sabato 22 ottobre 2016

Fede e peccato. Ma i cristiani possono fare arti marziali?

Giacobbe lotta con l'angelo. Alexandre-Louis Leloir (1865 ca.)
Fare arti marziali non è peccato. 

Non lo è praticare discipline di combattimento per sport, se rispetto l'essere umano che mi trovo a fronteggiare.
E non è peccato neppure l'autodifesa, il combattimento reale che può accadere di dover affrontare per mettersi in salvo da un individuo che minaccia la mia incolumità.

Più volte, in passato, ho cercato di esporre il mio punto di vista di cristiana cattolica, credente e praticante, in merito alla "questione arti marziali", perché mi rendo conto io per prima che cercare di coniugare il costante e continuo invito alla pace di Cristo con la pratica di discipline marziali (quindi, per stessa etimologia, "di guerra") sia tutt'altro che impresa semplice.
E capisco che quanti cercano di vivere davvero la propria fede, non limitandosi a sporadiche apparizioni in chiesa, si trovino a porsi domande circa le arti marziali praticate come sport e persino relativamente all'autodifesa.
Erano, i miei, ragionamenti personali, senza pretesa di essere la verità assoluta, poiché io sono una persona che le risposte le cerca. Non sono un guru, non ho la scienza infusa né le risposte ai grandi quesiti della vita. (Per chi fosse interessato, trovate gli articoli in merito qui, qui e qui).

Pankration, lotta greca sportiva.
Statuetta bronzea di due lottatori
II sec. a.C., Monaco di Baviera
Però so che praticare arti marziali (come T'ienshu, Judo, Aikido, Wushu...), sport da combattimento (come Pugilato, Lotta, Thai Boxe, MMA...) o discipline d'autodifesa (come T'ienshu, JKD Kali, Krav Maga...) non è peccato. 
E lo so perché a dirlo è il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nella sua Parte Terza, Sezione Seconda, Capitolo Secondo "Amerai il prossimo tuo come te stesso", l'Articolo 5 analizza il quinto Comandamento "Non uccidere"; proprio qui vi sono i punti 2264 e 2265, che recitano rispettivamente:
2264 -  L'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. E' quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale: 
"Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita [...]. E non è necessario per la salvezza dell'anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l'uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che all'altrui" (San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae).
2265 - La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell'autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.

Pugilatore a riposo.
Statua bronzea, forse di Lisippo
IV sec. a.C., Roma
Questi passi si riferiscono all'estrema e più drammatica conseguenza che l'autodifesa può avere, ovvero l'uccisione di un altro essere umano. 
Pare ovvio che, se non è peccato questo, men che meno lo è praticare sport da ring o discipline da combattimento per puro svago, per divertimento o per una maggior realizzazione personale. Così come peccato non è ricorrere all'autodifesa per potersi salvare da una seria minaccia.
Non solo: chi è responsabile della vita di altri ha il grave dovere di difenderla. Quindi, se la seconda parte del punto 2265 è chiaramente rivolta ai tutori della legge detentori dell'autorità, la prima parte è di più ampio respiro: io genitore, ad esempio, sono responsabile della vita del mio bambino e in quanto tale posso essere chiamato ad agire per difenderlo.

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