lunedì 29 febbraio 2016

Perché esiste il 29 febbraio?

Giulio Cesare,
"inventore" dell'anno bisestile.
"Trenta giorni ha novembre, con april, giugno e settembre; di 28 ce n'è uno, tutti gli altri ne han trentuno", recita la filastrocca che tutti sanno, ma... ogni quattro anni febbraio, il mese più strano dell'anno, quello più corto, accresce la propria stramberia allungandosi di 24 ore. Perché? 
La "colpa", se così si può chiamare, va ricercata andando a ritroso nella Storia e per la precisione risalendo sino all'epoca imperiale romana. 

Nei tempi più remoti, anche i Romani utilizzavano un calendario basato sulle fasi lunari e caratterizzato dalle Calende (da cui deriva il nome calendario, appunto) del novilunio e dalle Idi del plenilunio. 
Quello romano, poi, era un popolo piuttosto bellicosetto, tanto che il loro antico calendario, il calendario di Romolo, presentava soltanto 304 giorni suddivisi in dieci mesi, tutti di 30 o 31 giorni, partendo però dal mese dedicato al dio della guerra Marte, Martius, ovvero sia marzo: prima, infatti, faceva troppo freddo e le giornate erano troppo brevi per potersi dedicare alle campagne militari, quindi non valeva la pena contare i mesi. 
Romani in battaglia.
Inutile contare i mesi in cui non si poteva combattere...
Dopo Martius arrivavano Aprilis, Maius e Iunius, dedicati rispetti-vamente alle dee Afrodite, Maia e Giunone, poi, semplicemente, si seguitava con nomi derivanti dai numeri e così quinto, sesto, settimo, ottavo, nono e decimo divennero i mesi Quintilis, Sextilis, September, October, November e December.

Il re di Roma Numa Pompilio, però, nel 713 a.C. modificò il calendario aggiungendo 51 giorni, per far coincidere maggiormente il calendario lunare a quello solare ed "inventò" gli ultimi due mesi dell'anno, inserendoli dopo dicembre: gennaio (29 giorni) febbraio (di 28 giorni). Degli undici mesi con un numero dispari di giorni, quattro ne avevano 31 e sette, incluso il neonato gennaio, ne contavano 29. 
Per meglio far quadrare i conti, il sovrano introdusse pure un mese che un po' c'era e un po' scompariva: il Marcedonio o Mensis Intercalaris, un mese intercalare, appunto, della durata di soli cinque giorni che veniva solitamente inserito, su decisione del Pontefice Massimo, ad anni alterni tra la prima e la seconda parte di febbraio. Le vicende di febbraio come mese pazzerello e dalla durata variabile, dunque, affondano le loro radici in un passato piuttosto remoto.

Calendario romano a cippo.
Poiché nel 44 a. C. era stato cambiato il nome del quinto mese dell'anno, tramutandolo da Quintilis in Iulius in onore del condottiero ed imperatore Giulio Cesare, nell'8 a. C. lo stesso procedimento venne seguito per l'imperatore Augusto: nacque così il mese di agosto. 
Fu però lo stesso Giulio Cesare a riformare in modo considerevole il calendario non appena divenne Pontefice Massimo: a lui, ad esempio, si deve il computo della durata dell'anno in 365 giorni, nonché l'ideazione dell'anno bisestile - come questo 2016 - per "far quadrare i conti" dopo l'eliminazione del Marcedonio.
Un calendario, quello Giuliano (da Giulio Cesare, appunto), che prevedeva che ciascun anno divisibile per 4 avesse il 29 febbraio e che rimase in vigore per molti secoli anche dopo la caduta dell'Impero Romano, sino al 1582, quando venne sostituito dal calendario Gregoriano; da allora, l'anno bisestile cade negli anni divisibili per 4, ma non divisibili per 100.

Ed ora, dopo questa breve passeggiata nella storia del 29 febbraio, come pensate di trascorrere queste 24 ore in più a vostra disposizione? Che farete di bello, oggi? 

giovedì 18 febbraio 2016

I pugni fanno male

Tre modi sbagliati di tirare pugni
I pugni fanno male. E non mi riferisco a chi i pugni li prende, il quale ovviamente prova dolore, bensì a chi i pugni li tira. 
A differenza di quanto si vede nei film, infatti, non solo tirare pugni non è facile come può sembrare, ma è anche possibile ferirsi facendolo. 

I bambini dei miei corsi lo imparano ben presto, perché prima di far loro sperimentare i pugni contro il colpitore spiego per bene qual è il movimento corretto da fare, mostrandolo in prima persona. Eppure, non solo talvolta capita che si distraggano e sbaglino qualcosa, ma, sorprendentemente, anche molti adulti ignorano come vadano tirati i pugni e non di rado si lamentano dopo averlo sperimentato.

C'è chi si "brucia" le nocche, strisciando la mano contro il colpitore; c'è chi, peggio ancora, non tiene il polso nella corretta posizione, rischiando di danneggiare l'articolazione; c'è persino chi - è raro, ma vi assicuro che accade - pensa di tirare un pugno tenendo il pollice chiuso all'interno delle altre dita, correndo così il rischio di fratturarselo nell'impatto. 
Il polso, infatti, va tenuto in modo tale che la mano sia allineata con il braccio, senza curvature che potrebbero favorire l'insorgere di danni all'articolazione in seguito all'impatto perché, come insegna la fisica, l'energia cinetica che noi imprimiamo al colpo si scontra con l'energia statica del corpo che riceve il pugno; il fatto che il colpitore (o il viso dell'avversario in combattimento, o quello dell'aggressore in caso di difesa personale) sia fermo non significa affatto che sia privo di energia. 

Questo è un errore molto comune: io principiante vedo l'istruttore o il maestro davanti a me, con il focus in mano, fermo, e penso che l'unica energia con cui avrò a che fare sia quella sprigionata dal mio colpo, trascurando completamente l'importanza dell'energia statica.
Un discorso del tutto simile si può fare anche per quanto riguarda il pollice tenuto chiuso tra le altre dita che, da un lato, viene spinto in avanti col pugno dall'energia cinetica impressa dalla muscolatura del braccio e dalla rotazione dell'anca e, dall'altro, si trova ad impattare non solo contro il bersaglio, ma anche contro le altre dita che lo "imprigionano". Un errore che può facilmente causare la frattura del pollice. 
Riassumendo: tirare pugni non è né facile né privo di rischi, quindi è bene farlo con con attenzione e consapevolezza. 

mercoledì 17 febbraio 2016

Io, Milton, gatto scrittore

Nulla di meglio, nella giornata della Festa del Gatto, che tornare a sfogliare un libro che parla della mia stirpe. Anche questo gatto, così come me, ha la pelliccia bianca e nera, è un micio curioso ed è sicuro di essere un ottimo cacciatore, ma lui si dedica ai topi mentre io preferisco di gran lunga i cosini piumati che svolazzano sul terrazzo. E, comunque, sono sicuro di essere un cacciatore migliore di lui.

Il libro, ovviamente consigliato dalla gattofila Carla della Libreria Pagina 18, è carino, ma sono sicuro che io sarei uno scrittore migliore di Milton e, forse, lo sto già dimostrando con questo diario.
E adesso scusate, scappo via: è l'ora
della pappa!
Comunque, la mia bipede dice che si tratta di un libro adatto ai bambini, sia quelli che stanno imparando a leggere sia quelli più piccolini che possono guardare le figure mentre un bipede grande legge le parole. 
Di certo è un libro che piacerà a tutti: che diamine, parla di gatti! 
Felinamente vostro, Puxi il gatto.

Nota di Viviana B.: riporto qui di seguito la scheda del libro.

Titolo: Io, Milton
Autore: Hayde Ardalan
Traduttore: Andrea Balconi
Editore: Adriano Salani Editori SpA
Anno d'edizione: 1997

domenica 14 febbraio 2016

Un amore bestiale

Un bacio tra ara giacinto.
Se pensate che gli esseri umani siano gli unici a scambiarsi doni quando si innamorano, vi sbagliate di grosso. Nel mondo animale, per la verità, è anzi molto frequente che il maschio offra doni alla femmina con la quale desidera accoppiarsi ed il motivo, se ci pensate, è del tutto logico: deve dimostrare alla potenziale partner di essere un soggetto valido, capace di provvedere alle esigenze della prole. 

Gli uccelli, in particolare, sono maestri nell'arte del dono. Il maschio di martin pescatore (Alcedo atthis), ad esempio, pesca piccoli pesci che porge a colei che spera diventi la sua compagna, mentre all'altro capo del globo, in Nuova Guinea ed Australia, il maschio di uccello giardiniere (Ptilonorhynchiadae) non solo si preoccupa di costruire il nido che ospiterà la compagna e la prole, ma, per conquistare la femmina, raccoglie ogni genere di dono che possa essere per lei gradevole alla vista o al gusto, adornandone la dimora. 
Un uccello giardiniere davanti al nido, colmo di semi e cibo.
Foto: Bernard Van Elegem
Purtroppo, in tempi recenti, la maleducazione e lo scarsissimo rispetto ambientale hanno fatto sì che anche quelle remote foreste si riempissero di rifiuti e così è capitato che i ricercatori si imbattessero in nidi "decorati" con tappi di plastica, pezzi di lattine ed altre porcherie. 
I "baci" che questi animali si scambiano, così come gli ara giacinto della mia foto a inizio post, hanno lo scopo primario di far sì che il maschio passi il cibo alla femmina, ma fanno parte del rituale di accoppiamento e servono anche per rinsaldare il legame di coppia, proprio come avviene con i baci tra gli esseri umani. 
Va anche detto che gli uccelli prendono molto sul serio la faccenda dell'amore: molti di loro, infatti, si accoppiano per la vita, come accade ad esempio per le aquile o, più banalmente, per le tortore dal collare ed i piccioni tanto comuni anche nelle nostre città (in realtà non c'è nulla di romantico in tutto ciò: gli uccelli tendono ad essere monogami in quanto sia il maschio che la femmina si occupano dei piccoli).

I mammiferi sono decisamente più libertini - dal momento che è la sola femmina, allattando, a prendersi cura della prole - e sono piuttosto rari quelli che si scelgono un partner "finché morte non li separi". Due esempi "estremi" di libertinaggio sono offerti dall'elefante marino e dal bonobo. 
L'elefante marino (Mirounga angustirostris) è un possente bestione appartenente alla famiglia delle foche, può arrivare a misurare cinque metri di lunghezza per 1800 Kg di peso e gli esemplari più forti e poderosi riescono a mettere insieme un harem di un centinaio di femmine; il "cugino" leone marino di Steller (Eumetopias jubatus), oggi piuttosto raro, non raggruppa le femmine in veri e propri harem, tuttavia è fortemente territoriale ed ama anch'egli sollazzarsi parecchio con quante più compagne possibile, spesso oltre una trentina, radunate sulla "sua" fetta di spiaggia.
I bonobo (Pan paniscus) invece sono dei primati scoperti soltanto di recente (1929), piuttosto simili agli scimpanzé, e devono la loro notorietà al fatto che incarnano alla perfezione il motto "fate l'amore, non fate la guerra". Gli scienziati, infatti, hanno notato che questi animali si accoppiano non soltanto a fini riproduttivi, ma anche per festeggiare - ad esempio, in cattività, quando veniva loro somministrato il cibo - e persino per placare gli istinti aggressivi. Insomma: se qualcosa non funziona a dovere nel gruppo, invece di strepitare, urlare e lanciarsi oggetti, i bonobo fanno sesso. In tutte le varianti possibili, evitando solamente i rapporti tra consanguinei stretti.
Sul versante opposto, tra i monogami, meritano senza dubbio di essere menzionati i lupi (Canis lupus) e le volpi (Vulpes vulpes), che creano legami estremamente saldi e duraturi. I lupi, in particolare, pur vivendo in branchi sono guidati da un unico maschio alfa, leader, che si accoppia con la femmina alfa e questa coppia è l'unica a generare una prole, che viene accudita dall'intero branco, costituito spesso da zii e zie  (per un approfondimento raccomando la lettura di "Mai gridare al lupo").
Al termine di questa breve carrellata di "amori bestiali" che altro potrei dire? Forse che, se non siete soddisfatte del regalo ricevuto per San Valentino, dovreste ringraziare il cielo di non essere ippopotami (Hippopotamus amphibius): tra questi animali, infatti, il maschio, una volta individuata una possibile compagna, fa pipì e defeca allo stesso tempo, spruzzando il tutto con la coda e cercando di colpire con questo "dono" la femmina.
... Scommetto che adesso il regalo ricevuto dal vostro innamorato vi sembra di colpo più bello...

giovedì 11 febbraio 2016

Lasagne vegetariane taleggio e rucola

Di lasagne vegetariane avevo già scritto, ma questa ricetta è talmente buona e a prova di bomba che proprio non si può non condividerla. Secondo la (mia) miglior tradizione e in completo accordo con lo stile "Sopravvivenza", le dosi sono variabili in base ai gusti personali (basti dire che, pur senza lesinare sul formaggio di qualità, il costo per l'intera teglia è inferiore ai 10 euro).
Si prepara la besciamelle con il latte, il burro e la farina; se gradite, potete aggiungere un tocco di noce moscata. Si taglia il taleggio a tocchetti e si lava ben bene la rucola, asciugandola accuratamente.
Poi si cominciano ad "assemblare" le lasagne come da tradizione: un po' di besciamelle sul fondo della teglia, uno strato di lasagna, altra besciamelle, tocchetti di taleggio, foglie di rucola, besciamelle, lasagna, besciamelle, tocchetti di taleggio, foglie di rucola... e così via, così via, fino a colmare la teglia. 

Se i gusti decisi non fanno al caso vostro, potete optare per un mix taleggio/mozzarella, così da ottenere delle lasagne comunque molto... formaggiose, ma dal sapore più delicato. Tuttavia, essendo la rucola amarognola, personalmente trovo che il taleggio sia ideale nell'abbinamento.
Che altro dire? Ah, sì, che si cuociono in formo a 180° fino a quando non si forma una gustosa crosticina sulla superficie e che si conservano benissimo anche in freezer, quindi, se ne preparate in abbondanza, non abbiate remore a surgelarne qualche porzione. Poi non mi resta altro da fare che augurarvi buon appetito!

mercoledì 10 febbraio 2016

Bones

Ne twitto spesso, e a ragione: i dialoghi di questa serie sono semplicemente fantastici (e si riportano senza difficoltà in soli 140 caratteri). Dialoghi intelligenti, però, funzionano solo tra personaggi ben strutturati. E "Bones" offre anche questi, in gran quantità. Non solo Temperance "Bones" Brennan e Seeley Booth, i personaggi principali attorno ai quali ruota l'intera serie, ma anche i loro amici e colleghi hanno personalità che si sviluppano e si rivelano puntata dopo puntata, senza scadere nella monotonia e, al tempo stesso, senza ricorrere a trovate eccessive che li renderebbero troppo poco realistici. Certo, ciascun personaggio ha caratteristiche particolari ed accentuate, "sopra la norma" (l'artista è un po' troppo artista, l'entomologo è un po' troppo entusiasta dei suoi insetti ed aracnidi e così via), ma tutto sommato chiunque sia - o sia stato - nerd ha avuto modo di conoscere persone in carne ed ossa che gli torneranno alla mente guardando gli episodi o, in certi casi, ci si riconoscerà persino. 

La Brennan (Emily Deschanel) è una notissima antropologa forense in servizio presso il Jeffersonian Institute, nonché acclamata autrice di libri; forte di tre lauree ed una manciata di dottorati, viene contattata dall'FBI affinché collabori alla soluzione di alcuni casi di omicidio ed inizia così ad affiancare nelle indagini l'agente Booth (David Boreanaz), ex cecchino e decisamente "uomo d'azione". Insomma: il braccio e la mente personificati. Razionale, molto colta, atea la Brennan; istintivo, concreto, credente e praticante Booth. Non potrebbero essere più diversi e, al tempo stesso, non potrebbero essere più complementari. 
Lavorano insieme, si confrontano, bisticciano anche e, naturalmente, si attraggono a vicenda. Ma l'amore è, per entrambi, faccenda complicata (e poi bisogna tener avvinti gli spettatori...).

Dal punto di vista marziale non c'è molto da dire: la maggior parte degli arresti avviene in modo poco cruento, tutt'al più con un inseguimento - da parte di Booth, solitamente - che culmina con un placcaggio ed atterramento del "cattivo". Sporadicamente c'è modo di assistere a qualche scambio di pugni e persino la Brennan ha, in alcuni frangenti, fatto sfoggio di qualche abilità marziale acquisita, per sua stessa ammissione, grazie agli studi antropologici: emblematico il combattimento con la spada del "Cavaliere Misterioso" (ep. 15, 4^ stagione) o, anche, il calcio nel "Cacciatore di Taglie" (ep. 4, 6^ stagione), giusto per citarne un paio. Il poco che viene fatto, viene fatto in modo realistico, elemento che contribuisce ad aumentare l'apprezzabilità della serie. Ma, decisamente, l'azione gioca un ruolo primario in "Bones". 

lunedì 8 febbraio 2016

Chloe Bruce, l'atleta dietro le eroine dei film

Chloe Bruce, nei panni di Lady Sif, si
esibisce in una delle sue celebri spaccate
Sono trascorsi ormai diversi anni da quando avevo scritto un articolo parlando di Chloe Bruce, una ragazza britannica dal grande talento nelle arti marziali. E, ancora una volta, sono lieta di aver visto giusto: Chloe, infatti, pare avere intrapreso con successo la carriera cinematografica, non come attrice, però, bensì come controfigura.

Ricordate, ad esempio, la coraggiosa e combattiva Lady Sif di "Thor - Il mondo delle tenebre", interpretata dall'attrice Jaimie Alexander? Beh, sappiate che ad essere "coraggiosa e combattiva" nelle scene d'azione era Chloe Bruce.
Sempre lei ha dato fisicità alla verde e tostissima Gamora de "I Guardiani della Galassia", portata sullo schermo dall'attrice Zoe Saldana.

E chi, come me, ha accolto con entusiasmo il ritorno all'azione nel più recente episodio di "Guerre Stellari", ovvero sia "Il risveglio della Forza" deve in larga misura essere grato a Chloe, perché, ebbene sì, è lei a "far muovere" Rey - interpretata da Daisy Ridley, che pure ha profuso grande energia per entrare al meglio nella parte - nei combattimenti e nelle scene meno statiche.

Il progressivo ed inarrestabile sviluppo delle più moderne tecnologie e la computer grafica hanno fatto sì che molte scene potessero acquistare dinamicità incredibile sullo schermo - basti pensare all'utilizzo di green screen o chroma key, che consentono di combattere, compiere balzi fenomenali, schivare pallottole, volare... - tuttavia per garantire un maggior realismo a molte scene è indispensabile (e per fortuna!) avvalersi degli stuntmen o, nel caso specifico della nostra talentuosa Chloe, di una valida e preparata stuntwoman.

La speranza è che qualcuno, a Hollywood, si decida a sfruttare al meglio le potenzialità di Chloe Bruce affidandole finalmente un ruolo di primo piano in un film d'azione, magari proprio sulle arti marziali. Le capacità certo non le mancano e mi sento di affermare che abbia anche il phisique du role

domenica 7 febbraio 2016

Mongol, il film sulla vita di Gengis Khan

E' un film e non un documentario. Premessa ovvia e tuttavia necessaria, perché "Mongol" è tanto verosimile da poter essere confuso con una ricostruzione storica della vita di colui che, nato col nome di Temüjin, passò alla Storia come uno dei condottieri più potenti e sanguinari di tutti i tempi: Gengis Khan, capo supremo delle tribù mongole e fondatore del più grande impero terrestre di tutti i tempi. 

I "buchi" narrativi, a cominciare dal piccolo Temüjin che, sfuggito al nemico Targutai, corre a perdifiato nella steppa sterminata, priva di piste e sentieri e riesce tuttavia a tornare dalla madre, possono essere giustificati sia dalle scarse notizie storiche pervenuteci circa la figura di questo condottiero sia dall'alone di mito che ammanta la sua figura.
L'ampia - e storicamente errata - fanteria di "Mongol"
La mancanza di effetti speciali contribuisce certamente a far sì che lo spettatore creda alla storia narrata sullo schermo, complici anche le accurate ricostruzioni degli abbigliamenti - civili e da battaglia - e delle abitazioni dei popoli della Mongolia.

Il film narra la vita di Temüjin da quando, ancora bambino, nell'anno 1192, intraprende un viaggio con suo padre, sino alla sua nascita come comandante supremo delle tribù mongole. 
Börte (Khulan Chuluun) e Temüjin (Tadanobu Asano)
Ruolo determinante ha la moglie Börte, conosciuta mentre erano entrambi bambini e divenuta sua compagna e fidata consigliera; Temüjin l'amava tanto e ne aveva così grande considerazione che dopo di lui venne lei stessa incoronata Gran Khan. "Mongol" tiene conto dell'elevata rilevanza storica che questa donna ebbe nella nascita di Temüjin come Khan e la storia d'amore che li unì è ampiamente narrata nella produzione cinematografica. 

Dal punto di vista prettamente marziale*, balzano agli occhi alcuni evidenti errori storici, a cominciare dalla composizione e dai ruoli degli eserciti in battaglia. Mentre i mongoli dell'epoca sono storicamente noti come temibilissimi arcieri a cavallo, i combattenti di "Mongol" sono invece quasi tutti fanti che ingaggiano battaglia combattendo corpo a corpo con le spade. Uno strafalcione storico probabilmente giustificabile con ragioni cinematografiche: gli scontri sulla breve distanza, i combattimenti corpo a corpo e gli schizzi di sangue che in modo copioso fuoriescono dai nemici abbattuti tengono certamente gli spettatori più avvinti che non i più realistici ma "freddi" lanci di frecce sulla lunga distanza.
Unico vero onore alla storica e comprovata abilità dei cavalieri mongoli viene dato nel corso della seconda battaglia che vede Temüjin contrapposto al fratello di sangue Jamukha, quando la cavalleria sferra il proprio attacco brandendo spade in entrambe le mani, reggendosi in sella e governando i cavalli lanciati al galoppo con la sola forza delle gambe.

* Ricordate: in ambito di film e serie tv parlo di arti marziali intendendole nel loro significato di arte del combattimento, l'ars pugnandi di romana memoria, e non di discipline marziali specifiche e codificate.

sabato 6 febbraio 2016

Per amore di un guerriero

Ci sono vite che, narrate, sarebbero splendidi romanzi. Ma sono reali. E così, fatalmente, divengono romanzi-reportage, come specifica la seconda di copertina di questo libro; perché la storia narrata è quella vissuta da Brigitte Brault, ma attraverso le parole di Dominique de Saint Pern.

E' la storia di un'amore, come suggerisce il titolo, ma uno di quegli amori impossibili, alla Giulietta e Romeo, o, per collocarlo più correttamente, alla Corinne e Lketinga: è la storia dell'amore tra la giornalista francese Brigitte Brault ed il guerriero dell'Afghanistan pashtun Shazada.

I due si incontrano in una terra che è per lo più sconosciuta all'Occidente, da noi europei immaginata - spesso in modo distorto - ma non realmente nota; in un Afghanistan che ha conosciuto la guerra ben prima che l'incubo delle Torri Gemelle lo portasse alla notorietà mondiale e, fatalmente, si innamorano l'una dell'altro. Sono diversissimi, come più diversi non potrebbero essere, non parlano neppure la stessa lingua, eppure si amano. E, incredibilmente, il loro amore funziona. Resiste alle differenze, supera le difficoltà, pare sgretolarsi ma solo per risorgere più forte di prima.

Questo è uno dei libri più intensi che mi sia capitato di leggere recentemente. 
Brigitte, che per amore dell'Afghanistan e di Shazada vive a Kabul dal 2002, è giornalista e documentarista ed ha formato, con la ONG Aina, quattordici ragazze afghane che sono divenute videogiornaliste e con le quali ha realizzato il reportage "Regards d'Afghanes", premiato come miglior documentario agli Emmy Awards 2005 (non serve, vero, che vi ricordi le vicende dei talebani e la condizione della donna in Afghanistan?). Ed è sullo sfondo di questa formazione di giovani donne, di questo impegno dell'Occidente - o, almeno, di una piccola parte dell'Occidente - affinché l'Afghanistan risorga, con il suo orgoglio e la sua straordinaria forza, che si snodano le vicende dell'amore, impossibile eppure forte e reale, tra la bionda giornalista indipendente Brigitte ed il silenzioso guerriero garante della tradizione Shazada.
Queste pagine gettano anche un'incredibile luce sull'Islam, tanto benefica in giorni come questi in cui la parte più nera e feroce di questa fede catalizza l'attenzione dei media.
Lettura raccomandata, senza riserve (tanto più che, fino a fine mese, trovate il libro fortemente scontato alla Libreria Pagina 18).

Titolo: Per l'amore di un guerriero
Autore: Brigitte Brault, Dominique de Saint Pern
Traduttore: Guido Lagomarsino
Editore: O barra O edizioni
Anno d'edizione: 2009

venerdì 5 febbraio 2016

T'Ienshu, incontro in Val d'Aosta

L'incontro di T'Ienshu che si è tenuto a Chatillon, in Valle d'Aosta, è stato - a parer mio - molto interessante ed al tempo stesso divertente. Il Maestro Carpanese si è divertito ad assegnarci, nella fase riservata al Qingda, sequenze di non immediata esecuzione, dimostrando così, in caso ce ne fosse bisogno, che il combattimento si vince anche (se non soprattutto) con il cervello e che di conseguenza è bene allenare anche quello; la capacità di concentrazione e la rapidità decisionale si rivelano spesso fattori di primaria importanza nel decidere l'esito di un incontro agonistico.
Come forse intuirete, però, la parte che mi ha maggiormente interessata è stata quella riservata alla difesa personale, che è stata incentrata sullo studio di come oggetti comuni, disponibili nella vita di tutti i giorni, possano rivelarsi utili in caso occorra difendersi da un attacco.

Questo momento di studio e di confronto vissuto con i ragazzi - e le ragazze, naturalmente! - della Scuola Tao Xiè è stata davvero una bella esperienza, per me, non solo grazie all'interesse degli argomenti trattati ma anche per merito dell'accoglienza e dell'amichevole collaborazione riservatemi sia dagli allievi che dagli Istruttori di quella Scuola, che ringrazio dal profondo del cuore.
E' stato davvero un piacere e non vedo l'ora di incontrarvi al prossimo stage di T'Ienshu!

giovedì 4 febbraio 2016

Outlander, l'ultimo vichingo

Cominciamo col dire che Jim Caviezel ha il suo bel perché, qualunque cosa interpreti: dall'intenso e sofferto Gesù in "The passion" fino al letale e tenebroso John Reese di "Person of Interest", passando per tutti i ruoli che può aver interpretato nella sua carriera. Pubblicizzasse lavatrici, lo farebbe bene*. 
Chiarito questo, passiamo a parlare del film. 

Norvegia, 709 d.C., un'astronave in avaria, proveniente dalle profondità dello spazio, si inabissa nelle acque di un lago; ne emerge Kainan (James Caviezel), che raggiunge la riva e scopre di essere solo in un mondo a lui estraneo. Problema di facile soluzione, grazie ad una magnifica macchinetta che, in qualche doloroso ma comunque breve attimo, gli sparaflasha direttamente nella testa alcune utili informazioni, come la perfetta conoscenza e padronanza della lingua norrena. Il sogno di ogni antropologo. 
Catturato e trasportato in un villaggio vichingo, Kainan conquista poco a poco la fiducia degli indigeni, a cominciare dal re al quale salva la pellaccia e dalla sua figliola Freya (Sophia Myles) la quale, pur essendo principessa e promessa sposa al vicino principe Wulfric, si prende una solenne scuffia per il bell'alieno. 
Le guerre locali si rivelano ben presto essere il minore dei mali: l'astronave sulla quale viaggiava Kainan, infatti, è precipitata perché assalita da un Moorwen, grosso mostro spaziale agilissimo ed assetato di sangue. L'animale, ora libero, delimita il suo territorio ed inizia a procacciarsi il cibo, dimostrando di gradire molto la carne vichinga. 

Kainan è l'unico a conoscere quella creatura, che descrive come un drago affinché sia comprensibile ai villici, e si dice pronto a combatterla, schierandosi prontamente al fianco del re e dei suoi migliori guerrieri.
A questo punto dovrei analizzare le scene di combattimento**, ma, ahimè, l'impresa è piuttosto ardua: molta dell'azione si svolge al buio, che sia all'interno delle mura del villaggio durante la notte, o in una tana d'orso, o dentro le tortuose caverne abitate dal mostruoso Moorwen. 
Ciò che è chiaramente visibile, comunque, rivela una discreta preparazione degli interpreti/guerrieri principali - Wulfric e Kainan innanzi tutto - nell'uso dell'arma bianca, in particolare delle spade: angoli ben disegnati e rapidità d'esecuzione. 
La spada dello scontro finale
Pecca che non posso trattenermi dal segnalare: la spada utilizzata da Kainan nello scontro finale con il Moorwen è di dimensioni e foggia tali da discostarsi parecchio dalla tipica spada vichinga (lunga, in epoca normanna, fino ad un metro, ma contraddistinta comunque da grande leggerezza per consentire rapidità di movimento) e suggerisce, nella lunghezza dell'elsa, persino l'impugnatura a due mani (che prenderà piede in epoca rinascimentale e, comunque, con lame di foggia ben diversa), mentre è dotata di una guardia crociata dall'utlità piuttosto incomprensibile. 
Tutto bene se "Outlander - L'ultimo vichingo" fosse un film fantasy, ma trattandosi di fantascienza si sarebbe dovuto operare una scelta stilistica: o puntare su armi futuristiche e del tutto extraterrestri, oppure attenersi alla storicità e località terrestri prescelte.

Promosso, dunque, Caviezel-Kainan e, con lui, buona parte del cast, comunque convincente nell'interpretazione.
Qualche riserva circa la sceneggiatura e ancor più relativamente alla scelta delle armi. 

*Questo NON E' un suggerimento ai nostri pubblicitari. Hanno già fatto abbastanza danni con (in ordine alfabetico) Antonio Banderas, Kevin Kostner e Bruce Willis; grazie, basta così, che hanno originato più scompensi ormonali certi spot che un'epidemia di menopausa.
** Ricordate: in ambito di film e serie tv parlo di arti marziali intendendole nel loro significato di arte del combattimento, l'ars pugnandi di romana memoria, e non di discipline marziali specifiche e codificate.

martedì 2 febbraio 2016

Merli, marmotte, cambiamenti climatici

Merli perplessi nei "Giorni della Merla" 2016: fa troppo caldo!
Gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono conosciuti come "I giorni della merla" perché, secondo la leggenda, in queste giornate dal clima particolarmente rigido gli antichi merli - che erano bianchi - si sarebbero rifugiati in cerca di tepore vicino ai comignoli delle abitazioni, ricoprendosi di fuliggine e divenendo così di piumaggio scuro. Ma, se continua così, è probabile che le future generazioni narreranno la leggenda di merli abbronzati...
Questo mese di gennaio 2016, infatti, è stato caratterizzato da un clima particolarmente mite ed asciutto, andando ad aggravare una situazione ambientale già preoccupante, tanto che Coldiretti ha paragonato il mese di dicembre a quello di agosto, evidenziando l'elevato livello di smog atmosferico ed il preoccupante calo dei bacini idrici.

Negli USA, intanto, investiti questo inverno dalla tempesta di neve Jonas - che ha causato 30 vittime e la cancellazione di oltre 7.000 voli aerei - c'è grande attesa per il Groundhog Day, il Giorno della Marmotta, che cade il 2 febbraio e che consente di pronosticare se la primavera è ormai dietro l'angolo o se gelo e neve terranno compagnia agli statunitensi per altre sei settimane. Secondo USA Today il marmottone Phil, che ogni anno viene estratto dalla sua tana in Pennsylvania per emettere la sentenza guardando la propria ombra, non sarebbe affatto attendibile: "Dal 1988 la marmotta ha azzeccato 13 volte e sbagliato 15", asserisce il quotidiano, rincarando la dose: "Lanciare una monetina in aria facendo testa o croce potrebbe fornire previsioni più accurate di Phil".
Ma - faccio l'avvocato delle cause perse - se fossero i cambiamenti climatici ad aver confuso il povero, grosso e simpatico roditore? Di certo quest'anno i merli non hanno avuto motivo d'avvicinarsi ai comignoli delle abitazioni, ad esempio...

lunedì 1 febbraio 2016

101 storie Zen

Lo Zen è stato così descritto: "Uno speciale insegnamento senza scritture, al di là delle parole e delle lettere, che mira all'essenza spirituale dell'uomo, che vede direttamente nella sua natura, che raggiunge l'Illuminazione". Lo Zen, dunque, non è una religione né una setta, ma un'esperienza. L'esperienza della ricerca e della maggior conoscenza di sé.
E, poiché ciascuno di noi è unico e diverso da tutti gli altri, questo libro non è un "manuale per raggiungere l'Illuminazione" - che è frutto di un percorso e di una ricerca intimi e personali - ma una raccolta di racconti su come alcuni maestri Zen vennero illuminati.

Un maestro giapponese di Zen, Muju, alla fine del tredicesimo secolo scrisse un testo intitolato Shaseki-shu (Raccolta di Pietra e di Sabbia) ed alcuni dei racconti racchiusi in questo libro sono estrapolati da quella raccolta, mentre altri provengono da diversi scritti di aneddoti Zen pubblicati in Giappone tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900.

Titolo: 101 storie Zen
Autore: Vari - Curatori: Nyogen Senzaki e Paul Reps
Traduttore: Adriana Motti
Editore: Adelphi
Anno di edizione: 1997 (ventottesima edizione)


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