Visualizzazione post con etichetta I grandi misteri insoluti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta I grandi misteri insoluti. Mostra tutti i post

giovedì 2 febbraio 2017

Non confondiamo erotismo e violenza

"Susanna e i vecchioni",
di Artemisia Gentileschi
Le stroncature non fanno mai piacere.
E' molto facile criticare, persino stroncare con poche parole il lavoro di chi ha impiegato giorni, forse addirittura mesi od anni a realizzare qualcosa; senza neppure muovere un dito, con alcune semplici parole si può mandare in frantumi qualcosa la cui realizzazione ha richiesto impegno, dedizione, fatica.
Proprio per questo, di norma non stronco nulla e, data questa premessa, credo sia facile intuire che io mi tenga alla larga da tutta quella gente che proprio grazie a stroncature e maldicenze ci campa alla grandissima.

Il mese di febbraio, però, si è aperto con una grossa novità per me: non solo ho ascoltato con grande interesse una stroncatura rimbalzata su Twitter, ma l'ho anche condivisa in ogni sua più infinitesimale parte. 
Tanto che, oggi, sono qui a scrivere questo articolo così da amplificare ulteriormente il messaggio lanciato da Michela Murgia nel corso del suo intervento nel programma "Quante storie" di Rai Tre.
Ad essere stroncato, senza possibilità d'appello, è il libro "La notte tu mi fai impazzire" di Pietrangelo Buttafuoco, pubblicato da Skira, e narra "le gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore".
Ma di erotico, qui, non c'è nulla, niente che sia anche solo lontanamente accostabile al dio dell'amore Eros.
Agostino Tassi, personaggio realmente esistito, è passato agli onori della storia non certo per le proprie arti amatorie, bensì per il processo che lo vide imputato per aver violentato la pittrice - ben più talentuosa e, lei sì, passata alla storia grazie a meriti artistici - Artemisia Gentileschi. 
Uomo violento e brutale, si macchiò di altri crimini verso svariate donne, che ne segnarono la vita e che la Murgia ha ripercorso brevemente durante il proprio intervento, sottolineando come l'idea di erotismo espressa dal Buttafuoco sia in realtà ancora molto diffusa. 

E questa mentalità, che confonde seduzione e violenza, è pericolosa. Drammaticamente pericolosa.
In tempi in cui è stato coniato il termine femminicidio, in anni in cui una donna ogni tre giorni è vittima di violenza, in giorni in cui una "giornalista" del calibro di Barbara D'Urso asserisce che gli atti di violenza ai danni delle donne sono imputabili al troppo amore (qui l'articolo), ecco, io credo proprio che sia il caso di tracciare una linea netta, molto netta tra seduzione e violenza.
Meglio ancora sarebbe scavare un fossato invalicabile, uno degno dei migliori racconti medievali. 

Lungi da me il voler affermare che amore e sesso debbano essere tutti cuoricini e miele, ciascuno è libero di interpretare il sentimento e la passione carnale come meglio crede, ma con un limite sacro ed invalicabile: quello della consapevolezza e della condiscendenza del compagno. Se siete entrambi adulti, consapevoli e consenzienti, lanciatevi pure in prodezze da cinquanta e più sfumature e buon pro vi faccia. 
Ma lo stupro, il fracassare zigomi a suon di pugni, il gettare acido in faccia, capite bene che siano cose ben diverse. Pratiche che nulla hanno a che fare con l'erotismo, né con l'amore.
Concludendo, non mi resta altro da fare che abbracciare in toto la stroncatura operata da Michela Murgia e che riassume così: "Questo non è un libro scritto male, questo è un libro pensato male".

-> Il video integrale è disponibile qui. 

P.S. Nonostante questo articolo sia inserito nella categoria "Cose che leggo", trattando di pubblicazioni e letteratura, mi pare ovvio che non ho letto né intendo leggere in futuro questo libro.

venerdì 9 settembre 2016

Mare, burkini e libertà di costume

Estate 2016, il "caso burkini" infiamma le spiagge.
Francesi e non solo.
Perché in un mondo ormai globalizzato i confini sono diventati sempre più labili. 
E quando serpeggia la paura degli attacchi terroristici, dell'integralismo, dell'immigrato, del diverso, ecco che i confini paiono cessare d'esistere del tutto e quello che accade oltralpe interessa di colpo anche l'Italia. 
Dopo il divieto, sulle spiagge di Cannes e di Nizza, di indossare il burkini si è detto e scritto di tutto e il contrario di tutto.
Il divieto, poi, è stato sospeso, ma ancora non si placa l'eco della polemica.
Perché le possibili chiavi di lettura sono diverse: c'è quella religiosa, c'è quella della libertà delle donne e c'è anche quella del tutto personale. 

Io in questa polemica non ci voglio entrare e, avendo trattato la questione religiosa correlata all'abbigliamento già anni fa,  mi limito a ribadire quanto scritto su Twitter tempo addietro e cioè che, se è di libertà della donna che vogliamo parlare, dovremmo ricordarci che libertà non è un seno nudo (il primo ministro Manuel Valls aveva asserito che Marianne, simbolo della Rivoluzione Francese, aveva il seno nudo perché con esso nutriva il popolo e che non era velata in quanto libera - peraltro confondendo Marianne con l'allegoria della Libertà che guida il popolo, celebre dipinto di Eugène Delacroix... vabbè - qui).
La libertà è poter scegliere se e quanto e come (s)coprirsi.

Nel mio piccolo, quest'estate ho vissuto il disagio della ricerca di un costume intero. 
Perché, ci crediate o no, nei negozi di intimo e costumi da bagno pare vigere la regola non scritta che, se non sei cicciottella, devi mettere il bikini. Punto. 
"Ma vesti la 38, perché vuoi un costume intero?", mi ha persino chiesto una commessa.
Solo facendo appello a tutta la mia buona volontà mi sono trattenuta dal risponderle "ma saranno pure cavoli miei!".
Io il bikini non lo volevo. E non volevo neppure un triste ed anonimo costume olimpionico.
Presa dallo sconforto, a un certo punto ho persino iniziato a cercare tra i costumi per ragazzine di 12/14 anni, tanto la taglia è quella...
Volevo un costume che mi facesse sentire a mio agio e bene, che appagasse il mio senso estetico ed il mio bisogno di praticità ad un costo ragionevole (che non significa regalato, ma neppure da rapina a mano armata). 
E' chiedere troppo?
Alla fine sono riuscita a scovare sul web un meraviglioso monokini e, tra mille incertezze per la taglia, dal momento che ovviamente non potevo provarmelo prima di sganciare i quattrini, ho acquistato quello. Grazie al cielo, vestiva alla perfezione.
Ma se di libertà di scelta si parla, almeno nei negozi tradizionali italiani, siamo lontanucci eh!

Chiudo riportando una vignetta, purtroppo solo in lingua francese, che ho scovato in internet e che credo si adatti alla perfezione all'attuale situazione della donna (come sempre, clic sull'immagine per ingrandirla).

sabato 23 luglio 2016

Terrorismo, Islam e necessari chiarimenti

Terrorismo ed Islam non sono necessariamente interconnessi. Secondo la Treccani, il terrorismo è l’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l'ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e sim. E non vi è connotazione religiosa, tanto che il primo "periodo del terrore" della Storia viene fatto risalire alla tutt'altro che religiosa Rivoluzione Francese.

Il terrore, ormai è innegabile, si è ben diffuso in tutto il mondo tramite i numerosi attacchi che, con diverse modalità, hanno colpito e seminato vittime nei più diversi angoli del pianeta. E spesso i media hanno parlato di terrorismo islamico. Perché sovente gli attentati sono stati rivendicati dall'Isis. 
Ma l'Isis non è il problema. E non è sconfiggendolo militarmente che si porrà fine al terrorismo. Perché, dopo l'attentato alle torri gemelle, il male del mondo sembrava essere Al Qaeda, si sono intraprese missioni militari, si è messo a ferro e fuoco l'Afghanistan, si è ucciso il terribile Osama Bin Laden e... oggi eccoci qui, con il terrore dentro casa. 
Già adesso l'Isis sta perdendo potere, e cerca un riscatto d'immagine, tanto da arrivare a rivendicare attacchi sanguinari eseguiti da poveri mentecatti. La stampa li chiama "lupi solitari", spesso altro non sono che individui psicologicamente disturbati il cui legame con l'Islam è di tradizione famigliare o di facciata, come nel caso dell'attentatore di Nizza, Mohamed Salmene: un depresso, dedito all'uso di alcol e sostanze stupefacenti oltre che al sesso promiscuo, tutti peccati estremamente gravi per ogni buon musulmano (come pure per buddisti, cristiani, ebrei...). 
Così come depresso e con un tentativo di suicidio alle spalle era Andreas Lubiz, il quale volontariamente causò un incidente aereo e la morte di 150 persone nel maggio del 2015, ma Lubiz era tedesco e quindi nessuno parlò di terrorismo né di "lupo solitario".

E il giovane terrorista che il 22 luglio ha imbracciato le armi e fatto fuoco sulla gente inerme a Monaco di Baviera? Pare abbia gridato l'ormai tristemente nota frase "Allah akbar!", secondo alcuni testimoni, ma in un video lo si ode gridare "Ich bin Deutsche!", "Io sono tedesco!". 
E allora? Chi è davvero Ali Sonboly, il colpevole per la morte di nove persone e diversi feriti, alcuni anche gravi?
Mentre le indagini procedono, si scopre che il killer era nato e cresciuto a Monaco, sebbene fosse di origini iraniane, e che era mentalmente instabile, tanto da essere stato sottoposto in passato a cure psichiatriche. Le sue vittime? Giovanissime, per lo più ragazzi e bambini, tre cittadini turchi e tre kosovari. Una vittimologia ed una vicenda che hanno portato a supporre che il diciottenne si sia ispirato all'estremista di destra Anders Behring Breivik, che esattamente il 22 luglio di cinque anni fa compì il massacro sull'isola di Utoya, vicino ad Oslo: questo, almeno, secondo le dichiarazioni ufficiali del capo della polizia di Monaco. 
E se è certo che di atto di terrorismo si sia trattato, verosimile sembra pure che, in questo come in altri casi, rivendicati o meno, l'appartenenza ad una determinata fede religiosa c'entri poco o nulla. Evidenziando, come ricorda la Treccani, che terrorismo e religione ben poco hanno a che spartire.

giovedì 21 luglio 2016

Convinzione, fede e fanatismo tra storia ed antropologia

L'essere umano non basta a se stesso. 
Sin dai tempi più remoti, ciò che forse ha differenziato maggiormente la nostra specie dalle specie animali che popolano la Terra è proprio la capacità di porci domande sul "divino".
Alcune delle pitture rupestri nella Grotta di Lascaux, Francia
Circa 18mila anni fa l'uomo di Cro Magnon (per capirci: noi siamo i Sapiens Sapiens, sottospecie degli Homo Sapiens così come pure i nostri estinti "cugini" Neanderthal. I Sapiens sono comparsi come specie tra i 200.000 e i 40.000 anni fa. L'uomo di Cro Magnon è un altro nostro "cugino", un Sapiens molto diffuso nel Paleolitico Superiore ed i suoi resti in nostro possesso sono datati attorno al 30.000 a. C.*) riempì di disegni una grotta poco distante da Montignac, in Francia, creando quella che a tutt'oggi viene considerata la Cappella Sistina del Paleolitico: la grotta di Lascaux.
Gli archeologi nutrono pochi dubbi circa il significato simbolico e religioso di queste antichissime pitture rupestri: propiziarsi una buona caccia, invocare la protezione dai pericoli...

Noè ed il Diluvio Universale in un manoscritto
del XV secolo, Herat, Afghanistan.
Le divinità, prima identificate con elementi naturali (in alcune società odierne sussiste ancora oggi l'animismo, in cui si venerano ad esempio fiumi o caverne, animali o fenomeni naturali come i fulmini o la pioggia), vennero poi personificate in Medio Oriente ed in Europa: nascono così Enlil ed Enki in Mesopotamia e, in tempi più vicini a noi, Zeus, Atena, Apollo e tutta l'allegra combriccola olimpica in Grecia.
Discorso a parte merita l'incorporeo Yahweh, il Dio unico biblico della tradizione ebraica, la cui venerazione è giunta fino ai giorni nostri seppur declinata nelle tre diverse forme di ebraismo, cristianesimo ed islamismo**.

Proprio i numerosi e troppo spesso sanguinosi conflitti "di religione" hanno portato moltissime persone ad allontanarsi dalla fede.
Ma, come detto, l'essere umano non basta a se stesso.
Queste persone spesso hanno semplicemente sostituito Dio (con qualunque nome lo si voglia chiamare) con altro, ponendo la propria fede (= fidarsi, credere) in oggetti, concetti, idee... Basti pensare a quanti individui cercano la propria piena realizzazione nel lavoro, arrivando a sacrificargli tempo ed affetti: c'è chi non si sposa perché troppo impegnato professionalmente, chi non fa figli oppure divorzia per lo stesso motivo, per non parlare poi di tutti coloro che si trovano, per volontà o per dovere, a lavorare la domenica (in questo il cristiano vede infrangersi in un sol colpo almeno due dei dieci comandamenti, il primo ed il terzo. Anche il quarto, se il giorno di riposo venisse trascorso in famiglia).
Ma il lavoro è soltanto un esempio. Altra idolatria può essere quella verso la scienza nella sua esasperazione di scientismo, o, al contrario, verso la superstizione, oppure verso la natura, gli animali domestici...  
Tutte cose che, di fatto, riportano l'essere umano all'animismo. Con buona pace della presunta evoluzione e raggiunta modernità. Senza che questo ponga fine ai conflitti.

I conflitti, infatti, non nascono dalla religione bensì dal fanatismo. Un male di cui cadono vittime anche sedicenti atei. Basti pensare alle posizioni, talvolta davvero rigide ed intransigenti, adottate da animalisti e scienziati (ad esempio relativamente alla sperimentazione animale), vegani e carnivori e via di questo passo.
Avere convinzioni e viverle con coerenza non è sbagliato, così come sbagliato non è aver fede; i danni causati da estremismo e fanatismo, invece, sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti, ripresi e diffusi dalla cronaca quotidiana.

Per approfondire:


*Fonte: "Archeologia - Teoria, metodi, pratiche" di C. Renfrew e P. Bahn, ed. Zanichelli
**Elenco in ordine cronologico

sabato 21 maggio 2016

Siamo tutti malati? O modaioli?

Qualche giorno fa, passeggiando per le vie di una cittadina, mi sono imbattuta nell'inaugurazione di una gelateria. Su una delle vetrate campeggiavano le scritte: gelato senza glutine, gelato senza lattosio, gelato vegan. Ciascuna con il suo bel punto esclamativo in fondo, ciascuna in colore diverso per essere meglio notata.
Passando accanto a queste scritte, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: ma che differenza c'è tra una coppetta di panna e fragola glutenfree ed una "normale"? E poi, ma quanta gente lo sa che moltissimi gelati (o meglio, sorbetti) alla frutta vengono fatti con acqua invece che col latte e, quindi, sono tutti per forza di cose senza lattosio? 
Possibile che ci siano davvero così tante persone celiache, che quindi non possono assumere glutine con la loro alimentazione, ed intolleranti al lattosio in Italia? 

Secondo i dati raccolti, elaborati e diffusi dall'AIC - Associazione Italiana Celiachia - relativi all'anno 2013 e pubblicati nel dicembre 2014 (i più recenti ad oggi), i celiaci rappresenterebbero circa l'1% della popolazione italiana, ovvero sia circa 600.000 individui, ma la patologia sarebbe stata diagnosticata soltanto a 164.492.
Dei celiaci effettivi, la maggior parte risiede in Lombardia (17,4% pari a 28.611 malati), seguita poi da Lazio (10,1% ovvero 16.576 malati) ed infine Campania (9,4% con 15.509 celiaci): regioni che, vuoi per l'elevato inquinamento atmosferico dovuto al traffico di autoveicoli ed al riscaldamento domestico, vuoi per la Terra dei Fuochi od altre simili amenità presentano livelli d'inquinamento ambientale allarmanti.
Ipotizzare una correlazione tra inquinamento e celiachia potrebbe essere azzardato, non lo è stabilire un nesso tra inquinamento ed insorgenza dei tumori: l'ha fatto nel 2015 il Ministero della Salute, con la Valutazione Integrata dell'Impatto Ambientale e Sanitario, da cui ho estrapolato il grafico che trovate qui e che evidenzia come Lombardia, Lazio e Campania siano le regioni con il maggior numero di decessi attribuibili all'inquinamento atmosferico rispettivamente al Nord, al Centro e al Sud Italia.

Dietro a questa apparente impennata dei casi di celiachia, con relativa apertura di negozi d'alimentazione priva di glutine, però, potrebbe esserci dell'altro: la convinzione, del tutto errata e priva di fondamento scientifico, ma veicolata da diverse star e quindi tanto glamour, che mangiare senza glutine possa far dimagrire. Insomma: più che malati, dietro al boom di negozi gluten free ci sarebbe la moda.
Ed un decisamente cospicuo giro d'affari. 
Stando ai dati raccolti da Nielsen e pubblicati di Wired, tra il 2004 ed il 2007 il settore del "senza glutine" non solo non avrebbe conosciuto la crisi, ma sarebbe invece aumentato del 5,9%; una crescita comunque irrisoria se paragonata a quella registrata tra il 2007 ed il 2011, che ha fatto registrare un'impennata del +57% (sì, avete letto bene, 57% non 5,7%).
Una moda che pare inarrestabile, quella del mangiare in stile celiaco, ma che può rivelarsi anche molto dannosa per la salute, tanto che diversi studiosi hanno pensato bene di chiarire alcuni punti fondamentali.
Il glutine non è un veleno, non è dannoso, non fa ingrassare (se assunto nelle giuste quantità); il senza glutine non è garanzia di salubrità, di benessere, di dimagrimento.  
Norelle Reilly della Columbia University ha pubblicato un'analisi sfatando tutti i falsi miti della dieta senza glutine, a cominciare dal suo presunto effetto dimagrante: "I prodotti senza glutine contengono spesso più zuccheri e grassi di quelli tradizionali, per renderli più appetibili. I rischi ai quali si va incontro sono quindi aumento di peso, obesità, sindrome metabolica ed insulino-resistenza se non si è seguiti da un dietologo. Inoltre non vanno dimenticate importanti carenze alimentari che potrebbero manifestarsi, come quella di vitamina B, folati e ferro".
Senza glutine sì, dunque, ma solo per chi celiaco lo è davvero. Per gli altri... ben vengano i gelati (e non solo) tradizionali.

Per approfondire:

sabato 9 aprile 2016

Droga a scuola, evviva lo spacciatore!

Questa me l'ero persa. 
Stamattina, guardando "Uno Mattina in famiglia", ho avuto modo di ascoltare una notizia tanto assurda che sulle prime ho creduto di non essermi ancora completamente svegliata: qualche tempo fa i carabinieri hanno perquisito il liceo Virgilio di Roma ed arrestato uno studente spacciatore (peraltro recidivo); la reazione dei ragazzi - e di alcuni genitori - è stata quella di difendere il pusher, accusando la preside e le forze dell'ordine di aver calpestato i diritti degli allievi.

Appena terminata la colazione mi sono messa al computer ed ho cercato notizie in merito, nella speranza di aver davvero capito male l'intera vicenda e quanto detto dagli ospiti intervenuti in tv, ma no, ero già sveglia e lucida ed avevo compreso tutto esattamente.

Allora, cari genitori, vediamo di capirci: perché mandate i vostri figli a scuola? 
Pensateci pure con calma prima di rispondere, prendetevi qualche minuto di riflessione.
Poi, se la vostra risposta è simile a "mando mio figlio a scuola perché abbia un'educazione", allora sappiate che "educazione" non significa soltanto imparare a tradurre passi del De Bello Gallico o le favole di Esopo ma che, anzi, questa della cultura è soltanto la punta dell'iceberg educativo. 
La scuola è il primo organismo educativo che il bambino incontra uscendo dalla famiglia. Se fin da piccolissimo il bambino impara a comprendere il significato di sì e no, di concesso e proibito, grazie a quanto detto e fatto dai genitori, crescendo un po' ed entrando a scuola - materna o elementare che sia - il piccolo consolida l'apprendimento di questi concetti e ve ne affianca altri: posso giocare e correre a ricreazione, non posso salire in piedi sul banco, posso fare domande alla maestra, non posso tirare un pugno al compagno che mi sta antipatico...

L'educazione alla legalità è parte integrante del processo educativo, se davvero vogliamo che la scuola prepari i nostri figli a diventare i cittadini di domani e non degli animali che agiscono guidati dal semplice istinto, ed è giusto e sacrosanto che il rispetto della legge venga insegnato già sui banchi di scuola. Non soltanto attraverso "lezioni" ed amichevoli chiacchierate con gli insegnanti, ma anche se non soprattutto con l'esempio. Se spacciare è reato, è reato al night club, nel vicolo buio e malfamato e pure nel giardino interno del "liceo bene" della capitale. E se vi è un reato non è soltanto giusto, ma è doveroso che le forze dell'ordine intervengano per porvi fine.
Spiace per i figli di professionisti dai cognomi noti e dai conti bancari importanti che magari finiranno con la fedina penale sporca, sia però ben chiaro che questo epilogo non è causato né dalle forze dell'ordine né da presunti "presidi sceriffi", ma soltanto dal comportamento delinquenziale dei ragazzi stessi. Comportamento originato, forse, dalla latitanza educativa e dall'eccessivo permessivismo dei propri genitori. 

giovedì 3 marzo 2016

La ricerca scientifica sull'inutilità delle arti marziali

La scienza è la nuova magia. 
Se nel Medioevo il volgo si lasciava incantare dai giochi di prestigio di sedicenti maghi, oggi basta leggere o sentire le parole "ricerca scientifica" per cadere in uno stato di totale fascinazione.

"Sai, ho sentito che secondo una ricerca scientifica...": quante conversazioni - e persino quante discussioni - hanno origine da queste parole? 
Una recente "ricerca scientifica", condotta dalla RMCAT (Rocky Mountain Combat Application Training) avrebbe dimostrato che le arti marziali sono inutili in caso di aggressione da strada e l'avrebbe fatto prendendo in analisi Istruttori e Maestri di differenti discipline, mica praticanti di primo pelo.

Io ho frugato un po' in internet, ma purtroppo non ho trovato traccia di questa fantomatica "ricerca scientifica", perciò devo basarmi a mia volta soltanto sul "sentito dire" che, già di per sé, di scientifico non ha nulla. 
Prendendo per buono quanto mi è stato raccontato, un numero (non precisato) di Istruttori e Maestri di arti marziali (non meglio specificate) avrebbe accettato di mettersi a disposizione della RMCAT per questo studio. I volontari, all'interno di una stanza resa disponibile dalla RMCAT, venivano aggrediti uno alla volta, prima verbalmente e poi fisicamente, da un "picchiatore da strada". L'aggressore indossava una maschera, per non essere riconoscibile, e protezioni su tutto il corpo, così che i marzialisti non si sentissero inibiti nelle loro reazioni.
Gli "esperti di arti marziali" avrebbero dovuto rimanere impassibili ad insulti e minacce verbali, reagendo solo quando il "picchiatore da strada" avesse attaccato fisicamente. 

Sempre stando al "sentito dire", l'esito dello "studio scientifico" sarebbe stato nefasto: Istruttori e Maestri delle più differenti arti marziali non avrebbero saputo gestire la pressione psicologica e sarebbero stati sopraffatti dal picchiatore. 

Ora: ammesso e non concesso che le cose siano andate realmente così, ci sarebbero alcuni punti che mi farebbero dubitare della validità scientifica di questo test.
1) Tanto per cominciare, è evidente che si tratta di un test dalla forte componente psicologica. E la psicologia non è una scienza esatta: sono troppe le variabili in gioco, a cominciare dall'unicità che caratterizza ciascun essere umano, sia esso praticante di arti marziali o meno. Non si può ricondurre il comportamento di un individuo ad un monolitico 2 + 2 = 4 perché, semplicemente, le variabili che possono condurre a questo "4" sono, in ambito psicologico, tendenti all'infinito.
2) Se devo confrontarmi con un picchiatore da strada... gradirei trovarmi per strada. Non in una stanza o in palestra. Questo sempre per quanto attiene all'aspetto psicologico: chi pratica arti marziali, soprattutto se lo fa da anni (e si presume sia questo il caso di Istruttori e Maestri), sa che in palestra ci sono regole da rispettare, come ad esempio quelle di non colpire realmente agli occhi o ai genitali. All'interno di una palestra non ci sono aggressori, ci sono compagni di allenamento. Si tratta di un condizionamento psicologico che, ripetuto negli anni, porta davvero a far sì che l'ambiente condizioni la reazione.
3) Ho visionato diversi video su Youtube, anche presi da videocamere di sorveglianza, e mai il picchiatore da strada, indossava una maschera (tutt'al più il casco da motociclista, che, però, non a caso ha un impatto psicologico diverso). Anche in questo caso, infatti, entra in gioco la psicologia: la comunicazione non verbale - e l'espressione del viso comunica moltissimo! - mi predispone a reagire in un determinato modo perché, prima ancora che vengano pronunciate delle parole, posso intuire le intenzioni di chi mi sta davanti. Il fatto che il picchiatore da strada non fosse per strada e non comunicasse, se non verbalmente, le proprie intenzioni sono a parer mio elementi che possono falsare molto l'esito dell'esperimento.
Allo stesso modo, le protezioni ben in vista riportano subito il praticante di arti marziali alla sfera dell'"ok ci si allena, ha le protezioni, siamo in palestra, dai che giochiamo", per quanto inconsciamente possa avvenire questa associazione d'idee. 
4) Avete mai sentito di un aggressore che desse il preavviso? "Ehi, scusa, se non ti dispiace io prima di direi un paio di parolacce e poi passerei a spintonarti e, se non reagisci, magari ti tiro un pugno"...
In questo test, infatti, tutti sapevano tutto, con buona pace dell'effetto sorpresa. Gli "aggrediti" sapevano per filo e per segno cosa sarebbe avvenuto all'interno di quella stanza, non era un mistero ciò che avrebbero trovato né cosa sarebbe accaduto. Sul serio: se anche avessero reagito riempiendo di botte il finto aggressore, quanto sarebbe stato veritiero il risultato ottenuto?

In ultima analisi: in questa "ricerca scientifica" sull'efficacia delle arti marziali nell'autodifesa, così come mi è stata riportata, trovo molto poco di scientifico. Incluso il fatto che non vi siano risultati pubblicati, visionabili ed eventualmente confutabili. Insomma: dalla scienza alla magia dell'aria fritta.

P.S. Naturalmente invito chiunque trovasse la pubblicazione di questa ricerca a segnalarmela: sono pronta a rivedere le mie posizioni in merito. 

martedì 2 febbraio 2016

Merli, marmotte, cambiamenti climatici

Merli perplessi nei "Giorni della Merla" 2016: fa troppo caldo!
Gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono conosciuti come "I giorni della merla" perché, secondo la leggenda, in queste giornate dal clima particolarmente rigido gli antichi merli - che erano bianchi - si sarebbero rifugiati in cerca di tepore vicino ai comignoli delle abitazioni, ricoprendosi di fuliggine e divenendo così di piumaggio scuro. Ma, se continua così, è probabile che le future generazioni narreranno la leggenda di merli abbronzati...
Questo mese di gennaio 2016, infatti, è stato caratterizzato da un clima particolarmente mite ed asciutto, andando ad aggravare una situazione ambientale già preoccupante, tanto che Coldiretti ha paragonato il mese di dicembre a quello di agosto, evidenziando l'elevato livello di smog atmosferico ed il preoccupante calo dei bacini idrici.

Negli USA, intanto, investiti questo inverno dalla tempesta di neve Jonas - che ha causato 30 vittime e la cancellazione di oltre 7.000 voli aerei - c'è grande attesa per il Groundhog Day, il Giorno della Marmotta, che cade il 2 febbraio e che consente di pronosticare se la primavera è ormai dietro l'angolo o se gelo e neve terranno compagnia agli statunitensi per altre sei settimane. Secondo USA Today il marmottone Phil, che ogni anno viene estratto dalla sua tana in Pennsylvania per emettere la sentenza guardando la propria ombra, non sarebbe affatto attendibile: "Dal 1988 la marmotta ha azzeccato 13 volte e sbagliato 15", asserisce il quotidiano, rincarando la dose: "Lanciare una monetina in aria facendo testa o croce potrebbe fornire previsioni più accurate di Phil".
Ma - faccio l'avvocato delle cause perse - se fossero i cambiamenti climatici ad aver confuso il povero, grosso e simpatico roditore? Di certo quest'anno i merli non hanno avuto motivo d'avvicinarsi ai comignoli delle abitazioni, ad esempio...

venerdì 4 dicembre 2015

Chi ha visto Georgette Bühlmann?

Un'immagine della giovane Georgette
Forse molti di voi non l'avranno nemmeno mai sentita nominare, ma questa signora ha contribuito a fare la storia del pattinaggio di figura. Paragonata da più fonti a ciò che Rita Levi Montalcini è stata per la scienza, in termini di longevità sportiva.
Nel 2011 qualche notizia ci giunse da oltralpe quando, compiuti da poco gli 81 anni, rilasciò un'intervista nella quale asseriva che "I muscoli, così come il cervello, con una buona dieta ed esercizio aerobico non si deteriorano o, comunque, invecchiano più lentamente"; non a caso lei continuava a pattinare, incurante dell'anagrafe e di quella data di nascita stampata sui documenti.

Più volte medaglia d'argento del pattinaggio elvetico ed impegnata in numerose competizioni internazionali, Georgette ha inventato una piroetta che porta il suo nome ed annovera tra le sue allieve Carolina Kostner e Valentina Marchei, oltre ad aver insegnato a piroettare sul ghiaccio ad una star come Brigitte Bardot, che ricorda come "estremamente disciplinata".
Georgette Bühlmann impegnata con una giovane atleta
Secondo quanto scritto nell'articolo pubblicato sul Gstaadlife, avrebbe riportato in 60 anni di carriera soltanto un infortunio, piuttosto grave, ai legamenti del ginocchio, il quale non le ha però impedito di tornare a pattinare; il segreto del duraturo successo di questa lady del ghiaccio sarebbe in questa ricetta: dieci minuti di Pilates al giorno, due allenamenti settimanali in palestra ed una dieta povera di proteine. Ma, cosa forse ancora più importante: "Ciò che conduce al successo nella vita, a qualunque età, è la disciplina ed il porsi degli obiettivi".

"Io non mi sento molto diversa da quando avevo sessant'anni - aveva asserito l'inossidabile atleta svizzero-tedesca - basta non mettersi i lucchetti al cervello e non dirsi mai ho una certa età, certe cose non me le posso più permettere; nel mio caso ho solo rallentato, scalando un po' le marce".
Dai tempi di questa intervista, però, Georgette Bühlmann è tornata nell'oblio, di lei si sono perse le tracce e, sebbene ci sia chi vocifera che si divida ancora tra Courchevel e Cortina d'Ampezzo, senza dimenticare tappe nei Paesi Bassi ed in Danimarca, tenendo seminari ed insegnando alle atlete più giovani (pare, peraltro, che abbia un eccezionale fiuto nello scovare talenti), non vi sono testimonianze concrete della sua attività in questi ultimi anni. Un vero peccato, perché la sua esperienza sarebbe di certa ispirazione per molte giovani pattinatrici.

venerdì 30 ottobre 2015

Zucca, cucina e Halloween

Io la zucca la uso in cucina. Molto. Mi piace il suo colore, adoro il suo sapore, ne apprezzo moltissimo la versatilità e tra queste pagine potete trovare diverse ricette preparate con questo ortaggio dalle mille proprietà benefiche (come questa, o questa, ad esempio). 
Recentemente ho preparato un risotto squisito ai sapori d'autunno, con zucca e castagne.
Ingredienti:
  • riso integrale
  • zucca
  • castagne
  • olio e.v.o.
  • sale
Sì, lo so, questa volta ho aggiunto il sale. Ma davvero ci vuole, perché la zucca è molto dolce ed anche le castagne lo sono. E ne ho messo poco poco!
Non ho indicato le quantità perchè, come sapete, sono un'"anarchica dei fornelli", convinta che ciascuno debba sentirsi libero di variare le ricette a proprio gusto.
Allora, veniamo alla preparazione: innanzi tutto si lavano le castagne e le si mette a lessare, pulendole ben bene ed eliminando anche le pellicine. Poi si tagliano a tocchetti grossolani.
Si pulisce la zucca e si taglia anch'essa a pezzetti. Io ho tenuto anche i semi, perchè come certamente sapete i semi di zucca sono commestibili e... se "del maiale non si butta via niente", della zucca si butta via proprio pochino!
Si fanno soffriggere castagne e zucca con un po' d'olio d'oliva, si aggiunge il riso e lo si fa "saltare" brevemente prima di aggiungere acqua in quantità tale da assicurarne la cottura. Si regola di sale. 
Dal vivo i colori sono ancora più... autunnali!
Nel frattempo in una padella si fanno "saltare" i semi di zucca per qualche minuto.
Quando il riso è cotto, si impiatta aggiungendo anche i semi che, proprio come avviene per vongole, cozze ed affini, andranno tolti dal guscio per essere gustati.

E cosa c'entra in tutto questo Halloween? Per la verità, poco o nulla. Nel senso che, a parte la coincidenza di date, questo risotto può venir gustato in qualunque momento dell'autunno.
Come mai tanta gente vada matta per questa "festa" americana - sì, mi ostino a chiamarla americana perchè delle origini europee non ha conservato praticamente nulla, essendo cambiati i tempi e, guarda un po', essendosi evoluto l'essere umano - resta un grande mistero.
Per me altro non è che un modo per spillare quattrini agli adulti (zucche decorative da intagliare, costumi da comprare o preparare, caramelle e porcherie varie da dover avere in casa, feste alle quali "è impossibile mancare") e, peggio ancora, omologare fin da piccoli i bambini: sembra che se non ti vesti o non ti trucchi per Halloween non sei nessuno, ci sono persino delle scuole che richiedono che i bambini vadano a lezione vestiti da mostro o strega e, per favore, qualcuno mi spieghi la finalità educativa di questo (perchè, se non vado errata, il compito della scuola dovrebbe essere quello di educare). E tralascio di parlare dell'educazione alimentare, con la botta di zuccheri raffinati, coloranti ed additivi contenuti nei tanto desiderati "dolcetti"! Vorrei vedere quanti darebbero una fetta di crostata fatta in casa ai bambini che suonassero alla loro porta... 
Lì, tutti belli intruppati fin dalla scuola materna, a ripetere la cantilena che tutti intonano ossessivamente "Dolcetto o scherzetto?" e a doversi vestire da vampiro o da strega "perchè tutti si travestono ad Halloween". 
Per me il vero orrore è questo. 


venerdì 2 ottobre 2015

Europa, profughi e qui si fa la storia

Su facebook circola, già con parecchie condivisioni, una lettera aperta che una certa Candida Nastrucci ha indirizzato niente meno che ad Angela Merkel. Io, che su facebook non ci sono e non ho la minima intenzione di andarci, ho ricevuto il testo via mail e lo riporto qui di seguito. Anche le foto hanno la stessa fonte. 

Cara Merkel, così non va.
Mi trovavo a passare ieri tra l'Austria e la Germania, in realtà andavo da Linz a Innsbruck e nel mio vagone c'erano tre famiglie non tedesche, non europee, siriane. Persone a modo, che parlavano bene l'inglese, ovviamente di buona istruzione. Marito e moglie con figlio adolescente. Le famiglie si conoscevano, nel viaggio da Linz a Salisburgo si scambiavano i caricatori dello smartphone e giocavano su internet. Persone normali, se di normalità si può parlare, persone comuni. Il padre della famiglia accanto a me mi ha aiutato con la valigia e la montagna di borse che mi portavo e che non si sapeva dove sistemare per far passare il carrello delle vivande. Ho pensato, è bello trovare persone gentili, ha pensato a me e alla mia aria trafelata, sempre di corsa.
Si viaggia in silenzio. Da Vienna il treno era diretto a Innsbruck con fermata a Salisburgo, poi Innsbruck.
Il treno si ferma, dal finestrino vedo arrivare due montagne di uomini in blu armati di pistole con scritto Polizei sulla maglietta. Prima rimangono alle porte, salgono e scendono. Poi salgono ed iniziano a camminare nel vagone, io la prima seduta vicino la porta, non mi guardano. Si fermano ai sedili avanti al mio. Vedono una donna con la sciarpa sui capelli, un ragazzino e un bambino. Gli chiedono il passaporto in tedesco, loro non capiscono, poi ripetono la domanda in inglese. Rispondono che non hanno i documenti. Panico nel vagone. Il poliziotto gli dice di scendere dal treno ma loro non si muovono. I poliziotti si allontanano e scendono dal vagone. Il Gelo. Dopo 2 minuti tornano con un altro poliziotto uno biondo, alto e minaccioso e una poliziotta anche lei armata, e una ragazza bruna con i capelli neri lunghi e un gilet giallo, una traduttrice, adesso sono in 5 sul treno ed altri poliziotti in divisa fuori dal treno. Il tono è perentorio vogliono i passaporti. La donna lo consegna e dice "...we come from Siria..." l'ariano enorme sentezia a brutto muso... "You have do get out of the train now!".
Non ce la faccio a stare zitta... Non ce la posso fare. Mi vengono le lacrime agli occhi, ma sono troppo arrabbiata per tacere. A cosa stavo assistendo? Al remake della "La vita è bella" che fece piangere la mia amica tedesca Ute quando lo vedemmo insieme ai tempi di Oxford? Ma che roba era quella? La ghestapo del 2015?
Qui si fa la storia adesso e che razza di storia stiamo facendo?! Quindi parlo. Guardo l'ariano e gli dico in inglese... "what are you doing? It's not right what you are doing, let them stay" e lui con voce dura, seccata ed arrogante mi risponde "This is not your business, they have to get out". Io gli chiedo "why?" e lui "...This is not your business" gli dico che sì "it's my business, I am European, we are in Europe and you can't throw away people travelling in Europe". Lui continua e dice di farmi gli affari miei e io rispondo che sono affari miei. Tutti tacciono e guardano in basso. Poi l'ariano biondo li ha costretti ad alzarsi ed è riuscito a far scendere loro e altre persone siriane che erano circa 10. Li ho seguiti fino all'uscita continuando in inglese a dire alla polizia che stavano sbagliando e uno di loro mi risponde "... this train pass across Germany and we Austran have the order not to let anybody pass Germany". Ma noi stavamo andando a Innsruck con un treno veloce senza fermate, la Germania era solo di passaggio, che scusa è questa?! Ecco che un'altra voce si fa più forte dentro di me... We follow... the orders... Noi seguiamo gli ordini... No. Non ci siamo proprio. Non avete imparato nulla?
Io ho ho l'email della donna siriana, gliel'ho chiesta mentre scendeva dal treno, voglio sapere dove li avete mandati. I bambini fatti scendere da quel treno erano terrorizzati, guardavano i genitori con gli occhioni spalancati e noi con gli sguardi interrogativi, "perchè?"
Ma è questa l'Europa?
La storia siamo noi, facciamo che ognuno di noi abbia un pezzetto di responsabilità, il cielo è uno, la terra è una, i confini non esistono, l'ignoranza è il nostro confine più grande, insieme alla mancanza di immedesimazione, di compassione, di empatia.
Siamo tutte persone uguali su questa tera a prescindere da dove si nasce, tutti dovrebbero avere le stesse possibilità di vivere una vita felice, e soprattutto nessuno dovrebbe avere il diritto di farti scendere da un treno... a meno che tu non abbia il biglietto... ovviamente.

Candida Nastrucci
25 Settembre 2015

Si tratta di una bufala? Questo io non lo so, certo è che la lettera è rintracciabile su facebook e che Candida Nastrucci risulta presente nei motori di ricerca; se poi la biochimica e biologa sia la stessa persona autrice del testo qui riportato, non ho modo di accertarlo.
Se volete, cercate di risolvere il mistero e, insieme a questo, ve ne lascio un altro su cui riflettere: è questa l'Europa che vogliamo?

martedì 22 settembre 2015

Donna, scegli: o bella o intelligente

Sono bella? Ho diritto all'ignoranza
Ho letto e riletto l'articolo, perchè confesso di aver sperato di non averlo compreso. Eppure alla fine la sensazione è stata proprio quella che l'autrice, Anna Paola Merone, abbia voluto affermare che una donna alla fin fine deve pure scegliere e decidere se vuole essere bella e cretina oppure intelligente ma racchia. Il pezzo è stato pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, mica un bloggettino qualsiasi e di poco conto, e vi si legge, tra le altre cose: "Francamente non mi interessa sapere che una donna che fonda le proprie ambizioni sulla bellezza sia anche intelligente. Sarebbe come pretendere che una donna che fa il medico, la scienziata, ma anche l'orafa o la maestra sia necessariamente avvenente e sexy. Io non ci sto a questo giochetto per imbecilli".

L'autrice pare sdoganare, insomma, il "Sono gnocca, mica dovrò avere anche un cervello?" e lo fa da un quotidiano a diffusione nazionale. Il tutto, parlando in merito all'ignoranza - reale o presunta, questo io non lo so - della neo eletta Miss Italia, Alice Sabatini.
Non solo: dal momento che molte signore dalla bellezza non stravolgente talvolta interpretano come molestie i commenti e gli ammiccamenti di taluni uomini, la Merone richiede, per par condicio, che si parli di molestie anche qualora ad una bella ragazza venga chiesto qualcosa in più del semplice apparire.
Ricapitolando: hai una laurea, magari pure un master? Allora vai tranquilla: non depilarti, lasciati crescere i peli sotto le ascelle, esibisci orgogliosamente un monociglio irsuto e, per carità!, non ti passi per la mente di truccarti o di acquistare un abito carino, tanto devi essere intelligente. 
Sei alta, hai una ragguardevole misura di reggiseno ed un visetto niente male? Perfetto: sbaglia pure i congiuntivi, resta convinta del fatto che la Svizzera abbia il mare e che Hitler fosse un baffuto attore del cinema in bianco e nero, l'importante è che tu non sbagli tonalità di rossetto ed abbini alla perfezione l'abito con le scarpe.

Io a questo punto vi invito a leggere l'articolo nella sua interezza e spero, davvero di tutto cuore, di essere smentita. Vi prego, ditemi che ho frainteso tutto. 

lunedì 7 settembre 2015

Profondità

Viviamo in superficie. Sguazziamo nel quotidiano, leggeri, stando ben attenti a non immergerci, perchè la profondità ci fa paura. Chissà cosa potremmo mai trovare, là sotto!
Abbiamo amicizie da social network, che tanto se sparisci da un giorno all'altro chi se ne frega, non ti ho mai davvero conosciuto; facciamo ricerche con Google e raramente ci spingiamo oltre il primo o secondo risultato, che a cosa mi serve andare a curiosare un po' più in là? Se lo dice Wikipedia sarà per forza giusto così. Sperimentiamo, proviamo, assaggiamo, ma senza spingerci mai oltre, sempre tenendo la testa ben fuori dall'acqua ed evitando di provare ad immergerci.
Perchè la profondità ci fa paura. 

Provo due lezioni di Karate, poi una settimana di Aikido, magari mettendoci nel mezzo anche un po' di Pilates e di Rugby, alla ricerca di qualcosa che non so nemmeno io cosa sia. E non lo so perchè, prima ancora di andare in profondità in un qualsiasi sport o arte marziale, non sono andato in profondità dentro me stesso. Chi sono io? Cosa voglio davvero? Cosa suggerisce il mio cuore? Cosa cerca il mio animo? Queste sono domande che non conoscono stagioni, che non passano mai di moda, che ogni essere umano dovrebbe porsi, alla ricerca di risposte. 

Invece ci siamo disabituati alla ricerca, intesa come studio approfondito (= in profondità), e ci accontentiamo di piluccare esperienze così come agli happy hour assaggiamo stuzzichini. 
E se queste esperienze "mordi e fuggi" attenessero solo all'ambito sportivo o marziale sarebbe già tanto di guadagnato per il genere umano! Invece le applichiamo ad ogni aspetto della nostra vita: provo a iscrivermi al Liceo Scientifico, tanto poi posso cambiare e andare all'Istituto Tecnico; provo a mettermi con questa ragazza, tanto poi tra due settimane posso provarci con la sua amica; provo a baciare il mio migliore amico, al massimo mi accorgo che sono gay; provo a sposare questo tizio, tanto mal che vada c'è il divorzio... 

Non c'è niente di male nella sperimentazione - se l'essere umano non avesse tentato nuove vie sarebbe ancora uno scimmione vagante per la savana - ma la sperimentazione dovrebbe prendere il via da una base di conoscenza: so chi sono -> so cosa desidero -> provo ad ottenerlo. E non, come invece sempre più spesso accade, provo qualunque cosa in attesa di rimanere folgorato e poter dire "ecco cosa cercavo!".
All'ingresso del Tempio di Apollo a Delfi c'era la scritta "γνῶϑι σεαυτόν", "conosci te stesso": un invito a tutti gli uomini affinchè guardassero dentro loro stessi, in profondità, raggiungendo così quella consapevolezza che porta a sentirsi parte dell'universo e, quindi, del divino. Un invito oggi in larga misura disatteso. 

mercoledì 2 settembre 2015

Amore, sesso, bho!

Un commento lasciatomi al termine dell'articolo "L'amore: manuale di sopravvivenza per ragazzi" mi ha dato da pensare. E' a firma di Claus e lo riporto qui di seguito: 
"L'amore? Ma c'è ancora qualcuno interessato all'amore? La sensazione guardandomi attorno è che si pensi solo e soltanto al sesso".
I commenti che l'hanno seguito, poi, mi hanno portata a scrivere questo nuovo articolo. Eh già, perchè amore e sesso non sono affatto uguali eppure sembra che spesso, troppo spesso, vengano confusi l'uno con l'altro. 
"Amore" è forse una delle parole più usate - e abusate - nella storia; spesso in nome dell'amore si compiono le peggiori nefandezze: c'è chi dice che mentirebbe per amore, chi tradirebbe per amore, chi addirittura ucciderebbe per amore (vogliamo parlare dei sempre troppi femminicidi, assassini in piena regola che si nascondono dietro la parola "amore"?). In realtà, però, tutto ciò avviene per motivi che nulla hanno a che fare con l'amore, dal momento che questo è, come riporta la Treccani, sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia. Dunque quando amo voglio il bene dell'amato, sia esso il figlio, il compagno o la compagna, il genitore, il fratello o la sorella ed è evidente che nel momento stesso in cui voglio il bene di qualcuno non metto in atto nessuna azione negativa come mentire, tradire o uccidere. 

Entrando però nello specifico del "Manuale di sopravvivenza" e del relativo commento di Claus, l'amore di cui si parla qui è quello che sboccia tra due adolescenti che non hanno tra loro rapporti di parentela ma che, semplicemente, d'un tratto scoprono di essersi innamorati. O, anche, parliamo di "amore unidirezionale"; di quello che, di punto in bianco, un bel giorno, ti accorgi che quel tuo compagno di classe ti piace da impazzire o che la ragazza bionda della seconda D è bellissima e loro magari non sospettano niente, per loro quel giorno è uguale a quello prima e sarà uguale al successivo, ma a te sembra che il mondo intero sia cambiato. Perchè ti sei innamorata (o innamorato) e tutto quello che vorresti è stare con lui (o lei).
Quando le cose vanno nel migliore dei modi, l'innamoramento è corrisposto e così comincia quel meraviglioso periodo di rimbambimento totale scandito da tutto un corollario di voci tremanti, mani sudaticce, farfalle nello stomaco e via di questo passo. Si pensa solo a lui/lei, si vuole stare con lui/lei, si desidera parlare con lui/lei... di colpo al centro del nostro sistema solare non c'è più una palla infuocata ma l'amato bene, tutto gravita intorno a lui (o lei).
Punto. A capo.

Il sesso. Qui signori miei si entra nel campo della scienza, della biologia, dell'endocrinologia. E chi se lo sarebbe mai aspettato che la scienza potesse essere tanto interessante, eh?! Eppure, sempre secondo la nostra brava Treccani, dicesi sesso il complesso dei caratteri anatomici, morfologici, fisiologici (e negli organismi umani anche psicologici) che determinano e distinguono tra gli individui di una stessa specie i maschi dalle femmine e viceversa.
Ora, semplificando: non fatemi entrare nei dettagli, che tanto vi siete accorti da soli che tra voi e la biondina di seconda D ci sono delle evidenti differenze fisiche, differenze fisiche che vi piacciono un sacco. Ecco. E' a questo punto che entra in ballo l'endocrinologia, dal momento che sono proprio gli ormoni che un giorno ci fanno partire per la tangente e non capire più un beneamato.
Perchè, diciamocelo, senza gli estrogeni il nostro compagno di classe avremmo continuato a non considerarlo nemmeno di striscio e senza il testosterone la ragazza bionda della seconda D manco ci saremmo accorti che esisteva. Invece gli ormoni ci sono, iniziano diligenti a compiere il loro dovere e ci mandano fuori di testa.

Quindi, riassumendo: l'amore è un sentimento, un moto dello spirito; il sesso è un complesso di caratteristiche fisiche e fisiologiche. Due cose ben diverse, dunque, ma strettamente collegate. O, almeno, dovrebbero esserlo.
Ma Claus fa notare che non è così, che si pensa soltanto al sesso e non all'amore. Possibile che la scienza superi il sentimento?
I vostri commenti sono contrastanti ed io posso soltanto dirvi come la penso in modo del tutto personale, senza avere la pretesa di "avere la soluzione" nè di "essere nel giusto".
Secondo me il sesso può essere interessante, stimolante, persino molto divertente, ma alla fin fine si riduce ad un'attività fisica. Non come correre sul tapis roulant o fare addominali (e questo spiega, credo, perchè c'è molta più gente che fa sesso di quanta ne vada in palestra), ma pur sempre attività fisica. Potete sperimentare pure tutte le posizioni del Kamasutra, ma se manca l'amore, il sentimento, non vi sentirete mai pienamente realizzati.
Fare l'amore è un'unione di due anime prima ancora che di due corpi; è una fusione tra due esseri che per un incredibile, fantastico momento diventano Uno; è la perfezione di quell'unità quasi divina che secondo Aristofane fece invidia a Zeus nel mito di platonica memoria: "Se questo stato è il più perfetto, allora per forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l'anima a noi più affine, e innamorarcene".
E scusate se è poco.

venerdì 28 agosto 2015

Alla ricerca dell'umanità

La sensazione è che si sia smarrita la bussola. Siamo in un luogo che non riconosciamo più, in un tempo che non sembra appartenerci e vaghiamo, brancolando nel buio. O, almeno, è così che mi sento io ascoltando certe notizie al telegiornale, leggendo certi articoli sui giornali.
Perchè il genere umano non lo riconosco più e mi pare che ci sia poco o nulla che possa essere definito umano in chi trasporta e tortura disperati da un continente all'altro, in chi investe pedoni senza nemmeno fermarsi a prestare soccorso, in chi ammazza un suo simile per una manciata di spiccioli*. 
E mi si perdoni se me ne strasbatto delle statistiche che affermano che oggi viviamo in un mondo più civile e sicuro rispetto all'epoca romana o al Medioevo, ma il fatto è che per me non funziona il motto stalinista secondo cui "Un morto è una tragedia, un milione di morti è statistica": per me un morto è una tragedia e un milione di morti è una tragedia immane. Ed è anche il sintomo che in centinaia di migliaia di anni la nostra specie non è progredita poi tanto rispetto a quegli scimmioni che, scesi dagli alberi e avventuratisi nella savana africana, hanno iniziato a brandire clave e forgiare punte di lancia con la selce. 

Perchè, scusatemi tanto, ma ero e resto convinta del fatto che l'umanità non è progredita se illumina ogni strada a giorno durante la notte, se piega la natura al proprio volere, se infila geni di pesce nei pomodori o viceversa, se "è connessa" persino quando va al cesso e nemmeno se garantisce anche ai profughi di avere uno smartphone in tasca. No, signore e signori, mi dispiace ma ero e resto convinta del fatto che il progresso dell'umanità si manifesti dando prova di essere umani, di provare empatia, di non disgiungere il proprio bene da quello dei propri simili e, già che ci siamo, di rispettare questo mondo che calpestiamo ogni giorno. Chiamatemi idealista, se volete. Illusa, probabilmente lo sono. Ma almeno non potrete accusarmi di essere una sorta di scimpanzè capace di usare un pc, perchè dentro di me una voce urla di dolore e di rabbia sentendo queste notizie ed è quella voce che mi piace chiamare umana.

* Soltanto negli ultimi giorni:

domenica 2 agosto 2015

Il regalo perfetto per chi ama le arti marziali

Cosa si regala ad un appassionato di arti marziali per il compleanno? Mi rendo conto solo adesso di non aver mai affrontato l'argomento, e ciò è abbastanza vergognoso se consideriamo il filone portante di questo blog, perciò cerco subito di porre rimedio a questa incresciosa dimenticanza. 
Il primo consiglio è: indagate bene e scoprite quale arte marziale di preciso pratica o appassiona la persona che riceverà il regalo.

Le discipline marziali sono moltissime: in pratica, ogni popolazione che abbia combattuto in un passato più o meno remoto, in qualunque parte del mondo, ha sviluppato un sistema di combattimento, a mani nude o a mano armata; "marziale" deriva da Marte, il dio della guerra, perchè è proprio per la guerra che venivano studiate le varie tecniche, affinchè fossero efficaci e letali sul campo di battaglia. Solo l'avvento delle armi da fuoco ha messo fine ai combattimenti corpo a corpo e le arti marziali sono diventate così più "artistiche" e maggiormente incentrate sul mantenimento della forma fisica, oppure si sono indirizzate verso il combattimento agonistico, comunque nel rispetto di regole prestabilite. Potenzialmente, non c'è angolo del pianeta che non abbia sviluppato una propria disciplina marziale.

Coltello da allenamento di Kali,
uno dei regali di mio marito per il mio compleanno.
Esistono lo Judo giapponese, il Wushu cinese, il Taekwondo coreano, il Kali filippino, il Dambe africano, la Lotta mongola, il Vovinam Viet Vo Dao vietnamita, la Capoeira brasiliana, la Muay Thai thailandese, il Kalaripayattu indiano, la Lua hawaina, il Naban della Birmania, il Silat della Malesia e chi più ne ha, più ne metta; non va dimenticato, poi, che Paesi come Cina e Giappone hanno sviluppato un'infinità di arti marziali diverse, spesso a loro volta suddivise in differenti stili: Kendo, Aikido, Karate, Iado, Ninjutsu, Kobudo, Sumo, Taijiquan, Hung Gar, Wing Chun, Sanda, Chin Na...

Regalare ad un praticante di Wing Chun dei bastoni da Kali sarebbe perfettamente inutile, un praticante di Capoeira potrebbe usare uno judogi soltanto come pigiama ed un hakama sembrerebbe una gonna molto poco virile ad un praticante di Sanda.

Paratibie con parapiede a calza.
Una volta scoperta l'esatta disciplina praticata, potete davvero dare sfogo alla vostra fantasia: dall'abbigliamento alle protezioni, passando per armi ed accessori, gli articoli che possono interessare un praticante di arti marziali sono pressochè infiniti, inclusi anche libri e dvd.
Esistono negozi specializzati in articoli di arti marziali e discipline da combattimento, molti dei quali sono ormai pienamente operativi anche online, quindi non avrete particolare difficoltà a trovare - e ricevere comodamente a casa - il regalo più adatto al marzialista del vostro cuore. 
Un'ultima accortezza: se decidete per un articolo da utilizzare in gara, assicuratevi che quello che vi piace esteticamente - e che vorreste regalare - sia adatto alla disciplina praticata ed approvato dalla federazione che organizza gli incontri. Le "paratibie con parapiede", ad esempio, possono essere a calza o con chiusura a velcro e quelle accettate per certe discipline e determinati combattimenti non necessariamente vanno bene per altre (quelle che vedete nella foto qui accanto, altro regalo del maritino*, io le utilizzo per Sanda e MMA); un discorso similare vale per i guanti: guantoni e guantini non sono affatto la stessa cosa (i guantoni sono quelli da boxe occidentale e possono variare di peso, i guantini lasciano le dita libere e si utilizzano nelle discipline in cui sono ammesse le prese e le proiezioni). 

*Nel corso degli anni, io e mio marito ci siamo scambiati un sacco di "regali romantici": un numero imprecisato di coltelli, guantoni da 10 once, guantini da MMA, bastoni in rattan da Kali Escrima, paratibie...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...