numerosi migranti - facciano di tutto (scippi, furti, prostituzione, rapine) pur di riuscire ad ottenerli, i contanti?

E' dallo sfruttamento indiscriminato e scriteriato che partono i mali che affliggono il nostro bellissimo e fragile pianeta. 
Ed in questo sfruttamento rientrano naturalmente non solo gli esseri umani ma, come scrivevo prima, tutte le creature che abitano la Terra. 
Basta dare uno sguardo a cosa avviene negli allevamenti di animali ad uso alimentare per rendersi conto che il sistema non funziona. 
Non si possono trattare creature viventi come oggetti, da produrre, usare e smaltire. 
Non è per questo che la natura ci ha progettati tutti, uomini ed animali. 
E se nella mente di molti sono ancora chiare le immagini dello scioccante servizio di Report sui suini Amadori, forse val bene la pena ricordare altri casi, come quello dei vitelli lasciati morire nel fango nei luoghi di produzione della mozzarella di bufala o quello dei 50mila tacchini uccisi per un caso di aviaria, a maggio 2016, oppure quello dei sequestri degli "allevamenti bovini lager in Abruzzo", o i bovini affetti da tubercolosi pronti per essere macellati clandestinamente e finire sulle nostre tavole, o le galline allevate in condizioni raccapriccianti o i 40 milioni di pulcini maschi uccisi ogni anno in Italia perché... non producono uova.

E' da questo modello, ormai chiaramente sbagliato ed insostenibile sia in termini ambientali che morali, che dovremmo affrancarci, riscoprendo e rispettando innanzi tutto il valore della vita in ogni sua forma. Perché la Terra è una e tutti siamo coinquilini di questa grande casa nel buio del cosmo. 

sabato 21 maggio 2016

Siamo tutti malati? O modaioli?

Qualche giorno fa, passeggiando per le vie di una cittadina, mi sono imbattuta nell'inaugurazione di una gelateria. Su una delle vetrate campeggiavano le scritte: gelato senza glutine, gelato senza lattosio, gelato vegan. Ciascuna con il suo bel punto esclamativo in fondo, ciascuna in colore diverso per essere meglio notata.
Passando accanto a queste scritte, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: ma che differenza c'è tra una coppetta di panna e fragola glutenfree ed una "normale"? E poi, ma quanta gente lo sa che moltissimi gelati (o meglio, sorbetti) alla frutta vengono fatti con acqua invece che col latte e, quindi, sono tutti per forza di cose senza lattosio? 
Possibile che ci siano davvero così tante persone celiache, che quindi non possono assumere glutine con la loro alimentazione, ed intolleranti al lattosio in Italia? 

Secondo i dati raccolti, elaborati e diffusi dall'AIC - Associazione Italiana Celiachia - relativi all'anno 2013 e pubblicati nel dicembre 2014 (i più recenti ad oggi), i celiaci rappresenterebbero circa l'1% della popolazione italiana, ovvero sia circa 600.000 individui, ma la patologia sarebbe stata diagnosticata soltanto a 164.492.
Dei celiaci effettivi, la maggior parte risiede in Lombardia (17,4% pari a 28.611 malati), seguita poi da Lazio (10,1% ovvero 16.576 malati) ed infine Campania (9,4% con 15.509 celiaci): regioni che, vuoi per l'elevato inquinamento atmosferico dovuto al traffico di autoveicoli ed al riscaldamento domestico, vuoi per la Terra dei Fuochi od altre simili amenità presentano livelli d'inquinamento ambientale allarmanti.
Ipotizzare una correlazione tra inquinamento e celiachia potrebbe essere azzardato, non lo è stabilire un nesso tra inquinamento ed insorgenza dei tumori: l'ha fatto nel 2015 il Ministero della Salute, con la Valutazione Integrata dell'Impatto Ambientale e Sanitario, da cui ho estrapolato il grafico che trovate qui e che evidenzia come Lombardia, Lazio e Campania siano le regioni con il maggior numero di decessi attribuibili all'inquinamento atmosferico rispettivamente al Nord, al Centro e al Sud Italia.

Dietro a questa apparente impennata dei casi di celiachia, con relativa apertura di negozi d'alimentazione priva di glutine, però, potrebbe esserci dell'altro: la convinzione, del tutto errata e priva di fondamento scientifico, ma veicolata da diverse star e quindi tanto glamour, che mangiare senza glutine possa far dimagrire. Insomma: più che malati, dietro al boom di negozi gluten free ci sarebbe la moda.
Ed un decisamente cospicuo giro d'affari. 
Stando ai dati raccolti da Nielsen e pubblicati di Wired, tra il 2004 ed il 2007 il settore del "senza glutine" non solo non avrebbe conosciuto la crisi, ma sarebbe invece aumentato del 5,9%; una crescita comunque irrisoria se paragonata a quella registrata tra il 2007 ed il 2011, che ha fatto registrare un'impennata del +57% (sì, avete letto bene, 57% non 5,7%).
Una moda che pare inarrestabile, quella del mangiare in stile celiaco, ma che può rivelarsi anche molto dannosa per la salute, tanto che diversi studiosi hanno pensato bene di chiarire alcuni punti fondamentali.
Il glutine non è un veleno, non è dannoso, non fa ingrassare (se assunto nelle giuste quantità); il senza glutine non è garanzia di salubrità, di benessere, di dimagrimento.  
Norelle Reilly della Columbia University ha pubblicato un'analisi sfatando tutti i falsi miti della dieta senza glutine, a cominciare dal suo presunto effetto dimagrante: "I prodotti senza glutine contengono spesso più zuccheri e grassi di quelli tradizionali, per renderli più appetibili. I rischi ai quali si va incontro sono quindi aumento di peso, obesità, sindrome metabolica ed insulino-resistenza se non si è seguiti da un dietologo. Inoltre non vanno dimenticate importanti carenze alimentari che potrebbero manifestarsi, come quella di vitamina B, folati e ferro".
Senza glutine sì, dunque, ma solo per chi celiaco lo è davvero. Per gli altri... ben vengano i gelati (e non solo) tradizionali.

Per approfondire:

martedì 10 maggio 2016

In Italia, acqua contaminata

Sporche, calde, contaminate acque... Vivesse ai giorni nostri, il povero Francesco Petrarca avrebbe ben poco da lodare circa le acque che scorrono sul suolo italiano (e pure quelle del sottosuolo, per la verità), che poco o nulla hanno ormai di chiare, fresche et dolci: si troverebbe costretto a cambiare le parole rese immortali dal Canzoniere?
Secondo i dati raccolti dall'ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - il 64% delle acque dei fiumi e dei laghi italiani è contaminato da pesticidi (63,9%, se vogliamo essere precisi) e, dato altrettanto allarmante, nemmeno le acque sotterranee sfuggono alla contaminazione, tanto che nei 2.463 punti di prelievo esaminati sono state rilevate consistenti tracce di inquinamento in circa un campione su tre (31,7%). Ad aggravare la già di per sé desolante notizia, il fatto che questi "veleni" risultino più presenti che in passato. 

I dati, resi noti a neppure due mesi di distanza dalla Giornata Mondiale dell'Acqua, evidenziano un aumento dei pesticidi nelle acque e danno di che riflettere: se è vero, infatti, che le analisi sono riferite all'anno 2013 - l'aumento rilevato è relativo all'anno 2012 - questo non basta a far tirare un sospiro di sollievo. Soprattutto perché nelle acque sono stati rinvenuti sia il tanto contestato (ora) glifosato, sia i neonicotinoidi, ritenuti responsabili della moria delle api e, dato forse ancora più preoccupante, gli esperti asseriscono che il "cocktail" di erbicidi, fungicidi ed insetticidi disciolto nell'acqua risulta essere più pericoloso che non la semplice somma di tutti i suoi componenti, dal momento che queste sostanze interagiscono tra loro.

Queste "schifezze", forse è il caso di ricordarlo, non vanno perse, non scompaiono come per magia: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E questo vale anche per l'acqua. Con quest'acqua contaminata vengono irrigate le coltivazioni, a torrenti e fiumi si abbevera il bestiame d'allevamento e, sì, persino la cacciagione, in queste acque nuotano i pesci ed i molluschi che finiscono poi sulle nostre tavole. Per quanto "bio" sia un alimento, non può sfuggire all'inquinamento della pioggia.
Ed è vero, forse sono particolarmente attenta a queste tematiche perché nel T'ienshu l'essere umano è inserito nel suo ambiente, il suo equilibrio non è raggiungibile se non tenendo conto di tutto quanto lo circonda (ed Acqua è uno dei Cinque Elementi cardine nella filosofia di questa disciplina), ma che si pratichino o meno arti marziali, credo che chiunque debba prestare attenzione a ciò che gli accade attorno e a quanto finisce nel suo piatto ogni giorno. 

Per approfondire:
ANSA - Ispra, pesticidi nel 64% delle acque di fiumi e laghi. Glifosato nel cocktail.


giovedì 5 maggio 2016

La Vergine delle Rocce

Ultimi giorni per poter ammirare, a Saronno, la Vergine delle Rocce della scuola di Leonardo da Vinci.
Mentre le due copie attribuite al genio toscano si trovano rispettivamente al Louvre di Parigi ed alla National Gallery di Londra, questa copia, attribuita all'allievo Francesco Melzi, sarà esposta sino all'8 maggio presso la chiesa di San Francesco, già di per sé storicamente interessante, dove sono previste anche visite guidate gratuite.
Sia l'iconografia - in particolare il piccolo San Giovanni privo della croce caratteristica, l'assenza delle aureole e la mano indicante dell'angelo - sia i pigmenti e la tecnica pittorica collocano quest'opera come possibile intermezzo tra le due versioni leonardesche, e di particolare rilevanza appare anche il supporto, tanto per materiale (a differenza delle due più celebri Vergini delle Rocce, dipinte su tavole di legno, qui si ha un dipinto su tela) quanto per forma (qui il quadro ha la classica forma rettangolare, mentre entrambe le tavole lignee presentano il lato superiore arrotondato).

Di proprietà della congregazione delle suore Orsoline di San Carlo, quest'opera è stata introdotta al suo arrivo in città da una serata condotta dal celebre critico d'arte Philippe Daverio e resterà esposta presso la chiesa di San Francesco sino a domenica 8 maggio, dove sarà possibile ammirarla e meglio comprenderla grazie alle visite guidate ad opera dei volontari del Gruppo Chiese Aperte. Le donazioni raccolte saranno devolute alla Fondazione Casa di Marta.

Per approfondire:
Dalla bottega di Leonardo a Saronno, arriva la Vergine delle Rocce

venerdì 29 aprile 2016

Campione di Kickboxing arrestato per terrorismo

Kahchia e Moutaharrik - Foto da VareseNews
Viviamo in un mondo piccolo, ormai. La globalizzazione, che fino a non molti anni fa era soltanto una parola, oggi è un dato di fatto: sulle nostre tavole arrivano fragole dal Sud America e pomodori dall'Olanda, c'è chi studia in Canada e chi fa riunioni di lavoro in Sud Africa e torna a casa per il fine settimana. 
In un pianeta che si è fatto tanto piccino, sentire che a Lecco e a Varese sono stati arrestati sei presunti terroristi fa una certa impressione; è come se avessi visto il mio vicino di pianerottolo con una bomba in mano. 

Perché Abderrahim Moutaharrik e Abderrahmane Kahchia, due degli arrestati, avrebbero davvero potuto essere i nostri vicini di casa. 
Erano immigrati "normali", da numerosi anni residenti in Italia, con tutte le carte in regola; immigrati che normalmente andavano a lavorare o a scuola, normalmente avevano una famiglia, normalmente coltivavano degli hobby.
Non erano dei disadattati, dei disperati costretti a vivere sotto i ponti campando di elemosine o furtarelli, abbandonati dalla società e dalle istituzioni. 
Avevano, Moutaharrik e Kahchia, tutte le carte in regola per poter essere dei perfetti esempi di immigrati integrati nella società occidentale. 

"Dalla Vostra Parte" del 28 aprile su Rete Quattro
riporta parte delle intercettazioni telefoniche
L'arresto di Moutaharrik, che da oltre sei anni lavora come operaio in un'azienda in provincia di Lecco, ha lasciato esterrefatti titolare e colleghi: "Una persona normalissima - ha dichiarato un collega in un'intervista - Quando si parlava difendeva l'Islam, diceva che andavano capite tutte le motivazioni, ma non avrei mai pensato a una cosa simile. Andava d'accordo con tutti, veniva alle cene aziendali...". Sì, frequentava la moschea, ma andava là, pregava e se ne andava. 
Sposato, due bei bambini. Un uomo normale, con una vita normale.

Andava persino in palestra in Svizzera. A fare Kickboxing. Ed era pure bravo. Tanto da aver disputato alcuni incontri a livello internazionale, tanto da essere essere incoronato per due anni consecutivi (2013 e 2014) campione svizzero di K1 ed essere diventato semi professionista coi colori della Fight Gym Club di Lugano. 
Recentemente, nel 2015, era salito sul ring a disputare uno di questi incontri indossando una maglia con il logo del Daesh. E questo, forse, ha contribuito a far suonare un campannellino d'allarme.
Allarme che si è concluso, giovedì 28 aprile, con l'arresto suo, dell'amico e di alcuni famigliari. Presunti terroristi. 
La bomba a Roma non sono riusciti a farla esplodere, Moutaharrik e Kahchia, ma certo hanno mandato in frantumi il sogno della felice integrazione.

Per approfondire: 

martedì 12 aprile 2016

Referendum del 17 aprile

Click sull'immagine per ingrandire
Stai zitta. Fatti gli affaracci tuoi e, per una volta, tieni la bocca chiusa. O, almeno, tieni lontane le dita dalla tastiera... Non avete idea di quante volte questi consigli si siano affacciati alla mia mente, in questi giorni. Ma, alla fine, evidentemente, non sono molto brava a seguire i consigli che mi do da sola. Perché eccomi qui, le dita sulla tastiera, a non farmi gli affaracci miei e a scrivere circa il referendum del 17 aprile. 

Non intendo dare indicazioni di voto; ciò che voglio fare è invitare tutti ad andare a votare. Tutti. Tutti coloro che possono, che hanno l'età ed i requisiti per poterlo fare.
Ma, prima, un altro invito, probabilmente più difficile da accogliere: informatevi bene, circa questo referendum, e poi, quando avrete le idee chiare, andate ad esprimere la vostra opinione in merito.
La scelta, in fondo, è semplice: non ci sono decine di simboli e nomi, sulla scheda, ma soltanto un "sì" e un "no". Il "trucco", se così si può chiamare, è che non votare equivale a votare "no", perché se non si raggiunge il quorum il referendum viene annullato e le cose restano così come sono, mentre è soltanto con il raggiungimento del quorum (ovvero solo se il 50% + 1 degli aventi diritto al voto va a votare) che si procede allo spoglio delle schede ed inizia la vera battaglia tra i sostenitori del "sì" e quelli del "no", tra quanti vogliono che le cose cambino e coloro che invece vogliono mantenerle così come sono.

Per iniziare ad informarvi potete, se volete, partire da qui (è un sito tecnico, non politico, che analizza le ragioni del "sì" e quelle del "no") e poi estendere la ricerca a piacere.
La domanda che potreste farmi è: "Ma se votando no le cose rimangono come sono e se io desidero che restino come sono, perché dovrei andare a votare, dal momento che lo stesso risultato lo otterrei restando a casa?". Perché il risultato non sarebbe lo stesso.
E' sottile, cercate di seguirmi bene. Sia che ci sia astenga, sia che si voti "no", si vuole mantenere le cose come stanno, ma è diverso il coinvolgimento. Votare "no" equivale ad una presa di posizione: io, cittadino, voglio far sentire la mia voce, voglio che il mio parere conti qualcosa nel Paese in cui vivo.
Astenersi equivale ad un'alzata di spalle accompagnata da un "Non me ne frega niente".

Ciò che ci viene offerto, con il referendum, è la possibilità di smetterla di essere indignati da bar o da tastiera, criticoni del sistema da dietro un bicchiere di vino o dalla tastiera del computer e di far sentire la nostra voce, forte e chiara, a chi ci governa. Chi si lamenta sempre per come vanno le cose in Italia dovrebbe essere fuori dai seggi prima ancora che aprano, quando gli viene offerta la possibilità di far sapere come la pensa. E se non lo faccio, se non vado a votare, allora è bene che stia zitto pure al bar o al computer. Perché se sono il primo a tirarmi indietro quando va presa una decisione, allora poi non ho il diritto di criticarla. 

sabato 9 aprile 2016

Droga a scuola, evviva lo spacciatore!

Questa me l'ero persa. 
Stamattina, guardando "Uno Mattina in famiglia", ho avuto modo di ascoltare una notizia tanto assurda che sulle prime ho creduto di non essermi ancora completamente svegliata: qualche tempo fa i carabinieri hanno perquisito il liceo Virgilio di Roma ed arrestato uno studente spacciatore (peraltro recidivo); la reazione dei ragazzi - e di alcuni genitori - è stata quella di difendere il pusher, accusando la preside e le forze dell'ordine di aver calpestato i diritti degli allievi.

Appena terminata la colazione mi sono messa al computer ed ho cercato notizie in merito, nella speranza di aver davvero capito male l'intera vicenda e quanto detto dagli ospiti intervenuti in tv, ma no, ero già sveglia e lucida ed avevo compreso tutto esattamente.

Allora, cari genitori, vediamo di capirci: perché mandate i vostri figli a scuola? 
Pensateci pure con calma prima di rispondere, prendetevi qualche minuto di riflessione.
Poi, se la vostra risposta è simile a "mando mio figlio a scuola perché abbia un'educazione", allora sappiate che "educazione" non significa soltanto imparare a tradurre passi del De Bello Gallico o le favole di Esopo ma che, anzi, questa della cultura è soltanto la punta dell'iceberg educativo. 
La scuola è il primo organismo educativo che il bambino incontra uscendo dalla famiglia. Se fin da piccolissimo il bambino impara a comprendere il significato di sì e no, di concesso e proibito, grazie a quanto detto e fatto dai genitori, crescendo un po' ed entrando a scuola - materna o elementare che sia - il piccolo consolida l'apprendimento di questi concetti e ve ne affianca altri: posso giocare e correre a ricreazione, non posso salire in piedi sul banco, posso fare domande alla maestra, non posso tirare un pugno al compagno che mi sta antipatico...

L'educazione alla legalità è parte integrante del processo educativo, se davvero vogliamo che la scuola prepari i nostri figli a diventare i cittadini di domani e non degli animali che agiscono guidati dal semplice istinto, ed è giusto e sacrosanto che il rispetto della legge venga insegnato già sui banchi di scuola. Non soltanto attraverso "lezioni" ed amichevoli chiacchierate con gli insegnanti, ma anche se non soprattutto con l'esempio. Se spacciare è reato, è reato al night club, nel vicolo buio e malfamato e pure nel giardino interno del "liceo bene" della capitale. E se vi è un reato non è soltanto giusto, ma è doveroso che le forze dell'ordine intervengano per porvi fine.
Spiace per i figli di professionisti dai cognomi noti e dai conti bancari importanti che magari finiranno con la fedina penale sporca, sia però ben chiaro che questo epilogo non è causato né dalle forze dell'ordine né da presunti "presidi sceriffi", ma soltanto dal comportamento delinquenziale dei ragazzi stessi. Comportamento originato, forse, dalla latitanza educativa e dall'eccessivo permessivismo dei propri genitori. 

mercoledì 6 aprile 2016

Nulla accade per caso. Mai arrendersi

Ciascuno di noi deve affrontare delle prove, nel corso della propria vita. Siamo tutti combattenti, anche se forse spesso nemmeno ce ne rendiamo conto; combattiamo per superare una perdita o una malattia, combattiamo per ottenere ciò che veramente ci sta a cuore, combattiamo per realizzare i nostri sogni o anche solo per dimostrare a noi stessi quanto valiamo. Perché, come hanno avuto modo di teorizzare nei secoli grandi filosofi e grandi uomini, il vero nemico, quello più difficile da sconfiggere, è dentro di noi. 
Acquattato tra le nostre paure, scivola subdolo nel buio dell'incertezza prima di sferrare il suo attacco. 

La vita è fatta di sfide. Che non sono disgrazie che ci piovono addosso, ma opportunità per crescere, affrontandole ed uscendone più forti di prima. 

Ci sono persone che, vuoi per la propria storia personale, vuoi per l'appartenenza ad una determinata società antropologica, vivono queste sfide nella loro quotidianità. 
Persone che suscitano meraviglia e stupore in chi ha modo di vederle all'opera. Perché ci ricordano, magari inconsciamente e solo per un fuggevole istante, che quella forza è parte di ogni essere umano, è anche dentro di noi. 
Persone come Tomoko che, nata in Giappone e trasferitasi da diversi decenni nel nostro Paese, ha deciso di partecipare alla popolare trasmissione televisiva "Italia's got talent". Come lei stessa ha avuto modo di dire nel corso dell'intervista introduttiva, non ha più l'età per potersi esibire come cantante d'opera e di conseguenza... guardate un po' cosa ha fatto.

martedì 29 marzo 2016

I ragazzi che fanno ben sperare: la meglio gioventù

Capita spesso di leggere o sentire notizie sconfortanti che hanno per protagonisti giovani e giovanissimi, nei più vari campi della quotidianità: dalle baby gang dedite a rapine a chi semplicemente pare auto condannarsi all'ignoranza più abissale, passando per quanti compiono atti di bullismo e veri e propri reati a mano armata.
Esiste però anche una gioventù che fa ben sperare e di cui non si parla, forse perché è la parte maggiore e più consistente e, pertanto, non "fa notizia".
Io, però, voglio parlarne. Voglio che venga gettata un po' di luce anche su quei giovani che considerano ancora valori l'impegno, la cultura, la solidarietà e l'altruismo. 
E allora cominciamo con il parlare delle Olimpiadi d'Italiano, organizzate dal Ministero dell'Istruzione, alle quali hanno partecipato quasi 44mila studenti - alcuni provenienti anche dall'estero - sfidandosi a colpi di congiuntivi ineccepibili e costrutti sintattici a prova di bomba. Banditi, naturalmente, anglicismi astrusi e mostruosità come "ke", "cmq" e "xkè". I primi tre classificati nella categoria "Senior" provengono - non che la cosa stupisca più di tanto - tutti da licei classici; i tre vincitori della "Junior" giungono invece da tre licei scientifici (e qui trovate l'elenco completo dei vincitori 2016).

Tantissimi giovani hanno creato una ressa che dagli organi di stampa è stata paragonata a quelle che affollano i concerti rock e pop, ma sul palco ad esibirsi non c'era una boy band, bensì Piero Angela. In migliaia sono accorsi all'Università di Torino per assistere alla conferenza "Viaggio nella mente: dove si nascondono il genio, l'amore e la libertà" e, quando la sala ha raggiunto il massimo della capienza ed è stata chiusa, alcuni hanno provato addirittura a sfondare la porta, tanto che il rettorato ha dovuto approntare in fretta e furia un collegamento streaming per poter dar modo a tutti di seguire la lezione-conferenza tenuta dal grande divulgatore scientifico. 

E, in termini di scienza, è davvero impossibile non menzionare lo straordinario successo ottenuto dai ragazzi dell'Istututo Industriale "Fermi" di Ascoli: partiti alla volta di Pechino per partecipare alla "Youth Science Competition", che vede coinvolte scuole provenienti da tutto il mondo con la presentazione di progetti innovativi e tecnologici, sono tornati a casa con la medaglia d'oro. Un'eccellenza italiana che certo fa ben sperare e che merita di essere resa nota. 

Di tutt'altro genere la buona notizia che arriva dalla Sicilia: qui Diego, un bambino di 10 anni che vive in provincia di Catania, ha dimostrato di avere grande coraggio e sangue freddo, riuscendo a dare l'allarme e a salvare il fratellino e la sorellina più piccoli dalla casa in fiamme. Quando l'incendio, causato da un corto circuito, ha cominciato a minacciare l'abitazione, il bambino ha subito chiamato i vigili del fuoco ed è poi corso a prendere il fratellino e la sorellina, portandoli con sé fuori di casa (qui trovate la notizia).
Al capo opposto dell'Italia, è soltanto di qualche anno più grande il quattordicenne Nicolò che, visto un uomo precipitare con il parapendio nelle acque del Lago di Garda, non ha esitato neppure un istante e si è lanciato a soccorrerlo: una dimostrazione di coraggio ed altruismo per la quale l'amministrazione comunale sta ora richiedendo che gli venga assegnato un riconoscimento (qui la notizia).

Infine, una notizia ancora senza lieto fine ma che farà sognare: il romanticismo esiste ancora e a provarlo è un ragazzo milanese, che si è innamorato di una ragazza incontrata sul tram ed ora la sta cercando disperatamente. Tanto da aver tappezzato di volantini la città ed aver creato una pagina facebook apposta per tentare di ritrovarla. Chiunque voglia contribuire alle ricerche, può trovare maggiori informazioni in questo articolo e può diramare l'annuncio sui social network: hashtag #laragazzadeltram.

Aggiornamento: pare che l'innamorato milanese abbia incontrato #laragazzadeltram davanti alle telecamere di un programma di Barbara D'Urso. E, chiaramente, la strega cattiva ci ha messo lo zampino frantumando il sogno d'amore. Pare.
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